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Il moto multiplo di Craig Taborn

Giuseppe Segala By

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La tradizione dalla quale provengo richiede l'innovazione continua dei principi consolidati
Prima di leggerne le parole precise ed esaurienti nell'intervista, è il caso di ricordare alcune cose di Craig Taborn, pianista quarantasettenne che si colloca ai massimi livelli della scena contemporanea.
In primo luogo la sua profonda curiosità intellettuale, che lo porta a un intreccio di interessi nei confronti di forme diverse dell'espressione artistica e della conoscenza. Poi la sua versatilità tecnica, stilistica, emotiva e mentale, che gli ha permesso di lavorare ad ampio raggio con tanti protagonisti, anche molto diversi, del jazz contemporaneo. Non è il caso di citarli: di molti si parla nell'intervista.

Nonostante tale duttilità, Taborn mantiene ben definiti e focalizzati il proprio stile e le proprie coordinate artistiche. Non perde di vista un discorso personale e originale, pur imboccando di buon grado un'ampia serie di percorsi. Il suo pianismo, come evidenzia il CD in solo Avenging Angel, pubblicato nel 2011 dall'etichetta ECM, si alimenta di prodigiosi intrecci poliritmici e tesse contrappunti talvolta densi, altre volte delicatamente distesi. Nelle pieghe, nei dettagli traspaiono le influenze di Ellington, Monk, Cecil Taylor, Sun Ra.
Nell'ultimo suo album in quartetto, Daylight Ghosts, Taborn mostra la sua notevole capacità di mescolare ostinati e fraseggi, liberi contrappunti e unisoni, in una organizzazione di gruppo e compositiva che è nel contempo rigorosa ed elusiva, aperta alle sorprese.

All About Jazz: Come hai deciso la tua attività nella musica e come hai scelto il pianoforte e le tastiere?

Craig Taborn: La scelta dello strumento è arrivata molto prima della scelta professionale. C'era sempre un pianoforte in casa mia che mio padre, psicologo e professore universitario, amava suonare la sera. Suonava a orecchio blues e jazz. A un certo punto, intorno all'età di undici anni, volevo imparare alcune cose che stava suonando e lui mi mostrò come fare. Poi cominciai a studiare seriamente, prendendo lezioni di pianoforte.
E per quanto riguarda l'elettronica, circa nello stesso periodo, a dodici anni, ho chiesto un sintetizzatore e i miei genitori mi hanno comprato un synth Moog per Natale.
Ben presto ho iniziato ad appassionarmi e a suonare in molte band; finendo per suonare il pianoforte in vari locali all'età di diciassette anni, ma non ho deciso di intraprendere questa carriera fino a quando, durante il college, il numero di concerti ha cominciato a interferire con gli studi universitari. Allora ho capito che di fatto ero già un musicista in carriera e ho deciso di continuare su questa strada.

AAJ: Quali momenti significativi ricordi nella tua formazione musicale?

CT: Ce ne sono stati molti. Tra questi, vedere la band Last Exit con Bill Laswell, Sonny Sharrock, Peter Brötzmann e Ronald Shannon Jackson. In quella fase (avevo 15 anni) stavo cercando di capire la musica più complessa di Cecil Taylor, Anthony Braxton e altri musicisti come loro. Ascoltavo le loro registrazioni e da un lato ero incuriosito, dall'altro trovavo quella musica difficile da comprendere. Poi ho visto Last Exit in concerto e il suono e il peso specifico furono davvero scioccanti. Ricordo che mentre tornavo a casa mi sentivo sopraffatto da quel concerto. Dopo quel concerto, ascoltando di nuovo quegli stessi dischi di Cecil Taylor con i quali avevo incontrato tanta difficoltà, mi sembrava che la musica fosse divenuta più chiara e calma per me e potevo finalmente capirne e sentirne tutte le sottigliezze. Mi sembrava quasi che stessi ascoltando un album di cool jazz. Posso dire quindi che quell'esperienza mi ha insegnato veramente che i limiti o confini che ognuno di noi ha nella percezione e nell'apprezzamento possono essere spostati e ampliati.

AAJ: Sei cresciuto musicalmente a Minneapolis, una città con una scena musicale molto intensa ma non apprezzata come merita, che ha espresso ottimi jazzisti. Come sei stato influenzato da Minneapolis? C'è qualcosa di fortemente legato a Minneapolis nella tua musica?

CT: È difficile da spiegare. La scena di Minneapolis era ricca, ma per lo più grazie all'apporto di musicisti che venivano da altre città, come ad esempio New York, che frequentemente venivano a suonarci. Minneapolis infatti ha sempre fornito un grande supporto per le arti e la musica dal vivo. Direi perciò che molte delle mie influenze realtà erano effettivamente newyorchesi. Ma con gli altri musicisti locali, vivendo in un certo isolamente musicale, abbiamo finito per miscelare queste influenze in maniera piuttosto personale, essendo liberi da qualsiasi condizionamento proprio grazie al fatto che non c'era una scena di riferimento per la musica che mi interessava.
Penso che i musicisti del Minnesota abbiano creato un proprio "dialetto" ispirato da influenze molto varie. Quindi si vedono molte musiche a cavallo tra i generi. Prince, per esempio, ha sempre messo nella sua musica funk, RnB, rock, New Wave, folk e altro. Li ha mescolati liberamente e si è spostato da uno all'altro. Si può vedere questo tipo di approccio anche nei The Bad Plus, e in molti altri artisti del Minnesota. Penso che quel tipo di eclettismo sia davvero l'aspetto caratterizzante di Minneapolis.

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