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Jon Irabagon - Mike Pride - Mick Barr: I Don't Hear Nothin' But the Blues Volume 2: Appalachian Haze

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Ci ha preso gusto Jon Irabagon. E quella che fino a ieri dava l'impressione di essere una deviazione dalla strada maestra, un uno-due irripetibile destinato, fatalmente e fisiologicamente, a non avere seguito, al terzo rilancio acquisisce un diverso spessore.

Il filone dedicato alle imprese titaniche si era aperto nel 2009 con I Don't Hear Nothin' But the Blues, che in traccia unica da 47 minuti raccontava di un pomeriggio in studio con il batterista Mike Pride. Poi, l'anno scorso, è arrivato quel mostruoso capolavoro di Foxy, una sventagliata da poco meno di un'ora e venti, deforme parodia del Way Out West di rollinsiana memoria. Compagni di marachelle il contrabbasso di Peter Brendler e la batteria di Barry Altschul. Più che un disco, un macigno; un'opera "definitiva" oltre la quale pareva impossibile gettare lo sguardo. Capitolo chiuso. Irabagon torna a fare il jazzista.

E invece, tanto per non smentire la fama di cappellaio matto, ecco il terzo episodio della saga: I Don't Hear Nothin' But the Blues Volume 2: Appalachian Haze. Terzo e non secondo perché con l'omonimo fratello ha da spartire soltanto la conferma dietro pelli e tamburi di Mike Pride e l'identica durata: 47 minuti abbondanti. Più simile a Foxy, del quale rappresenta una sorta di gemello malvagio, il piglio rabbioso e sanguinario del trio.

Il cattivo della situazione è Mick Barr, virtuoso e velocista che bazzica i territori del metal più cervellotico. È la sua chitarra a trascinare Irabagon e Pride verso il lato oscuro; una presenza inquietante, un ipercinetico susseguirsi di scale, progressioni e note che leva l'ossigeno e satura ogni spazio. Agli altri due non resta che adeguarsi per sopravvivere: alla violenza si risponde con la violenza. Irabagon, un po' Ayler e un po' Brötzmann, sputa fuoco dal tenore; Pride martella con mano pesante, concedendo solo di tanto in tanto un appiglio ritmico al frastornato ascoltatore. Caos? Tutt'altro. Il gioco al massacro è sadicamente lucido: incastri scientifici, pattern, sovrapposizioni, riff. E se è vero che l'effetto sorpresa, alla terza imboscata, è andato a farsi benedire, resta intatta la problematicità di un disco che invita a riflettere sul senso dell'improvvisazione e delle sue dinamiche. Vi pare poco?

Visita i siti di Jon Irabagon, Mike Pride e Mick Barr.

Title: I Don't Hear Nothin' But The Blues Volume 2: Appalachian Haze | Year Released: 2012 | Record Label: Concord Jazz

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