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I 10 CD nel CD player di... Francesco Chiapperini

I 10 CD nel CD player di... Francesco Chiapperini
Vincenzo Roggero By

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01. Charlie Haden -Liberation Music Orchestra (Impulse! -1969).
Il lirismo della Liberation Orchestra di Charlie Haden e di Carla Bley racconta in maniera moderna lo spirito della guerra civile spagnola attraverso composizioni che trasudano di sofferenza, ma anche di speranza. A cucire il filo del free jazz che unisce i diversi brani del disco spiccano le voci struggenti dei sassofoni di Gato Barbieri e di Dewey Redman, quella malinconica dello stesso Haden che, in "Song for Che," dialoga con le sovra incisioni (siamo nel '70!) di "Hasta Siempre" e il sapore esotico di Don Cherry alla cornetta e ai flauti. Sullo sfondo, Paul Motian che funge da collante ritmico e coloristico per tutto il disco: insieme ad Andrew Cyrille spingono l'orchestra verso direzioni corali e spigolose. Non da dimenticare comunque gli altri fantastici musicisti dell'Orchestra: Perry Robinson al clarinetto, Michael Mantler alla tromba, Roswell Rudd al trombone, e poi ancora Bob Northern, Samuel T Brown e Carla Bley.

02. Eric Dolphy -Conversations (Fuel -1963).
Gli angoli della musica di Dolphy si ammorbidiscono nei due brani iniziali di questo disco, "Music Matador" e " Jitteburg Waltz." Sapore di festa e di gioco con il nonetto che annovera tra i nomi Richard Davis, Eddie Khan, Clifford Jordan, Sonny Simmons, Prince Lasha, Woody Shaw, Robert Hitcherson e J.C. Moses. In "Lover Man" ritroviamo gli intervalli siderali di quello che è stato definito "Il marziano del Jazz," con la sua inconfondibile voce acida di contralto, in solo, mentre in duo con Richard Davis lo ascoltiamo al clarinetto basso mentre suona "Alone Together." Multifonici, effetti sonori dati dalla percussione sulle chiavi dello strumento, vertiginose discese ed ascensioni su tutto il registro dello strumento: Dolphy non si ferma banalmente all'introduzione del clarinetto basso come strumento solista nel jazz, ma lo esplora con tecniche estese in tutte le sue possibilità espressive.

03. David Murray -Ballads for Bass Clarinet (DIW -1993).
Se volete, partite dalla traccia n. 3: "Chezz," dopodichè chiudete gli occhi, prendete Eric Dolphy e aggiungeteci un po' di Albert Ayler ed Archie Shepp, ma quanto basta. Ecco che David Murray abbandona il suo sax tenore abbracciando il clarinetto basso: ne nasce una musica a tratti angolare sostenuto da una ritmica assolutamente mainstream. Il titolo inganna però: quelle che si ascoltano non sono esclusivamente delle "ballate," ma i brani spaziando verso altro, toccano walzer e blues. Il vibrato di Murray, così come il suo modo di "slappare" nel registro medio-grave dello strumento, si insinua lentamente nell'orecchio di chi ascolta il disco e diviene, senza che ce ne si accorga, elemento caratterizzante e assolutamente imprescindibile del suono del quartetto. Di Murray mi piace molto come riesca ad esplorare e a sviscerare le sonorità medio gravi del clarinetto basso, scelta assolutamente non banale.

04. Massimo Urbani -Easy to Love (Red Record -1994).
Il sassofono di Massimo è, a mio modo di vedere, la sintesi tra la tradizione mainstream e la generazione dell'avanguardia. Il suo suono graffiante, la sofferenza delle note che compongono ogni solo è un pugno nello stomaco. Bastano poche note prima di presentare il tema di "A Train from the East" per trovarci il Coltrane di "A Love Supreme" alternato, anche nei brani successivi, al fraseggio tipico di Phil Woods. Massimo è capace di suonare con naturalezza su ogni piano musicale, entrando ed uscendo dalla melodia con una facilità estrema, sempre mirando ad un solismo che non è mai fine a sé stesso, ma figlio di intuizioni che lasciano l'ascoltatore incollato ad un senso di romantica malinconia. Sembra ogni volta di vedere i suoi occhi che guardano il vuoto. Il quartetto che lo sostiene e che dialoga con lui vede Luca Flores al piano, Furio DiCastri al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Il disco è esplosivo a dir poco.

05. Don Cherry -Organic Music Society (Caprice -1972).
Sono sempre stato affascinato da come il jazz degli anni '60 si sia affacciato verso l'esotico, esplorando gli universi occulti propri degli stregoni e degli sciamani. In questo lavoro il trombettista statunitense si affaccia su mantra che, ora cantati, ora suonati portano nel disco elementi di una musica che ha un sapore "universale," nel senso che abbraccia l'incontro verso nuovi orizzonti. Ascoltare il disco significa far parte di una cerimonia che nasce in India passando per l'Africa, attraverso un viaggio spirituale.

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