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Giorgio Pacorig, ovvero l'arte della collaborazione

Giorgio Pacorig, ovvero l'arte della collaborazione
Neri Pollastri By

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Mi piacerebbe suonare la musica scritta come se fosse improvvisata e quella improvvisata come se fosse scritta
Nato a Staranzano, in provincia di Gorizia, pianista e specialista del Fender Rhodes, improvvisatore, compositore, eclettico frequentatore di forme musicali diverse, a quarantotto anni Giorgio Pacorig si trova nel pieno della maturità artistica, come dimostra il fatto che il suo nome figura in alcuni dei migliori dischi del 2018, tra i quali Pipe Dream, dell'omonimo quintetto, Floating Lines, in trio con Giovanni Maier e Michele Rabbia, Ethnoschock del Massimo De Mattia Suonomadre e Desidero Vedere, Sento, in quartetto ancora con De Mattia, Maier e Stefano Giust.

All About Jazz Italia: Come ti sei avvicinato alla musica e al jazz?

Giorgio Pacorig: Alla musica mi sono avvicinato da bambino, studiando classica a partire dall'età di otto anni. A un certo punto però ho mollato: mi sono messo a suonare altre musiche, rock, funky, ma non jazz, anche se fin d'allora non amavo fare cover e di solito giocavo per ore con un accordo, con un approccio spontaneo e un po' naif. Poi ho finito le superiori e mi sono iscritto all'università: solo che un giorno, mentre guardavo i risultati degli esami, mi sono domandato cosa ci stessi a fare lì, perché la mia strada era quella della musica. Così ho deciso di lasciar perdere l'università e mi sono iscritto al conservatorio, diplomandomi poi in pianoforte classico a Trieste nel 1996, dopo studi attenti e intensi.

Il jazz invece l'ho appreso sul campo, dopo averlo incontrato a diciassette anni: era il 1987 e avevo un gruppo, come detto di altre musiche, che faceva qualche concerto qua e là; una volta venne ad ascoltarci Giovanni Maier, che è di Staranzano come me ma ha qualche anno in più e già suonava jazz. Giovanni mi invitò a fare qualcosa assieme e ovviamente portò musica più complessa, cose che io non avevo mai visto né sentito. Da lì nacque una frequentazione e una collaborazione artistica che dopo trent'anni ancora continua.

AAJ: Infatti proprio recentemente è uscito un vostro disco in duo per l'etichetta Palomar, Incipit, e voi due, in trio con Michele Rabbia, siete autori di uno dei più bei dischi del 2018, Floating Lines.

GP: Sì, suoniamo ancora molto assieme e non finirò mai di ringraziarlo per avermi introdotto al jazz e alla musica improvvisata. Grazie a lui ho infatti ho iniziato poi a frequentare altri jazzisti che vivevano e lavoravano qui in regione, per esempio Massimo De Mattia, U.T. Gandhi e Daniele D'Agaro, che quando tornava da Amsterdam, durante l'estate, suonava in tutte le osterie dei dintorni e mi chiamava per lavorare assieme. Ero alle prime armi, ma lui mi metteva davanti quel che suonava e io bene o male dovevo tener botta! Erano gli inizi degli anni Novanta, avevo poco più di vent'anni—sono nato nel 1970—e quelle esperienze per me sono state fondamentali.

AAJ: Io ti ascolto la prima volta alla metà degli anni Novanta, in un disco piuttosto originale, un duo di pianoforti tutto improvvisato con Claudio Cojaniz, Les Illuminations.

GP: Quello con Claudio è stato un altro incontro folgorante, perché lui mi ha parlato di musica a trecentosessanta gradi: jazz, contemporanea, classica. I pomeriggi passati con lui in quel periodo erano come una continua immersione in apnea nella musica. Del resto anche quel disco ha una storia incredibile: tutto nacque dall'intenzione di suonare Bach, in particolare una trascrizione per due pianoforti dell'Offerta musicale; ci trovavamo a casa mia per provare quell'opera e a un certo punto, quando ormai funzionava, decidemmo di registrare nello studio di Radio Capodistria. La mattina della registrazione, al momento di partire, decidemmo però di lasciare le parti a casa: così siamo entrati in studio e abbiamo registrato un'improvvisazione totale!

AAJ: Qualche anno dopo, nel 2002, ti ho poi ritrovato nel primo disco a tuo nome, My Mind Is on the Table, in trio proprio con Maier e Zeno De Rossi alla batteria, uscito per la Splasc(H).

GP: Sì, è il primo disco a mio nome, anche se proprio "a mio nome" in realtà ce ne sono ben pochi: di fatto ho soprattutto co-firmato dischi assieme ad altri e realizzato moltissimi lavori paritetici in duo o in trio. My Mind Is on the Table è stato un disco per me molto importante, perché per la prima volta proponevo mie composizioni e dirigevo una formazione, per giunta un piano trio, nel quale il pianoforte è così "esposto." Devo dire che all'epoca uscirono non solo in Italia recensioni molto lusinghiere e perfino entusiastiche: ne ricordo per esempio una francese, molto bella. Quell'esperienza mi ha aiutato molto, rafforzando in me l'intenzione di continuare la mia avventura artistica. Già allora, comunque, mi sono scontrato con quello che considero uno dei miei maggiori limiti: la difficoltà di promuovermi, di essere manager di me stesso e dei miei progetti. Infatti, nonostante alcune recensioni dicessero esplicitamente che quel trio meritava di essere invitato alle rassegne, non riuscii a promuoverlo e suonammo pochissimo.

AAJ: A quel punto avevi trentadue anni: come stavi sviluppando la tua attività artistica?

GP: Suonavo cose diverse, in alcuni casi anche per sbarcare il lunario. Per esempio avevo in corso una collaborazione con Elisa—durata anche piuttosto a lungo, dal 1999 al 2007—che in certi periodi mi occupava totalmente. Accanto a questo continuavo a collaborare con tutti i musicisti che mi piacevano, in misura sempre crescente, fin quando non ho deciso di dedicarmi solo alle cose che mi appartenevano di più. È così che ho realizzato uno dei miei progetti più cari, We Hope We Understand, co-firmato con Danilo Gallo e uscito per El Gallo Rojo nel 2010, con un sestetto completato da Daniele D'Agaro, Gerhard Gschlossl, Johannes Fink e Christian Lillinger. Anche quel disco è stato molto importante, perché documenta una musica che ancora non ero riuscito a realizzare, con un tributo a una parte del jazz—per esempio a Duke Ellington e Mal Waldron—che avevo studiato molto e che entra profondamente nella mia formazione artistica. Per non smentire le mie difficoltà di promozione dei progetti, quel gruppo non ha però mai suonato: fece un solo concerto a Berlino, ma in formazione ridotta...

AAJ: Un vero peccato, sia perché i musicisti devono suonare per vivere, sia perché i progetti e i gruppi se non suonano non possono sviluppare tutte le loro potenzialità.

GP: Infatti, ogni live è un momento di crescita: si affina l'intesa, si scoprono aspetti nuovi, si incontrano difficoltà e si apprende come superarle, si ricevono riscontri da parte del pubblico. I concerti sono fondamentali, anche se per certe formazioni e certi artisti è piuttosto complicato avere occasioni per farne.

AAJ: È anche per questo che a un certo punto sei andato via dall'Italia?
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