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Gianni Lenoci, madrelingua jazz

Gianni Lenoci, madrelingua jazz
Neri Pollastri By

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La madrelingua jazz probabilmente non c'è: siamo tutti potenzialmente di madrelingua jazz, perché la lingua del jazz è la tua propria! Il tuo stile è il frutto delle tue fragilità.
Pianista, compositore, improvvisatore, Gianni Lenoci è un musicista che unisce rigore e libertà, creatività e rispetto rigoroso della forma. A cinquantacinque anni può vantare una impressionante discografia dalla quale si evidenza la varietà dei mondi musicali con i quali si è misurato. Chi ha avuto modo di ascoltare almeno parte dei lavori nei quali è coinvolto ha potuto apprezzare il modo un cui Lenoci sa offrire in ogni contesto il proprio personale contributo, originale e al tempo stesso sempre opportuno. Un artista di grande levatura, di cui troppo poco si parla, forse a causa di ragioni geografiche—è nato e risiede a Monopoli, dove insegna al conservatorio—o forse proprio per la sua difficile etichettabilità.

All About Jazz Italia: Dopo circa quindici anni che ti seguo con attenzione—la prima volta fu grazie all'interessantissimo When the Saint Goes Marching Out, di Antonio Di Lorenzo ospite Steve Lacy—è un vero piacere poter finalmente intervistarti. Mi dispiace invece che in tutto questo tempo non sia mai riuscito ad ascoltarti dal vivo...

Gianni Lenoci: Dipende probabilmente dal fatto che io non suono spesso nei festival "ufficiali," anche perché le logiche della cooptazione festivaliera sono strane e poco comprensibili (oppure, persino troppo evidenti...). Aldilà del fatto che il jazz sia declinabile in molteplici forme, persino nel campo delle cosiddette "avanguardie" (qualunque cosa possa poi significare questo termine) influiscono le mode, che non dipendono neppure dal musicista; mentre la logica del "faccio una cosa al meglio delle possibilità e questo pagherà" non ha più molta fortuna. Aggiungi a questo che io sono del 1963, quindi di una generazione che si è trovata nel mezzo a quel passaggio radicale e drammatico, avvenuto attorno alla metà degli anni Novanta, che, in Italia, ha visto il jazz mutare attitudine, avvicinandosi alla pop music—e non parlo tanto di contenuti, quanto proprio di attitudine e forma di comunicazione. Personalmente non solo non avevo e non ho la forma mentis per adeguarmi a questo mutamento, ma quando si è verificato mi è pure sfuggita la portata del fenomeno, l'ho addirittura sottovalutato. Ok!, mi sono detto, loro fanno le loro cose e io continuo a fare le mie, ci sarà sempre spazio per tutti. Viceversa, quel fenomeno ha comportato il mutamento di molti aspetti, così che tutto il complesso di fattori poetici che si vivono facendo il musicista jazz sono molto cambiati rispetto, che so, al 1985.

AAJ: In cosa senti questa differenza, in particolare?

GL: Attualmente io la percepisco fortemente nel rapporto con il pubblico, nel quale entrano in gioco anche tutte le nuove tecnologie—youtube, la musica digitale che si scarica dalla rete, la quasi scomparsa dei dischi, la comunicazione via social network, eccetera. Sia chiaro, queste ultime fanno a loro volta parte di quel mutamento estremamente complesso che tutti noi abbiamo vissuto negli ultimi trenta-quaranta anni su molti fronti, sui quali non smettiamo di riflettere e che influiscono su quel teatro della mente che poi è la sorgente da cui attinge un artista. Il cambiamento che noto, anche per la mia esperienza di docente in conservatorio e di agitatore culturale nell'ambito dell'accademia, è quello di un pubblico sempre meno capace di ascoltare e di musicisti sempre meno impegnati a volersi far ascoltare. A volte la penso come Philip Roth, che smise di scrivere perché riteneva che non ci fossero più lettori per i suoi libri. Ma la mia non è una considerazione snobistica, perché per me il pubblico è fondamentale. Se non c'è qualcuno che ascolta, che senso ha mandare un messaggio nel deserto? Solo che oggi il cosiddetto pubblico sembra incapace di rimanere concentrato su fenomeni complessi, com'è quello del jazz come forma d'arte. Questo comporta la tendenza a semplificare il messaggio in una visione aproblematica e consolatoria del fenomeno musicale, snaturando la propria arte con cedimenti verso logiche costruite a tavolino che non permettono di essere veramente se stessi a causa della continua necessità di "farsi capire." Ciò comporta la percezione di una sorta di crisi, che spinge a interrogarsi sul senso di ciò che stai facendo.

AAJ: Pensi che negli anni Settanta le cose fossero messe meglio?

GL: Non credo che il pubblico sia cambiato, nel senso che le persone sono sempre le stesse, con la loro emotività e il loro complesso di storie personali. La crisi del pubblico è una crisi dell'ascolto. Per cui il problema non è quello di quale linguaggio si adotta, ma è nell'interlocuzione con l'altro. Perché il jazz, fortunatamente, è una musica ancora da scrivere: abbiamo sì la "storia," i "reperti"—cioè quello che chiamiamo appunto "repertorio"—ma la scrittura la fai in scena, mentre suoni, ed è per questo che necessita di un ascolto attento: perché richiede di essere compresa nel momento in cui viene creata. E la cosa vale indipendentemente dalle differenze geografiche e sociali. Credo sia cambiato molto il rapporto tra artista e fruitore; cosa che dipende da una molteplicità di fattori: la progressiva semplificazione del messaggio culturale trasmesso dalla televisione e dai social network, la lenta e inesorabile demolizione delle istituzioni scolastiche e la sotterranea denigrazione di parole e concetti che richiedono di essere parte attiva. "Impegno," "sperimentazione" e "ricerca" oggi sembrano parolacce, oppure sono utilizzate per fenomeni assolutamente banali e francamente discutibili, in un gioco allo spostamento semantico che, alla fine, crea solo confusione. Per questo oggi penso che si dovrebbe cercare una maggiore chiarezza e onestà intellettuale per far sì che, per così dire, ogni fiume torni a navigare nel proprio letto, definendo in modo più chiaro ciò che si fa e distinguendo le diverse produzioni artistiche, evitando così di confondere il pubblico mettendo tutto nello stesso calderone. Insomma, è il tempo di fare attenzione all'aspetto ontologico di ciò che facciamo. Di restituire all'etica la sua dignità e il suo valore.

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