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Genius Loci, Festival di Santa Croce a Firenze

Genius Loci, Festival di Santa Croce a Firenze
Neri Pollastri By

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Genius Loci
Firenze
Complesso Monumentale di Santa Croce
26-28.9.2019

Terza edizione della manifestazione multidisciplinare fiorentina che mira alla riscoperta e alla valorizzazione del complesso architettonico di Santa Croce, del quale stavolta erano utilizzati due chiostri e il cenacolo. Come gli altri anni il programma affiancava interventi artistici e contributi parlati (la lectio magistralis su San Francesco di Chiara Frugoni, il confronto tra Massimo Cacciari e Maurizio Ghelardi su "follia e salvezza"), in certi casi anche fondendoli (il reading sulla fede di Marcello Fois, musicato dal pianoforte di Boosta), e proponendo spettacoli di tipi e generi diversi. Nel nostro resoconto ci concentreremo sui numerosi momenti legati al jazz, anche se non è stato possibile seguirli tutti integralmente, a causa delle sovrapposizioni del ricco programma.

La due giorni si è aperta venerdì 26 settembre nel prato antistante il Chiostro di Arnolfo (peccato che, diversamente dagli altri anni, non sia stata usata la suggestiva Cappella dei Pazzi, ricca di eco), con lo spettacolo di danza Variation #1, che vedeva il trombone "parlante" di Filippo Vignato dettare i movimenti ai due danzatori Camilla Monga e Pieradolfo Ciulli. Estratto del più lungo Golden Variations, progetto messo a punto con una collaborazione meditata e rodata, lo spettacolo è parso funzionare assai bene: "asciutto" sia nella musica, sia nei movimenti dei danzatori, ha visto un'eccellente interazione tra le due componenti artistiche, entrambe libere ma sempre tra loro ben coordinate, trasmettendo al pubblico—complice forse anche la splendida cornice scenografica—un forte senso di armonia e di compiutezza. Cosa non semplice da ottenere, specie se si considera che il progetto originale prevedeva un ben preciso contesto, con luci e apparati scenici teatrali; ma evidentemente qui la qualità e l'ottima messa a punto del progetto è riuscita a prevalere sulle difficoltà ambientali, anzi sfruttando quel che il mutato contesto poteva suggestivamente offrire.

A seguire, nel Chiostro del Brunelleschi (ove si era nel frattempo esibita Francesca Gaza con il suo Lilac for People) Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi hanno presentato il loro ultimo lavoro uscito per ECM, La misteriosa musica della Regina Loana, tributo a Umberto Eco (che di Coscia era stato compagno di scuola e di entrambi i musicisti amico) prendendo a spunto la musica citata dallo scrittore nel suo quasi omonimo libro La misteriosa fiamma della Regina Loana. Operazione culturale ambiziosa e ad ampio raggio, nella quale i due si sono mossi a loro modo, con eleganza, libertà e una certa ironia, palesatasi sia nel trattamento della musica=-come nel caso della suite che univa l'"Inno dei sommergibili" con "Pippo non lo sa"—sia nel divertito e a momenti surreale scambio verbale con il pubblico. Ma Trovesi e Coscia non li scopriamo certo adesso: da oltre venticinque anni ci deliziano con i loro racconti, antichi ma sempre attuali, e con l'impareggiabile maestria con la quale padroneggiano i suoni dei loro strumenti: rivederli e riascoltarli è sempre uno straordinario piacere.

Un po' schiacciato tra il concerto del duo Coscia-Trovesi e quello successivo in programma nel Cenacolo, Francesco Bearzatti ha proposto il suo ultimo progetto in solo nel Chiostro di Arnolfo, per l'occasione con le porte della Cappella dei Pazzi lasciate aperte, così da sfruttarne almeno in parte il riverbero. Il progetto era intitolato This Land Is Your Land, in omaggio alla drammatica situazione vissuta dai migranti—negli ultimi anni Bearzatti è stato spesso in Africa—e l'artista vi ha usato soprattutto il sax tenore, con il quale ha praticato molteplici stilemi espressivi, senza tuttavia mai perdere il filo della direzione drammaturgica. Meno esplosivo di come ci ha abituati, Bearzatti ha giustamente giocato con timbri e dinamiche, riservandosi in chiusura di suonare contemporaneamente anche il clarinetto, per un finale dal sapore malinconico ed etnico. Bel concerto, che tuttavia sarebbe stato più valorizzato da un contesto più raccolto.

Lo scenario del Cenacolo, con il grande affresco di Taddeo Gaddi dominato dall'Albero della Vita, era invece il contesto perfetto per il concerto di Mirko Guerrini con la pianista australiana Andrea Keller. Com'è noto, da alcuni anni Guerrini si è trasferito in Australia, dove insegna e collabora con musicisti internazionali e locali (clicca qui per leggere la recensione del CD Torrio!, realizzato nel paese dell'altro emisfero). Tra questi ultimi c'è anche l'interessantissima pianista e compositrice che per l'occasione il sassofonista toscano ha portato in tournée in Italia. E ha fatto benissimo, perché il concerto fiorentino è stato una vera rivelazione: composto interamente di brani dei due musicisti, ha confermato le ben note qualità di Guerrini, mostrando anzi la sua piena maturazione come strumentista—a suo agio in tutti gli stilemi e capace di usare con profitto espressivo, senza alcun autocompiacimento, anche quelli più estremi—, e ha fatto scoprire un'artista sorprendente sia come compositrice—il primo brano era costruito sopra alcuni spunti tematici tratti da Wagner—sia come pianista. In questa veste la Keller ha sfoggiato perfezione tecnica, un approccio classico molto composto, ma ha anche a più riprese effettuato scelte espressive imprevedibili, in alcuni casi davvero geniali, che hanno ancor più alzato il livello di una eccellente performance. Un duo dal quale ci aspettiamo documentazioni registrate, una pianista da scoprire—nel suo paese è ben nota e ha al suo attivo vari album—e un ulteriore rimpianto per aver (temporaneamente) perso di vista un talento qual è Guerrini.

La giornata successiva è stata inaugurata dalla rilettura per sax soprano e vibrafono di musiche rinascimentali di Francesco Corteccia, musicista della Corte dei Medici, per opera di Alessandro Di Puccio e Giulio Ottanelli. Un elegante e singolare divertissement cameristico dal sapore latamente jazzistico, adatto alla situazione e al contesto, che si è avvalso della bravura degli interpreti, l'esperto e raffinato Di Puccio e la giovane promessa del sassofono Ottanelli.

Subito dopo, nel Cenacolo, uno dei concerti più attesi: quello dello storico duo composto da Keith Tippett, maestro del pianoforte e icona dell'improvvisazione, e dalla moglie Julie, anche lei personalità di rilievo della sperimentazione fin dagli anni Sessanta. I due hanno dato vita a un concerto improvvisato piuttosto lungo, a dispetto delle condizioni del pianista, che negli ultimi anni ha avuto diversi problemi fisici ma che ciononostante ha suonato in modo incantevole. Nell'ora abbondante di musica si sono susseguiti vari scenari, ora più densi, ora più astratti, con interazione costante dei due protagonisti e con Julie che alternava il canto o i vocalizzi all'uso di percussioni, campanelli e oggettistica varia. Il pianista si è mostrato ancora padrone della tastiera e ha magistralmente giocato con i silenzi e le differenze dinamiche, agendo direttamente sulle corde o modificando le sonorità del piano. Interessante la risposta del pubblico, perlopiù ignaro del tipo di spettacolo, che ha in parte sciamato lasciando spazio ad altri (il numero degli spettatori era rigorosamente controllato e c'era una lunga fila in attesa fuori dal Cenacolo), ma in larga misura ha ascoltato con attenzione e ha al termine tributato ai due un'ovazione.

Anch'essi un po' schiacciati dal concerto dei Tippett, al quale in parte si sovrapponevano, nel Chiostro del Brunelleschi hanno suonato gli Hobby Horse, una delle formazioni più originali della scena nostrana. In questo caso i tre—Dan Kinzelman alle ance, Joe Rehmer al contrabbasso, Stefano Tamborrino alla batteria—hanno fatto un uso particolarmente intenso dell'elettronica (sulla quale agivano tutti e tre), creando scenari sospesi, loops reiterati, aperture dal sapore trascendente, su cui poi intervenivano con gli strumenti—magistrali come sempre un paio di assoli di Kinzelman—e, ancor più spesso, con le voci. Musica ipnotica, in alcuni momenti spiazzante, che si è sposata bene con l'ambiente catturando completamente l'attenzione del vasto pubblico.

A seguire, nel Chiostro di Arnolfo, "Alone Together," progetto del duo di contrabbassi composto da Francesco Ponticelli e Gabriele Evangelista. Organico decisamente inusuale e proposta raffinatissima, che poggiava su una serie di brani—molti, non a caso, di Charlie Haden—ma si sviluppava come un continuo e apertissimo dialogo tra i due musicisti, entrambi tra i più apprezzati interpreti dello strumento oggi sulla scena. Con esiti a momenti molto coinvolgenti, nonostante lo spettacolo fosse piuttosto disturbato dal contemporaneo concerto nell'altro chiostro (chitarra, batteria e voci di Marina Rei e Paolo Benvegnù), la cui intensità dinamica confliggeva con il lavoro timbrico e sulle sfumature dei due contrabbassi. Ma il progetto è piaciuto molto e quasi certamente avrà un seguito.

L'ultimo concerto della giornata—prima della conclusione della manifestazione, all'alba con i Dervisci Rotanti di Galata—si è svolto nel Cenacolo e vedeva Alessandro Lanzoni da solo al pianoforte. Se tre anni orsono, recensendo Diversions, il suo CD in solitudine, scrivevamo di un "passo importante verso una piena maturità che si direbbe tutt'altro che lontana da raggiungere," il concerto in Santa Croce ci ha mostrato che quella meta è ormai stata conseguita. Lanzoni ha infatti offerto una prova strepitosa: un'ora di musica quasi interamente improvvisata, in mezzo alla quale affioravano solo pochi "classici" ("Retrato em branco e preto," "Body and Soul"), con mutamenti continui di scenari e soprattutto di stilemi. E—quasi sentisse nel pianoforte ancora la presenza di Keith Tippett, che ci aveva suonato poco prima (senza però che Lanzoni fossi presente)—il pianista toscano ha a lungo ricercato con grande libertà percorsi in territori inesplorati, a momenti anche lavorando percussivamente, insistendo sulle singole corde o producendo roboanti sfondi che si avvalevano della sala per trasportare gli spettatori in una realtà sonora inattesa. Tranne poi riprendere il filo del lirismo e del discorso narrativo, interpretandolo tuttavia sempre con incessante varietà. Grande concentrazione, perfetto controllo della tastiera con entrambe le mani, per un concerto davvero splendido, con momenti commoventi ed entusiasmanti, di un pianista ormai pronto per una completa affermazione internazionale. Degna conclusione di una rassegna che, oltre alle accattivanti apparenze, mostra ogni anno di avere anche tanta sostanza.

Foto: Eleonora Birardi
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