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Fred Casadei: quello che sto ascoltando

Fred Casadei: quello che sto ascoltando
Vincenzo Roggero By

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1. Charles Mingus, Mingus Plays Piano, (Impulse!, 1964).

Questo è uno dei dischi che amo di più, fonte di ascolto ma, ancora oggi, di studio. Ci sono soluzioni armoniche davvero moderne, ancora oggi, brani come «Myself When I'm Real» potrebbero essere stati scritti oggi... con la differenza che la passione di Mingus è cosa, purtroppo, rara di questi tempi. In questo disco, diversamente dagli altri suoi, secondo me, esce il vero Charles Mingus, la conoscenza della materia, l'energia ma anche il romanticismo, l'uso delle dinamiche, il tocco.

2. Stefano Maltese, The Lion Is Dreaming (Labirinti Sonori, 2008).

In questo disco ci sono tre dei miei musicisti preferiti di sempre, oltre Maltese, Antonio Moncada e Keith Tippett. È un lavoro che amo particolarmente perché in questo disco, più che in altri, Maltese, attraverso i suoi arrangiamenti, riesce a far suonare un piccolo gruppo come un orchestra e, nonostante soluzioni melodiche e armoniche avanzate riesce a toccare vertici di lirismo e poesia assoluti.

3. Sophia Domancich, La Part Des Anges, (Gimini Music, 1997).

L'importanza di questo disco è una conseguenza dell'incontro fatto con Sophia diversi anni fa. Ho amato subito il suo approccio profondo, scavare nelle composizioni ma spesso dando ampio respiro alla musica e, quasi sempre, con un alone romantico alla materia musicale. Inoltre, grazie a questo disco, ho potuto approfondire il modo di suonare, l'approccio di Paul Rogers al contrabbasso, una persona che ha completamente stravolto la mia concezione sullo strumento.

4. Roscoe Mitchell, The Day and the Night (Dizim, 1997).

Per quanto mi riguarda potevo prendere un disco qualsiasi di Mitchell, è una figura così enorme che lo spessore del suo lavoro è ovunque, nei suoi dischi. Sono, però, particolarmente affezionato a questo perché mi ricorda un meraviglioso concerto, proprio con questo trio. Basterebbe ascoltare solamente il brano di apertura per capire la grandezza di certi lavori, si ascolta musica improvvisata, orientale, africana, contemporanea... o semplicemente Musica con la M maiuscola? Quello che mi piace è il senso di struttura, tipico di Mitchell, pur con un ensemble così ridotto e scarno... non manca nulla. Un genio.

5. Henry Threadgill, Song Out of My Trees (Black Saint Records, 1994).

Threadgill ha questo suo spiccato senso lirico in tutto quello che fa, si trova praticamente in tutti i suoi lavori. In questo disco, poi, l'impasto timbrico è pazzesco, basti pensare ad un brano come «Grief» in cui dialogano voce, fisarmonica, violoncello e il suo sax alto, urlato, pieno di passione, suonato come volesse urlare al mondo la sua necessità artistica. Mi piace citare questo disco anche per poter ricordare la figura di Bonandrini, produttore di questo lavoro, personaggio che, oggi in Italia, è praticamente impossibile da trovare.

6. Marilyn Crispell, Louis Moholo-Moholo, Sibanye (Intakt, 2008)

Questo disco mi commuove ogni volta. Ci sono momenti molto intensi, anche come dinamiche.. ma spesso sfociano in una poesia che, raramente, ho trovato nella musica improvvisata. Il dialogo tra i due non cede mai, senza compromessi, non di rado con una grazia assoluta, un esempio è il brano « Journey ». La cosa che fa di questo disco un capolavoro è che i due cantano, attraverso piano e batteria, con una intenzione che arriva, davvero, dalle radici della musica. E parlo della musica in generale, non jazz, improvvisata, ecc.

7. Marco Colonna, Agusti Fernandez, Birth of Shapes (Bandcamp, 2016).

Ascolto spesso Marco Colonna, musicista di notevole spessore artistico e umano. Qualsiasi strumento suoni puoi sentire e percepire il suo linguaggio, così come in questo disco che ho scelto. La musica in questione non ha paura della melodia, sembra spesso che chi suona la cosiddetta "musica improvvisata" abbia il divieto della melodia. Marco è di un lirismo gigantesco coadiuvato dal pianismo enciclopedico di Fernandez, la respirazione circolare ed il piano preparato, angoli di musica cameristica, la passionalità di certa black-music fanno di questo disco, per me, un lavoro di grande levatura.

8. Keith Tippett, The Nine Dances of Patrick O'Gon (Discus Music, 2017).

Trovo che questo disco sia una vera e propria summa del pensiero artistico di Tippett. Vi si trovano i classici arrangiamenti di questo grande pianista contemporaneo, i suoi guizzi, il suo senso blues alla propria musica, il saper scegliere sempre il momento giusto. Trovo sia una grande lezione di musica moderna, nel senso ampio del termine.

9. Eric Dolphy, Out to Lunch (Blue Note, 1964).

Dolphy è, per me, una figura importantissima, sia per gli ascolti che come fonte di studio. Questo disco è un capolavoro assoluto, idee avanzatissime e arrangiamenti fuori da ogni schema dal jazz di quegli anni. Non per ultimo il suono, scaturito dalla maestria di un personaggio come Rudy Van Gelder.

10. John Coltrane, Live at Village Vanguard (Impulse!, 1962).

Potrei citare diversi album di Coltrane, penso a A Love Supreme ad esempio, ma questo disco è un lavoro al quale sono molto affezionato, ore e ore passate ad ascoltarlo e studiarlo. In questo concerto trovo molte cose che piacciono, il respiro, la pesantezza delle note, l'esplorazione della composizione. Uno dei dischi che amo di più in assoluto che spesso gira nel mio impianto.

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