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Franco D'Andrea uno e trino

Franco D'Andrea uno e trino
Giuseppe Segala By

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La pubblicazione del triplo CD con i concerti registrati al Parco della Musica di Roma, offre l'occasione per una chiacchierata con Franco DAndrea, che partendo da questo lavoro, un vero autoritratto provvisorio, si racconta con generosità sulla soglia del suo settantacinquesimo compleanno e dall'alto del suo mezzo secolo abbondante di attività artistica.

All About Jazz Italia: Iniziamo dai concerti al Parco della Musica, sfociati nel triplo CD Three Concerts? Come si è svolta la cosa?
Franco D'Andrea: Quando mi furono proposti i tre concerti con la formula della "carta bianca" al Parco della Musica di Roma, ho immaginato di documentare la mia attività passando attraverso diverse densità di organico strumentale: dal trio inedito con Dave Douglas e Han Bennink, al sestetto, al solo di pianoforte. Fin dall'inizio c'era l'intenzione di documentare i concerti con una pubblicazione, ma si pensava a una selezione. Le mie ambizioni non erano di arrivare a un triplo CD, cosa che non ha precedenti nella mia discografia. L'idea di base non era finalizzata alla registrazione, bensì alla musica dal vivo: abbiamo suonato con l'intenzione del concerto.

Non si sapeva cosa ne sarebbe scaturito ed è stata una fortuna che tutto sia andato talmente bene, sotto ogni punto di vista, da arrivare alla pubblicazione integrale. Devo ammettere che tale era l'intenzione di Roberto Catucci, il direttore artistico dell'etichetta Parco della Musica, che dunque aveva predisposto tutto con la massima meticolosità. Dal mio punto di vista, mi piace l'idea del live vero. Ritengo sia il giusto modo di affrontare le cose, se vuoi documentare la musica: la registrazione dal vivo che ripropone fedelmente la musica come si è sviluppata.

AAJI: Con il sestetto, e naturalmente con il quartetto, avevi già sviluppato in profondità la forma dialogica e interlocutoria della tua concezione musicale. Ho assistito al varo di questo capitolo, nel 2011, documentato tra l'altro nel CD Traditions and Clusters (El Gallo Rojo) e devo dire di essermi stupito per la facilità con cui tutto è accaduto.
F.D'A.: Con il sestetto l'affiatamento è forte e il lavoro è stato agevole. Il mio modo di fare musica prevede più soluzioni e ormai da dieci anni lavoro senza un programma, senza una scaletta. I musicisti suonano in un contrappunto perpetuo, che si raggruma in arrangiamenti e approdi tematici scaturiti dal lavoro collettivo. Alcuni episodi trovano sviluppo e condivisione, altri restano inespressi. Ci possiamo prendere il tempo necessario per passare da un brano all'altro. All'inizio di un concerto abbiamo le nostre carte, ma non c'è ancora una storia. Siamo fiduciosi che ciò accadrà, abbiamo sviluppato un modo di fare musica che permette di imboccare strade diverse, direzioni diverse.

AAJI: Come hanno lavorato Douglas e Bennink su questa concezione?
F.D'A.: Ho cercato di applicare la stessa logica al trio, il cui catalizzatore di energia è senza dubbio Han Bennink. Dave è una personalità più riflessiva, ma è un grandissimo nel dominare la forma, dunque anche in questo contesto è capace di immaginare uno svolgimento coerente. Ciò ha costituito un aiuto importante.

AAJI: Vuoi ricordare come hai conosciuto Bennink e Douglas?
F.D'A. : Al momento del concerto, nel marzo del 2014, conoscevo ambedue in modo sufficiente per creare insieme qualcosa. Con minimi mezzi, ma con la possibilità di utilizzarli al massimo grado. Con pochi materiali sei portato a andare più in profondità: le cose che hai in mano ti costringono a lavorare. La prima collaborazione con Han era stata in occasione del concerto agli Itinerari Jazz di Trento, nel 2011, quando lui si affiancò al trio con Mauro Ottolini e Daniele D'Agaro. Ci furono poi altri concerti, che ci diedero l'occasione di conoscerci meglio. E di porre le radici di questa collaborazione: ormai sapevamo quello che avevamo in mano, ci conoscevamo come musicisti e come uomini.
Con Dave ci conoscemmo al Festival di Merano, in occasione di un concerto del 2009, con la sua Brass Ecstasy. Da quel momento è iniziato un denso contatto musicale: l'anno successivo lo abbiamo invitato a Merano per la masterclass alla Mitteleuropean Jazz Academy e ho conosciuto altri aspetti della sua personalità. Durante i laboratori io faccio il punto ogni mattina, con gli allievi e i docenti che vogliono partecipare, del lavoro da me svolto il giorno precedente. Lui si mostrò interessato alla cosa, e un mattino si presentò per primo all'appuntamento.
Era curioso di vedere come lavoravo nell'insegnamento e che tipo di musica ne scaturisse. Quell'anno mi concentravo sulle aree intervallari e avevo preparato un pezzo per mostrare come comportarsi in certi casi. Da un alunno mi arrivò una domanda: a quale musicista americano mi ero ispirato. Prima che io rispondessi, Douglas disse con prontezza: "Questa è la musica di Franco D'Andrea."

AAJI: Dunque Douglas manifestava un'attenzione particolare alla tua musica...
F.D'A.: Dave aveva intuito qualcosa della musica che andavo costruendo. Dimostrava l'umiltà del musicista che cerca sempre gli stimoli attorno a sé.

AAJI: Ricordo tra l'altro la concentrazione profonda con cui osservava quello che facevi durante una jam session. Questo atteggiamento ha facilitato la vostra collaborazione.
F.D'A.: Abbiamo maturato una situazione con lui in qualità di ospite del mio quartetto con Andrea Ayassot, Aldo Mella e Zeno De Rossi. In questo contesto si è inserito sempre meglio, con l'umiltà del grande musicista. Durante un concerto eravamo alloggiati in stanze attigue e mi stupii di sentire con quanta meticolosità studiava un mio motivo. È entrato lentamente nella dimensione della mia musica, per tanti versi lontana dalla sua concezione. Ma poi ha saputo interpretarla con pregnanza e intelligenza.

AAJI: Vogliamo cercare di definire l'essenza della tua musica?
F.D'A. : Direi che si può sintetizzare come la tendenza a un perpetuo contrappunto improvvisato tra i musicisti. Si conosce la struttura generale e all'interno di questa ognuno pensa con libertà a tutti i parametri: timbro, spazialità, intervalli e motivi, ritmo, metro, poliritmie... Naturalmente con grande attenzione all'improvvisazione estemporanea, all'ascolto reciproco. Ognuno conosce bene i materiali, gli spunti melodici e ritmici, ognuno è in grado di reagire a quello che fa l'altro, accettando e sviluppando oppure lasciando perdere.
Ogni musicista sente l'aspetto che più gli è affine: ad esempio Mauro Ottolini lavora spesso sugli effetti e sui colori, con sordine e altri marchingegni. La ricerca comune è quella di dare una coerenza all'insieme. Tutto va a comporre questo mondo in movimento. La cosa si è realizzata bene anche con Han e Dave.

AAJI: Nella tua presentazione al libro di Claudio Sessa pubblicato quest'anno, Improvviso Singolare (il Saggiatore), dichiari il tuo amore per il jazz: "Jazz è la parola magica che apre i rubinetti della mia psiche e del mio cuore." Una sintesi tra psiche, cuore e razionalità. Come avviene tale connessione, nella tua musica?
F.D'A.: Vorrei ricordare un concetto che ho appreso da Rita Levi Montalcini: la nostra corteccia cerebrale, la parte del ragionamento, va abbastanza veloce; ma il meccanismo legato alle emozioni procede in modo più lento. Per me questa cosa sintetizza ciò che accade nel mio lavoro: posso immaginare in modo veloce ciò che voglio, ma perché tutto arrivi al cuore ci vuole tempo. Altrimenti la cosa non funzionerà.
Sono due tempi diversi, che vanno aiutati a maturare. Ci credo molto, perché ho sperimentato questo meccanismo tante volte. Il funzionamento non è legato solo all'aspetto razionale, matematico, ma anche a quello umano, delle emozioni. Per questo i miei gruppi durano a lungo, anche se con tante vicissitudini, con tante cose diverse. Per ogni gruppo c'è voluto tempo. Il gruppo-nocciolo, il quartetto, è in attività da diciotto anni. Un'equipe di musicisti che lavorano su una serie di strutture conosciute, di consuetudini che si vanno sempre più consolidando, ma che nel contempo si aprono verso soluzioni nuove.

AAJI: Stai però lavorando anche su altri organici strumentali. Per esempio il trio con un Dj: come ci sei arrivato?
F.D'A.: Tra febbraio e marzo uscirà il disco con Dj Rocca e Andrea Ayassot. Siamo a buon punto: abbiamo mixato tutto. Il materiale è stato registrato in tre momenti diversi, due a Roma e uno in concerto a Correggio. L'incontro con Dj Rocca è stato casuale, nel pomeriggio del concerto a Roma con Dave e Han. In quell'occasione si teneva un concorso organizzato da Federico Scoppio, in cui erano stati selezionati alcuni Dj che avevano elaborato un mio breve frammento per pianoforte: un minuto e mezzo di musica. In quell'occasione mi resi conto di come il mondo dei Dj fosse ricco di personalità interessanti, raffinate, consapevoli.
Tra i partecipanti, mi colpì in modo particolare il lavoro di Dj Rocca. Mi fu chiaro che aveva una musicalità spiccata, era creativo e sapeva quello che faceva. Il suo lavoro sul ritmo era variegato e aveva un gusto particolare per le dinamiche e i timbri. Ho scoperto poi che lui conosceva il jazz, in particolare il Miles Davis del periodo elettrico: dunque c'era una base comune su cui intendersi. Ci pensai per un paio di mesi, poi parlai con lui.

AAJI: Come avvenne il coinvolgimento di Ayassot?
F.D'A.: Inventare una situazione nuova era interessante, e mi sembrava che l'apporto di Andrea fosse ideale: è una persona profonda, riflessiva. Ha capito che la cosa poteva avere un senso. Dalle prove si è passati al primo concerto, e la cosa iniziò a maturare. Si suonavano cose attinenti a ciò che faccio, ma con un assetto timbrico diverso.
È stata una scommessa, ma ne valeva la pena: entrare nel mio mondo è complicato, si va verso l'inesplorato. Il sistema migliore per procedere è registrare i concerti, poi esaminarli, discutere. Questo aiuta a capire perché la musica ha funzionato in un certo modo. La situazione era inesplorata anche per me, ma non ho mai demonizzato l'elettronica. C'era l'idea del Perigeo, una cosa però molto diversa. Ora questa esperienza ha preso un senso all'interno della mia musica.

AAJI: A proposito di trio, stai lavorando anche sull'organico classico con contrabbasso e batteria.
F.D'A.: Anche questa è stata una sfida. La problematica è sempre quella di fare qualcosa di diverso, senza buttare la tradizione. Per la mia musica ho sempre usato i fiati. In precedenza, con il trio classico ho percorso strade più attinenti alla tradizione, tranne nell'episodio con il Modern Art Trio, dove però la tavolozza strumentale si allargava con l'utilizzo del sax soprano da parte mia e della tromba da parte di Franco Tonani.
Con il nuovo trio, che coinvolge due musicisti ben rodati alla mia musica come Aldo Mella e Zeno De Rossi, ho voluto intraprendere nuovi percorsi, approfondendo il lavoro sui timbri e sull'effettistica. Aldo lavora in modo molto interessante con l'archetto e Zeno è uno specialista della varietà timbrica. Ho stimolato i musicisti ad andare verso quella direzione: più piccolo è il gruppo, più deve ampliare le proprie capacità timbriche. Da questo si parte per costruire un dialogo credibile, attraverso il lavoro contrappuntistico in cui ogni strumento è autosufficiente, non è legato a una funzione particolare. Questa la novità del trio, con il quale ho già registrato parecchio materiale: brani miei o improvvisati, con strutture eteree, astratte.

AAJI: Stringiamo ancora l'obiettivo e arriviamo al solo di pianoforte. Con il concerto pubblicato nel triplo CD hai raggiunto una sintesi mirabile...
F.D'A.: Direi semplicemente che sono contento di far sentire su disco un vero solo-live di pianoforte. Sottolineo ancora che ho suonato veramente per il pubblico, non pensando alla pubblicazione dei CD. Il disco è un tipico esempio di quello che succede a un mio solo di pianoforte. Il ventaglio di cose che tocco è completo. Un disco che mi è caro, proprio perché è in un contesto live assoluto. Vado a cercare ovunque: astrazione, poliritmia, ostinati, cose arcaiche utilizzate con attenzione particolare al colore.
Anche in questo caso uso il mio tipico sistema, con brani che rappresentano qualcosa della mia storia, toccando Ellington, Monk, Gershwin. Anche qui parto da momenti di libertà assoluta, che approdano a motivi ben conosciuti e amati, che prendono forma in modo sempre differente. Un sistema che utilizzo da decenni e che finalmente anche con i gruppi ora funziona in modo fluido, spontaneo. Anche qui ci sono stratificazioni temporali di stili diversi. È una situazione matura di pianoforte solo. Lo potrei sottoscrivere: è la fedele fotografia di ciò che è la mia musica.

AAJI: A proposito: vogliamo dedicare due parole a Monk?
F.D'A. : Thelonious Monk per me è la prova provata che il jazz è qualcosa di coerente. Ha saputo pensare nella tradizione più profonda e nel contempo fare cose talmente avanzate, che ancora oggi devono essere pienamente comprese. Ha coniugato l'arditezza con un'incredibile conoscenza della tradizione, ed era ben consapevole e fiero di questo. Mi ci ritrovo molto, perché è emblematico di tutto il jazz: una musica ricca di influenze, aperta al contatto con altre culture musicali, che unisce cose molto lontane, però mantiene un filo rosso di coerenza con la propria storia.

AAJI: Parlando di Douglas, hai ricordato la tua esperienza di direttore dei corsi estivi dell'Accademia Mitteleuropea di Jazz a Merano, tua città natale. Insieme ad altre occasioni didattiche importanti, hai così modo di monitorare costantemente il polso delle nuove generazioni nei riguardi del jazz. Cosa ci puoi dire?
F.D'A. : L'esperienza a Merano, nata con l'iniziativa di Ewald Kontschieder, è partita nel 2002. Nel corso di questo lungo periodo, ho avuto modo, più che in altre situazioni didattiche, di vedere cosa significa insegnare a ragazzini molto giovani. A Merano abbiamo alunni di ogni età, ma è notevole in percentuale la presenza di giovanissimi, anche sotto i dieci anni. È interessante il loro punto di vista: quando vengono in contatto con il jazz e l'improvvisazione, si tuffano. Come si può pensare che da un laboratorio escano due batteristi, di nove e dieci anni, che stupiscono perfino Mike Mainieri? Tra i seminari più seguiti ci sono quelli che riguardano gli aspetti ritmici e poliritmici: uno dei nostri insegnanti si occupa di queste cose, con risultati spesso sorprendenti.
A Merano è interessante pure la coesistenza di due etnie, italiana e tedesca: in questo senso la musica svolge un grosso lavoro di coesione. Sono stupito di come la cosa è cresciuta, con un vero e proprio salto di qualità negli ultimi dieci anni. Il jazz è una musica che si adatta bene alla didattica: non costringe a stare in una situazione di stress continuo, sviluppa piuttosto la gioia, la libertà. Ma costringe bensì a un impegno costante, all'attenzione nei confronti di chi opera con te. Il jazz è partito come sintesi, e tende sempre alla sintesi, all'incontro di esperienze diverse. È senza dubbio il fenomeno più importante emerso nelle arti del Novecento. Ha un enorme potenziale di comunicazione. Oggi in Italia abbiamo tanti giovani musicisti molto bravi: li esportiamo addirittura.

AAJI: Nei corsi di Merano avete ospitato per le masterclass grandi artisti. Quest'anno c'è stata la presenza di Norma Winstone. Spicca poi il nome di Roswell Rudd. Cosa ci puoi dire dell'esperienza con lui?
F.D'A.: Ai seminari la presenza ogni anno di un grosso personaggio è diventato un punto fermo. Rudd ha rappresentato un picco di questa esperienza. Alla fine del suo seminario, sono rimasto fulminato da quello che ha fatto con i ragazzi. Il saggio finale della sua classe è stato un vero concerto di alto livello. Con ognuno dei musicisti intervenuti negli anni i ragazzi hanno preso confidenza, hanno percepito che nel jazz esistono personalità molto diverse, ognuna con una propria identità, ma con un'eredità in comune. Nei corsi gli allievi affrontano non solo il rigore dello studio, ma anche la varietà di mondi diversi, che si conoscono a vicenda, si fondono pur mantenendo la propria identità. Questo dà la misura di come questa musica possa essere davvero ricca. Se continuiamo a lavorare con queste cose, c'è ancora da divertirsi per qualche secolo.

Foto:
Luciano Rossetti.

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