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Forma e Poesia nel Jazz 2019

Forma e Poesia nel Jazz 2019
Giuseppe Segala By

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XXII Forma e Poesia nel Jazz
Exma
Cagliari
26-29.9.2019

La passione e la tenacia di Nicola Spiga hanno condotto il festival cagliaritano Forma e Poesia nel Jazz fino alla ventiduesima edizione: traguardo ragguardevole per un'iniziativa che si regge sulle forze di un piccolo nucleo di persone. Quest'anno il festival ha presentato un programma centrato sulla scena italiana, con un nutrito drappello di artisti affermati e alcuni giovani emergenti. Nella cornice del festival, non mancavano poi le proposte collaterali di interesse, come le lezioni-conferenze di Enrico Merlin, la mostra Saxophobia, abbinata alla conferenza-spettacolo Saxappeal, a cura di Attilio Berni, il trekking alla Sella del Diavolo, l'incontro Musica e inclusione, che ha coinvolto persone non completamente autonome.

La nuova collocazione delle serate nell'area dell'Ex-Mattatoio cagliaritano (ora spazio espositivo e musicale denominato EXMA) si è dimostrata efficace, sia sotto il punto di vista acustico che per la cornice suggestiva, supportata dal tempo davvero gradevole nel fine-settimana di programmazione. Tra i giovani invitati, spiccava nel cartellone il trio Horn della contrabbassista romana Federica Michisanti, balzata lo scorso anno all'attenzione con il suo CD Silent Rides. In scena era lo stesso progetto, impostato sulle composizioni della Michisanti, con Francesco Lento alla tromba e Marco Colonna al clarinetto basso, in sostituzione di Francesco Bigoni, che compare nel disco citato.

Si trattava della prima esibizione con Colonna, sulla soglia di un tour che ha poi portato il trio in Africa, in sette date. Il clarinettista (e polistrumentista) romano non ha avuto difficoltà a inserirsi nelle composizioni della Michisanti, che sviluppano fitte trame con la nitidezza di filigrane, ricordando per certi versi la musica fluida ed esplorativa dei trii di Jimmy Giuffre a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Uno svolgimento guidato con piglio autorevole dalla leader, assorto e concentrato, ricco di intrecci in contrappunto, di respiro, cui non mancano momenti di intenso lirismo. L'apporto di Colonna ha orientato la gamma timbrica su registri più gravi, intavolando interessanti contrasti con la sensibile tromba di Lento.

L'edizione 2019 del festival dava spazio alle donne, presenti come leader in tre serate su quattro. Due concerti erano centrati sulla dedica a significative figure femminili. In primo luogo, l'omaggio di Maria Pia De Vito a Joni Mitchell, che risale al 2003 ed è poi stato pubblicato nel CD So Right del 2006, con Danilo Rea al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria. Il progetto, ribattezzato da qualche tempo Around Joni, ha trovato nuovo vigore nel trio con lo stesso Pietropaoli e Julian Oliver Mazzariello al pianoforte.

Il lavoro è alimentato dalla De Vito con intensità emotiva, espressiva, umana. C'è la ricerca di una simbiosi profonda, che arriva a toccare certe inflessioni vocali e certi timbri tipici della cantautrice canadese, senza che per questo siano messi in ombra il fraseggio e il temperamento della nostra interprete. Spiccano le interpretazioni di "Harlem in Havana," dello splendido "Answer Me, My Love," di "Both Sides Now" (con un solo rimarchevole di Pietropaoli), di "God Must Be a Boogie Man," tratto dal memorabile disco che la Mitchell dedicò nel 1979 a Charles Mingus. La sintonia con il contrabbasso di Pietropaoli è profonda e spesso determinante, le pennellate espressive di Mazzariello sono ricche di sfumature.

Il concerto della pianista di origine siciliana Sade Mangiaracina è imperniato sul suo ultimo CD, Le Mie Donne, pubblicato da Tǔk Music, dove troviamo tra l'altro gli omaggi a Coco Chanel, Rosa Parks, Frida Kahlo, Malala Yousafzai. Nel concerto di Cagliari, in cui la pianista era affiancata da Salvatore Maltana al contrabbasso e Gianluca Brugnano alla batteria, non è mancato il tributo a un grande uomo come Nelson Mandela, con due episodi contrastanti che si affiancavano su metri differenti.

La musica della giovane pianista è assertiva, coesa, fatta di linee che si stratificano, rafforzandosi vicendevolmente. Frequenti sono gli ostinati, sostenuti dal tocco luminoso, solare della leader, il cui stile si pone sulla traccia di Esbjorn Svensson e delle formazioni europee che hanno fatto di lui un modello. Musica piacevole, le cui aperture liriche introducono tinte calde e sfumate, un clima espressivo mediterraneo.

Restiamo nella sfera degli omaggi al mondo femminile, pur con un leader al maschile: nel concerto del quartetto di Stefano di Battista, in scena con Andrea Rea al pianoforte, Dario Rosciglione al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria, si sono ascoltati il delizioso swing francese del brano "Coco Chanel" e "Madame Lily Devalier," inseriti tra l'altro nell'album del 2011 Woman's Land, dello stesso sassofonista romano. Nel concerto ha poi fatto capolino una significativa citazione del celebre "Naima" di Coltrane, collocato in cadenza finale a un "Invitation" preso con tempo sostenuto e spericolato.

Dedicandosi in particolare al soprano, Di Battista ha sfoderato la sua vena più istrionica, ben assecondato dal pubblico, attraversando tutta la platea sulle note di "Mack the Knife," scherzando con gli spettatori e spingendo una coppia alla danza. Un concerto senza dubbio estroverso, ricco di spirito ed energia, con omaggi alla musica di Pino Daniele e Lucio Dalla, ricco di citazioni (da "Naima," appunto, a "'O sole mio"), ma pure di frammenti e disegni melodici raffinati, inseriti nel tessuto con naturalezza.

Gli organici di trio classico, con pianoforte, contrabbasso e batteria, hanno fatto la parte del leone nelle formazioni strumentali: oltre a quello citato di Mangiaracina, si sono ascoltati nel concerto d'esordio della prima serata, con la formazione di Julian Oliver Mazzariello, e in quello che ha chiuso la terza serata, con The Italian Trio di Dado Moroni, Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto. Questi ultimi, strano a dirsi, sono riuniti in tale forma di trio solo da poco tempo, nonostante si frequentino da una quarantina d'anni come formazione ritmica in vari contesti. Naturalmente, la loro è un'intesa ben salda, al punto che rischia di scivolare nella routine.

Lo splendido stato di grazia di Moroni e la voglia reciproca di mettersi comunque in gioco, ha glissato quel pericolo, e il trio si è mosso con sinuosa energia felina, affrontando tra l'altro in modo pregnante tre brani di Monk, tra cui abbiamo apprezzato in modo particolare "Ask Me Now" ed "Evidence," poi presentando brani degli stessi componenti, concludendo infine con un delizioso bis, in cui il celebre "Li'l Darlin'" era sviluppato senza amplificazione, mettendo in risalto i sottilissimi e formidabili contrasti dinamici.

Il trio di Mazzariello, con Daniele Sorrentino al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria, è decisamente orientato su un versante energetico, dove a volte prevale una saturazione che avrebbe necessità di maggiori episodi lirici e rilassati, di più respiro dialettico tra densità e rarefazioni. Pur apprezzando la coesione del trio, abbiamo potuto stimare con maggiore completezza le qualità del pianista nel concerto successivo, al fianco della De Vito.

Focalizzato in buona parte sulla scena romana, il cartellone di Forma e Poesia nel Jazz ha presentato nel suo concerto finale un quartetto con il pianista Luca Mannutza e il sassofonista Max Ionata, due musicisti che, pur essendo rispettivamente di origine cagliaritana e abruzzese, operano da molti anni in quel contesto. Insieme a loro, il contrabbassista veneziano Lorenzo Conte e il batterista Joris Dudli, svizzero ma attivo a Vienna. Il loro concerto si è appoggiato su un mainstream moderno, raffinato ma spesso prevedibile, arricchito dalla versatilità stilistica ed espressiva di Mannutza e dal vigore timbrico di Ionata.

Lo abbiamo lasciato per ultimo, ma è stato certamente uno dei concerti più interessanti del festival cagliaritano: quello con il duo che vedeva Gianluca Petrella al trombone ed effetti elettronici e Pasquale Mirra al vibrafono. Il duo, formatosi nell'estate, è rodato da una mezza dozzina di concerti, e già è ben focalizzato nelle proprie coordinate e nelle dinamiche interne. Si fonda su atteggiamento esplorativo, ampio uso di poliritmi, disegni melodici spesso brevi che portano a ostinati da cui scaturiscono interventi in solo pregevoli e variegati.

Il tutto immerso in una ricerca timbrica ad ampio raggio, supportata dall'elettronica, ma anche dalla fantasia percussiva e coloristica di Mirra sulle lamelle e dall'emissione vibrante, in costante fermento di Petrella. Anche il trombonista si avventura in un lungo giro nella platea, gioca con gli echi dell'edificio alle spalle del palco e con le sonorità dell'ambiente, mentre il vibrafono scandisce un fitto ritmo martellante, di umore africano.

Meritano un cenno, infine, gli interventi di Enrico Merlin e di Attilio Berni. Il primo ha condotto una serie di conferenze per tutti i quattro giorni del festival, focalizzando l'attenzione su un anno topico per il jazz come il 1959, con inquadramenti storico-critici e dettagliati, coinvolgenti commenti all'ascolto. Alla base, la sua recente, impegnativa pubblicazione Miles Davis 1959 -A Day-by-Day Chronology, ma non solo. Tra le pietre miliari di quell'anno, oltre a Kind Of Blue, il musicologo ha presentato e analizzato brani da Jazz In Silhouette di Sun Ra, The Shape of Jazz to Come di Ornette, Giant Steps di Coltrane, Mingus Ah Um, Time Out di Brubeck.

Berni, accanto alla esposizione di sassofoni storici e rari, scelta dalla sua vasta e inestimabile raccolta, ha raccontato la travagliata storia di Adolphe Sax e dello strumento da lui ideato, e in un successivo incontro ha tracciato l'adorabile vicenda del sax come strumento evocatore di sensualità ed erotismo nel cinema. Il tutto condito con deliziosi interventi musicali dello stesso esperto-collezionista, che ha spesso fatto ascoltare la voce di strumenti rari e inconsueti.

Foto: Flavia Matta.
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