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Ken Hatfield Sextet: For Langston

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Langston Hughes (1902-1967), poeta e scrittore statunitense, animatore del cosiddetto Harlem Reinassance (movimento pilota del riscatto dell'identità culturale afro-americana) è stato una delle voci più importanti della letteratura americana del Secolo scorso. Democratico, anticapitalista, autore sociale ed intimista al contempo, si dice che ai tempi dell'università amasse trascorrere le sere scrivendo poesie nei locali dove si faceva buona musica, per lo più jazz e blues. Gli sarebbe quindi piaciuto questo For Langston, concept album (o jazz song cycle, mutuando l'espressione dalla musica classica) del chitarrista e compositore Ken Hatfield, che con un sestetto sofisticato mette in musica i versi del poeta. Il rapporto tra l'estetica di Hughes ed il jazz, al di là delle passioni musicali giovanili del poeta, è già stato osservato e teorizzato da molti, che ritrovano nelle sue opere letterarie quel quid identificativo della presa di coscienza artistica "nera" ispirazione dei grandi jazzisti afroamericani; un omaggio totale come questo di Hatfield sancisce definitivamente il legame, al punto che Langston si ritrova "paroliere" di ben tredici canzoni da suonarsi, cantarsi ed ascoltarsi in rigoroso ordine di presentazione.

Hatfield, da anni apprezzato musicista e compositore (principamente di jazz, ma si è cimentato in diversi generi, dalla composizione classica alla musica da ballo), è un grande appassionato di letteratura, e trova nei versi di Huges terreno fertile per un lavoro preparato meticolosamente, carico di suggestioni e di vitalità. Nel musicare le poesie, Hatfield si riallaccia ad una tradizione molto corposa (pensiamo al successo di tale usanza in Francia o ancora alla nota liaison tra movimento beat e certa musica giovanile di ribellione), ma innestare il jazz in testi poetici è una sfida impegnativa, dal risultato in questo caso riuscito e piacevole, grazie ad un sestetto che Hatfield riesce a far funzionare sul terreno non semplice della canzone: voce, flauto, chitarra, contrabbasso, percussioni, batteria.

Atmosfere "retro," potremmo dire anni Venti, come spiega lo stesso autore: la sua composizione nasce guardando alle dinamiche di una dixieland band e al rigore strutturale di un quartetto d'archi (e qui emerge la solida preparazione classica del compositore), aumentato con percussioni e batteria. Ecco quindi che gli arrangiamenti, la notevole costruzione armonico-melodica in cui di fatto risiede la forza di questo lavoro, sono sempre guidati dal dialogo sottile tra la base ritmica, costruita su basso e percussioni, e lo scambio voce-flauto, il tutto coordinato da una chitarra sempre azzeccata, presente ma non invadente.

Hatfield è un jazzista puro, e anche se si cimenta sul sentiero duale della canzone (deve vedersela con i testi, che potenzialmente contendono centralità alla musica), non dimentica la linfa vitale del jazz, ovvero l'improvvisazione: presente, studiata rigorosamente per gestire le dinamiche di un'ensamble corposa ed eterogenea, mette alla prova la bravura di musicisti sempre all'altezza; dalle doti tecniche ed interpretative della vocalist Hilary Gardner (solida preparazione lirica convertita felicemente al jazz), alle lineed di basso pulite e perfette del contrabbassista Hans Glawischnig, senza dimenticare la padronanza alle sei corde dello stesso Hatfield, che spesso si cimenta in una serie di brevi assoli, non di rado accompagnati dal flauto (che funge da voce co-primaria).

Apre il lavoro un brano strumentale, che individua le linee guida della fatica, ovvero tutto il mondo sonoro costruito nelle canzoni tra la linea melodica della voce e la ritmicità del contrabbasso. Tutti gli ingredienti ed il potenziale creativo del gruppo (ogni musicista trova il proprio "spazio sonoro" senza sacrificare l'approccio corale) trovano conferma nelle canzoni: dal "vecchio blues" di "I Don't Believe in Titles" alla malinconica "Lonely Nocturne", storia di un ritorno in una casa vuota (che Hatfield riesce a musicare rafforzando con espressione la delicata potenza espressiva dei versi).

In "Time of Silver Rain," Hatfield regala il ruolo di star al flauto dell'impeccabile Jamie Baum, mentre "Song of the Revolution" è certo un pezzo emblematico per la poetica di Huges (un pezzo "politico," così come "Poem to a Dead Soldier"), che Ken trasforma quasi in una marcetta e dove un flauto dalle suggestioni trovatoriali sottolinea un breve ma indovinato assolo del chitarrista. "Convent/Silence" (che nasce dall'unione di due testi diversi di Huges) suggerisce, come da titolo, quiete e tranquillità, ricostruite con l'invenzione di un gioco di piatti (ecco quindi che la batteria può essere paradossalmente anche accenno di silenzio). Percussioni e batteria (affidati a Steven Kroon e Jeff Hirshfield), pensati non solo per riempire la base ritmica ma per costruire di fatto l'arrangiamento, anche nella bella "Silent One". Per "Jazzonia" (titolo che "quadra il cerchio," un po' come "Dream Boogie") forse scelte melodiche più scontate ma un risultato ritmicamente convincente.

Un disco da ascoltare tutto di un fiato, come si conviene ad un concept album o ai capitoli di uno stesso libro, per un poeta, Langston Hughes, da rileggere, e un musicista, Ken Hatfield, da tenere d'occhio.

Title: For Langston | Year Released: 2013 | Record Label: Arthur Circle Music

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