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Fonterossa Day #3 a Pisa

Neri Pollastri By

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Fonterossa Day #3
Pisa
Teatro Sant'Andrea
09.04.2017

È giunto alla terza edizione il Fonterossa Day, organizzato a Pisa presso il suggestivo Teatro S. Andrea attorno all'omonima etichetta indipendente, creazione di Silvia Bolognesi, che è poi anima anche di questo vivace e gioioso minifestival.

Come gli altri anni (leggi le recensioni della prima e della seconda edizione) l'evento si è svolto dalla metà del pomeriggio fino a notte, con una serie di eventi gratuiti e due concerti a pagamento nel dopo cena, che non erano però solo eventi singoli, ma anelli di quella catena sociale che lega la comunità di artisti che rende viva l'etichetta e che ha ramificazioni anche fuori di essa. E se lo scorso anno al centro della giornata c'era l'omaggio a Lawrence D. “Butch” Morris, con una conduction della Bolognesi alla quale presero parte, oltre ai musicisti di Fonterossa, artisti di diversa provenienza, quest'anno il focus era su esperienze di didattica che, arditamente fuse con l'attività artistica di chi vi svolgeva il ruolo docente, hanno visto la messa in scena di spettacoli estremamente interessanti.

Ha aperto l'evento infatti il Conga Lab, un laboratorio diretto da Simone Padovani che va avanti da oltre quattro anni e che si è presentato qui con sei percussionisti e quattro autorevoli ospiti come Gabrio Baldacci alla chitarra, Tony Cattano al trombone, Daniele Paoletti alla batteria e Piero Gesuè alla voce. Un concerto intrigante, che ha visto l'impiego di numerose percussioni diverse, sotto l'attenta direzione di Paoletti che proponeva soluzioni diverse, variando ritmi e atmosfere e mescolando africa e latinoamerica. Con gli ospiti a intervallare il flusso ritmico-percussivo con i loro interventi estemporanei, creativi e marcatamente espressivi. Un'ora di trascinante gioia collettiva, diretta ma ricca di sfumature.

A seguire Marco Colonna (clicca qui per leggere la recente intervista) ha presentato il suo ultimo CD in solo, Bushido, assieme a uno dei molti che ne fanno tuttavia un lavoro collettivo: il poeta Alberto Masala. Ma i due hanno scelto di non eseguire le musiche dell'album (escluso un solo brano, in conclusione), né di riprendere le brevi liriche che Masala ha dedicato a ciascuna composizione, bensì di improvvisare uno spettacolo per voce recitante e sax baritono, prendendo a spunto più antichi scritti del poeta, tratti da Taliban. I trentadue precetti per le donne, dedicato alle donne afgane all'epoca della Guerra del Golfo. Performance densa e tesa, degna di due uomini che si dedicano alla resistenza come pratica artistica e politica, che ha messo in mostra una volta di più le spettacolari capacità creative e tecniche di Colonna, ma ha lasciato qualche perplessità nell'integrazione tra musica e testo.

Come tradizione, sull'ora di cena ci si è spostati presso il bar ristorante Il Sottobosco dove, accanto a un buffet, è andato in scena un quartetto estemporaneo composto dai sassofoni di Cristiano Arcelli e Piero Bittolo Bon, dal trombone di Tony Cattano e dalla batteria di Daniele Paoletti. I quattro giurano essersi trattato di un'occasione unica, interamente basata su musica improvvisata realizzata con ben poche prove e preliminari, e che non avrà un seguito; chi era presente non può che dispiacersene visto che, a dispetto di un ambiente complicato sia per chi suonava che per chi ascoltava, la musica è stata bellissima. Avvalendosi tanto della ben nota creatività dei protagonisti, quanto della particolarità degli strumenti -due sax accanto al trombone imprevedibile ed espressivo di Cattano, con la sola batteria a supporto ritmico -il concerto è stato un continuo susseguirsi di scoppiettanti invenzioni, scambi di parti, intrecci di linee sghembe, assolo a cascata. Il tutto con grande freschezza e completa comunicativa. Davvero notevole.

La parte conclusiva della giornata si è articolata su due concerti, cominciando dal rodato quartetto Ju Ju Sounds di Silvia Bolognesi, con Achille Succi alle ance, Paolo Botti al banjo e alla viola e Andrea Melani alla batteria. Il progetto è notoriamente piuttosto singolare: toni bassi, temi molto ritmici, reiterati quasi circolarmente, ipnotici, a evocare mantra ancestrali che talvolta fanno capolino anche con la voce. Se nel disco Protection Sounds era presente la voce di Griffin Rodriguez e nei concerti è la stessa Bolognesi a cantare, stavolta la formazione si è potuta avvalere della presenza della cantante chicagoana Dee Alexander, che ha ancor più alzato la singolarità della musica con una interpretazione assolutamente personale, fatta di escursioni vocali dosate espressivamente e frequenti cambi di passo.

L'ultimo concerto vedeva in scena la Fonterossa Open Orchestra, laboratorio di ventisei musicisti dall'esperienza anche molto diversa l'uno dall'altro, impegnati a eseguire una serie di composizioni aperte di cinque musicisti della comunità Fonterossa, ciascuno dei quali dirigeva di persona il proprio pezzo.

Ha iniziato Cristiano Arcelli, con un brano dalle sonorità piene, forse troppo uniforme e con spazi limitati per i singoli, basato su un tema più volte reiterato con intensità cangianti nel quale le voci -ben cinque in irganico -si perdevano un po.' Il secondo brano, composto e diretto da Marco Colonna, era invece assai più mosso, ricco di fratture e variazioni, con un uso della voce più significativo. Una composizione complessa, che evocava il sinfonismo novecentesco e certe partiture complesse del jazz contemporaneo, che però l'orchestra ha faticato a sostenere: più volte gli attacchi dopo i cambi di atmosfera erano lenti e non tutti i suoni riuscivano a mantenere il corpo necessario a una buona resa.

Forse la migliore prestazione è stata quella sulla composizione di Toni Cattano, che ha fatto una scelta di semplicità, proponendo un brano piuttosto breve e ispirato alle bande popolari delle quali il trombonista siciliano ha dato dei saggi (ancorché in scala ridotta) nel suo lavoro L'uomo poco distante: il lirismo, la compattezza intrinseca, la relativa semplicità degli attacchi -che comunque si mescolavano con quelli di una tipica big band jazzistica -hanno permesso a tutti i protagonisti di interagire efficacemente.

Più complessa ma per lunghi tratti ben eseguita la composizione di Piero Bittolo Bon: dinamicamente più contenuta e frammentata in più parti molto diverse (ora ballabili, ora più jazzistiche, ora in stile contemporanea, ora persino eteree), la suite si avvaleva di quell'ironia a momenti iconoclasta che caratterizza spesso i lavori del sassofonista veneziano e che in questo caso facilitavano e rendevano più comunicativo il lavoro del largo organico.

L'ultima, lunga composizione era opera di Silvia Bolognesi, di fatto anche colei che aveva avuto maggiori possibilità di lavorare con l'organico. Per lunghi tratti ciò ha senz'altro pagato, perché nonostante una consistente complessità di scrittura (oltretutto ispirata ad alcune poesie di Masala, non però richiamate verbalmente) e una conduction decisamente creativa, l'orchestra ha risposto molto bene, offrendo momenti di bella musica. Particolarmente interessante il breve affiancamento della Bolognesi da parte del suo collaboratore nel laboratorio per effettuare una doppia conduction, un po' caotica ma molto ludica e assai creativa. Da lì in poi, tuttavia, la performance ha perso un po' smalto, presentando qualche ridondanza, e non è bastato l'ingresso di Dee Alexander per tornare ai livelli della prima parte.

I limiti sopra indicati, tuttavia, non hanno offuscato né la qualità della giornata -come sempre caratterizzata da uno spirito collettivo splendido e raro -né il valore dell'esperimento didattico: buona parte dei membri della Fonterossa Open Orchestra non erano infatti professionisti (anche se tra loro se ne trovavano anche di notevoli, come la cantante Michela Lombardi o il batterista Massimiliano Furia) e offrire loro l'opportunità di cimentarsi con musiche del livello di quelle proposte dai musicisti di Fonterossa non può che essere encomiabile, anche se forse un po' folle e temerario. Certo, è solo così che si può provare ad alzare il livello della musica che si suona e si ascolta oggi nel nostro paese (e probabilmente non solo qui): facendo prendere parte a progetti arditi anche chi sia solo poco più che un appassionato, così che possa cogliere la profondità e la bellezza di musiche di solito marginalizzate. Che Fonterossa lo faccia, dopo aver coltivato e promosso quelle musiche, costituisce un ulteriore passo avanti di questa etichetta e comunità di musicisti.

Foto: Riccardo Vannelli.
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