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Flavio Massarutto, Direttore Artistico di San Vito Jazz

Neri Pollastri By

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Promotore culturale, appassionato e studioso di jazz e di fumetto, autore di numerose pubblicazioni come Assoli di china (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2011), coautore di Jazz Loft e del recente Sconfini. Vent'anni di Jazz&Wine of Peace , Flavio Massarutto è anche molto attivo come organizzatore di concerti e, in particolare, è Direttore Artistico di San Vito Jazz, piccola ma interessantissima rassegna nella provincia di Pordenone.

All About Jazz: San Vito Jazz è un festival dalle dimensioni modeste ma dai grandi contenuti e che ormai comincia ad avere una storia importante: da quanti anni lo organizzate?

Flavio Massarutto: Questa è la dodicesima edizione, abbiamo iniziato nel 2007. San Vito al Tagliamento è un paese di quindicimila abitanti nella pianura friulana e in una provincia con una densità abitativa limitata, come del resto tutto il Friuli Venezia Giulia.

AAJ: Com'è nato un festival in un paese di provincia come San Vito?

FM: Ereditando una rassegna che organizzavo in precedenza, a partire dal 1998, che si chiamava Musiche. Ed è nato approfittando del fatto che a San Vito era appena stato ristrutturato il Teatro Arrigoni, un classico e delizioso esempio di piccolo teatro all'italiana, spazio che mi sembrava perfetto per organizzarci una rassegna di jazz. L'Amministrazione Comunale ha accolto la mia proposta e, da allora fino a oggi, è il patrocinatore dell'iniziativa, costruita quasi esclusivamente grazie al suo sostegno economico. La gestione, invece, dopo essere stata anch'essa gestita dal Comune, da qualche anno è passata all'Ente Teatrale Regionale. Fin dall'inizio abbiamo adottato la formula dei tre concerti, che continuiamo a mantenere, ma dall'anno scorso abbiamo cambiato sede: adesso i concerti si tengono all'Auditorium Comunale, che -con i suoi quattrocento posti -ha una capienza più che doppia rispetto al Teatro Arrigoni. Il cambiamento è dovuto al fatto che nelle due edizioni precedenti avevamo registrato il tutto esaurito a ogni concerto ed eravamo stati costretti a mandar via molto pubblico. L'anno scorso, per la prima volta e con qualche timore, abbiamo sperimentato questa nuova strada e, in effetti, abbiamo raddoppiato le presenze. Una conferma che ci ha molto confortati, anche perché una media di oltre trecento paganti a spettacolo -perché, va sottolineato, i nostri concerti sono tutti a pagamento -in una piccola realtà come la nostra e proponendo jazz mi sembra un risultato piuttosto soddisfacente.

AAJ: Molto, visto che medie simili sono spesso difficili da ottenere anche nelle grandi città. Ma questo successo come si spiega? C'è alle sue spalle un lavoro di informazione e anche di formazione del pubblico?

FM: Sì, infatti all'inizio non avevamo questi numeri, anzi, abbiamo dovuto faticare per costruire un pubblico. La crescita però è stata continua, per quanto graduale, fino ai livelli attuali che, a mio parere, sono il risultato di un lavoro che abbiamo condotto con continuità sul territorio e che viene svolto su molteplici fronti. In primo luogo c'è un'attenta e capillare comunicazione a livello locale e regionale, svolta dal Comune di San Vito al Tagliamento e che passa anche attraverso un ottimo punto d'informazione posto sulla piazza principale del paese, che fa da punto riferimento; poi c'è una rete consolidata di rapporti con le Istituzioni, le associazioni culturali e gli altri festival del territorio, mantenuta da tutti i soggetti attivi nell'organizzazione della rassegna, a cominciare dal sottoscritto; c'è inoltre il costante sostegno della stampa e dei media -sia regionali, sia nazionali -che hanno sempre dato spazio alle nostre iniziative; c'è infine l'attenzione dei musicisti locali, i quali contribuiscono al passaparola del pubblico che, alla fine, è il primo motore per il suo ampliamento. Oltre a questo -credo e spero senza voler peccare di immodestia -c'è una programmazione varia, curiosa e interessante, stimolante per il pubblico. Il tutto senza dimenticare che parliamo di jazz, di una musica cioè frequentata da una minoranza del pubblico potenziale: però ai nostri concerti non vengono solo gli appassionati di jazz, ma anche un pubblico generalista che ritiene interessante avvicinarsi a questa musica. E proprio questa è la sfida: riuscire a portare al festival anche persone che normalmente non ascoltano jazz, ma che poi vengono, passano una bella serata e in seguito magari ritornano o influenzano positivamente altro pubblico che ancora non ci conosce. Anche se, comunque, oggi il pubblico affezionato è tutt'altro che scarso, visto che noi facciamo anche abbonamenti e che, lo scorso anno, siamo arrivati quasi a centocinquanta, vale a dire oltre la metà dei posti disponibili e più della capienza del Teatro Arrigoni! Questo segnala anche la fiducia che ci siamo guadagnati presso il pubblico, disposto fin da subito a fare un percorso con noi, sapendo che la nostra è una programmazione attenta, ma anche varia, non legata a un solo "stile."

AAJ: Tutto ciò nonostante che le risorse disponibili siano, immagino, limitate.

FM: Sì, piuttosto limitate, visto che vengono interamente dalle Istituzioni Pubbliche. Non abbiamo mai avuto, se non in una lontana occasione, sponsor privati. Però l'esperienza mi dice che si può fare bene anche con poco, non è necessario gestire enormi risorse. Poi ovviamente dipende da quali obiettivi ci si pone: il nostro è quello di coinvolgere al massimo quattrocento persone a concerto, non vogliamo riempire piazze, e per il tipo di identità che ha la rassegna le risorse sono sufficienti.

AAJ: Ciò non toglie che in programma ci siano spesso anche artisti internazionali di assoluta preminenza, segno che con quelle risorse riesci a fare anche questo.

FM: Quando hai poche risorse devi affinare l'ingegno e andare alla ricerca delle giuste occasioni: artisti che in quel momento non sono sotto i riflettori, oppure cose nuove, talvolta anche stimolando i musicisti a presentare delle proposte che, essendo originali, ancora non sono richieste e quindi costano un po' meno. Tutte strategie che spesso hanno funzionato. In questo modo, nel corso degli anni, ci siamo effettivamente presi delle belle soddisfazioni, portando gruppi e musicisti di grande valore, esplosi talvolta subito dopo. Penso per esempio al piacere di aver presentato una decina d'anni fa in anteprima assoluta il quartetto Tinissima di Francesco Bearzatti con le sue nuove suite, che poi hanno avuto il successo che tutti sappiamo, oppure figure come Mauro Ottolini, anche lui prima che esplodesse, e Nicole Mitchell, che suonava pochissimo in Italia e che siamo stati tra i primissimi a ospitare. O, ancora, altre personalità internazionali come Shabaka Hutchings, adesso giustamente invitato da molti festival ma che quando è venuto da noi non aveva mai suonato in Italia, e Matana Roberts, che ancora oggi suona ben poco nel nostro paese e che abbiamo avuto a San Vito Jazz con il progetto Coin Coin.

AAJ: Possiamo dire che si tratta dei musicisti che sei più orgoglioso di aver presentato a San Vito?

FM: Da Direttore Artistico, quando progetto una programmazione parto comunque dal principio di invitare tutti artisti che interessano in primo luogo a me. E questo non per autoreferenzialità, bensì perché credo che essere contento del programma e convinto della sua qualità sia il presupposto indispensabile per poi poterlo sostenere e comunicare meglio anche al pubblico. Sicuramente aver portato musicisti come quelli che ho citato mi ha fatto molto piacere, ma non ci sono artisti passati da San Vito di cui non fossi contento. A quelli già nominati ne aggiungerei un altro, un musicista al quale sono molto legato: William Parker, secondo me uno dei grandi protagonisti del jazz contemporaneo, che abbiamo avuto più volte a San Vito, anche nell'ultima edizione. E poi sono orgoglioso di aver offerto a tanti musicisti italiani, altrimenti costretti a esibirsi in modo semiclandestino in spazi inadeguati alla loro qualità, l'opportunità di avere un palcoscenico e un bel pubblico per presentare i loro lavori. Tra questi mi viene in mente Paolo Botti, a mio parere musicista straordinario che non ha ancora nei festival la visibilità che meriterebbe. Oppure, per restare nel nostro territorio -oltre al citato Bearzatti, che è davvero uno di casa, essendo il suo paese natale a pochi chilometri da San Vito -Massimo De Mattia, Giovanni Maier, Claudio Cojaniz, Daniele D'Agaro, artisti nati e operanti in regione, ma al tempo stesso ai vertici del jazz italiano.

AAJ: Tutti gli ultimi artisti che hai citato hanno avuto a San Vito anche la possibilità di realizzare una produzione originale, commissionata dal festival, una cosa molto interessante e purtroppo assai poco praticata anche da rassegne economicamente assai più attrezzate: come riuscite a fare questo?

FM: Proporre ai musicisti di fare qualcosa di nuovo, invece di prendere cose già note e pronte all'uso, è un'idea che io ho sempre avuto e coltivato. Questo perché se da un lato è importante dare ai musicisti il tempo per sviluppare e mettere ben a punto i loro progetti, dall'altro è necessario anche far evolvere musica e artisti. Per questo, ogni volta che è stato possibile, da Direttore Artistico di San Vito Jazz ho stimolato i musicisti a presentare delle proposte nuove e, in alcuni casi, i risultati sono stati eccellenti: l'esempio di Tinissima è forse il più clamoroso, visto che i primi progetti di quel gruppo sono nati proprio qui e hanno trovato poi una consacrazione addirittura internazionale.

AAJ: Se non erro, questa è una cosa che fai in particolare con musicisti del territorio.

FM: Sì, i progetti originali li abbiamo sempre costruiti con musicisti locali. In primo luogo perché una delle caratteristiche che ho sempre cercato di dare al nostro festival è quella di dedicare spazio ai musicisti del jazz italiano, non per nazionalismo, bensì per una necessità dettata dal fatto che, in molti altri festival, i nostri musicisti hanno troppo spesso una collocazione assai marginalizzata: vengono fatti suonare a ore improbabili, in spazi secondari, quando non vengono proprio ignorati. E non si capisce perché, visto che i musicisti italiani sono di altissimo livello e possono tranquillamente competere con i migliori artisti della scena internazionale.

AAJ: Dicevi che i finanziamenti vengono quasi esclusivamente dalle istituzioni pubbliche: sai spiegarti perché ci sia stata poca attenzione da parte dei possibili sponsor privati?

FM: San Vito al Tagliamento è un piccolo paese; so che l'Amministrazione ha cercato di "agganciare" dei partner privati, ma la risposta non è stata molto positiva, probabilmente perché siamo partiti in un periodo storico nel corso del quale gli sponsor privati si sono ritirati da ogni settore, figuriamoci se potevano essere disponibili a investire le scarse risorse proprio in un settore "di nicchia" qual è il jazz! Ma, ripeto, la cosa non ci ha mai creato problemi, perché le risorse dell'Amministrazione sono sufficienti a coprire quella parte di spesa che esorbita gli incassi dei biglietti, come dicevo sostanziosi alla luce dell'eccellente afflusso di pubblico interamente pagante.

AAJ: I rapporti con l'Amministrazione Pubblica sono sempre stati buoni?

FM: Sono e sono sempre stati ottimi, anche perché il festival nasce per precisa volontà dell'Amministrazione stessa, parte di una sua politica culturale attenta e continuativa che concerne non solo il jazz e la musica, ma anche il cinema, l'arte contemporanea e molti altri campi. Pur essendo un paese piccolo, San Vito si è sempre caratterizzato per una certa attenzione alla cultura, ripresa e poi amplificata dalle iniziative dell'Amministrazione. Diciamo che è un po' una piccola isola felice, nella quale ci si può imbattere in fenomeni anche sorprendenti. Per fare un esempio, pochi giorni fa sono stato a una conferenza di storia su Paolo Sarpi, intellettuale veneziano del Seicento: ebbene, alle sei del pomeriggio in un paese così piccolo la sala, centocinquanta persone, non riusciva a contenere tutto il pubblico accorso! Non credo sia un fenomeno che accada ovunque...

AAJ: Prima accennavi alla rete costruita assieme agli altri festival regionali.

FM: C'è una sorta di "rapporto di fratellanza" con le organizzazioni degli altri festival, che ci ha spinto a coordinarci e sostenerci vicendevolmente. Da molti anni, per esempio, è nata una simpatica "staffetta" con l'altro festival che c'è in provincia di Pordenone, Il Volo del Jazz, organizzato dagli amici di Controtempo: alla fine della loro rassegna, ai primi di dicembre, io salgo sul palco e annuncio il mio festival che si svolge a marzo e, analogamente, alla fine di San Vito Jazz a salire sul palco è Paola Martini, Presidente di Controtempo, per annunciare Piano Jazz, che segue di qualche settimana. È un esempio emblematico della sinergia, ma anche dell'amicizia e della passione che ci accomuna.

AAJ: Piccole cose, piccoli fili, ma che messi assieme possono costituire una trama che permetta di sostenere un pubblico che, altrimenti, rischia di disperdersi tra le maglie...

FM: Esatto, perché l'idea è proprio quella di mettere in rete il pubblico e stimolarlo a seguire proposte che hanno magari indirizzi diversi, ma che stanno dentro la grande famiglia del jazz.

AAJ: Tornando al modo in cui progetti la programmazione, accanto a quel che dicevi, ovvero la grande apertura verso una pluralità di stili diversi, cos'altro ti guida nella individuazione delle proposte?

FM: Io mi occupo anche di studio del jazz e di scrittura, sia su libri, sia su giornali, per cui spunti e idee ne ho di continuo, cosicché tre date sono sempre anche troppo poche: il problema, piuttosto, è riuscire a cavare da tutto quanto di bello, innovativo e interessante si trova nel mondo del jazz, qualcosa che possa entrare in un contenitore che ha dei limiti: di date, di spazio -perché certe cose in teatro possono collocarsi male -e di budget -perché, per esempio, per portare determinati artisti è necessario approfittare del fatto che siano in tournée, cosa che abbassa un po' i costi, ma che non necessariamente accade proprio nel mese di marzo... Il mio lavoro inizia appena è finita la rassegna, in modo da poter cogliere ogni possibilità, e in genere mi lascio trasportare dall'istinto: se mi arriva all'orecchio qualcosa di interessante me lo appunto e insisto caparbiamente a tentare di portarlo a San Vito l'anno dopo. Qualche volta ci riesco, qualche altra no, ma lavorando su più fronti alla fine il risultato sul programma si ottiene sempre. Diverso il discorso dei progetti originali, per i quali è necessario avere tempo, seguirli, lasciare lavorare i musicisti. Un'altra cosa che cerco di fare è non ripetere le stesse cose, gli stessi musicisti, o almeno non in tempi troppo ravvicinati -altra cosa che tenta spesso i Direttori Artistici e gli organizzatori, perché una cosa che ha avuto successo può sembrare una garanzia per l'edizione successiva. Io invece preferisco rischiare, puntare sulla curiosità.

AAJ: Strategia a mio parere lungimirante, perché il fenomeno di successo poi cala, oppure annoia, e con lui rischia di scomparire anche il pubblico.

FM: Appunto, meglio rilanciare, anche perché penso che questo sia lo spirito del jazz: innovare, andare oltre l'identità musicale raggiunta e puntare sulla ricerca, sullo sviluppo di idee nuove. Una delle regole principali dei grandi improvvisatori è di non innamorarsi del proprio suono, del proprio fraseggio, ma cambiarlo continuamente: credo che anche chi progetta e organizza dovrebbe tenergli fede.

AAJ: Hai qualche modello di festival, nazionale e internazionale, a cui pensi nel realizzare San Vito Jazz?

FM: Nonostante ci siano vari festival che apprezzo molto, che seguo e dai quali traggo idee e stimoli, modelli veri e propri non ne ho, perché ogni festival costituisce una realtà a sé, funzione delle specifiche risorse, luoghi, spazi, pubblico e periodo in cui si svolge.

AAJ: Nel corso degli anni hai avuto qualche "richiesta" da parte del contesto organizzativo?

FM: I famosi "suggerimenti"? No, devo dire che il rapporto con l'Amministrazione è di completa autonomia e questa è sempre stata pienamente rispettata. Io non accetterei un rapporto diverso e ritengo anche che, quando e dove qualcosa del genere si instauri, difficilmente riesce a funzionare. Ma a me il problema non si è mai posto, nel modo più assoluto. Il rischio per le direzioni artistiche, comunque, non è tanto che vengano dati dei suggerimenti, quanto che questi si autoproducano, cioè che si decidano determinate proposte nella convinzione che siano ben accette dall'organizzazione. E qui il fatto che i nostri obiettivi non siano mastodontici, che non si debba portare in teatro cinquemila persone, aiuta a non cadere nel tranello.

AAJ: C'è qualche musicista che avresti voluto portare e non ti è riuscito?

FM: Questo non si dice! (ride)

AAJ: Quest'anno cosa prevede il programma?

FM: Sempre seguendo le parole chiave che caratterizzano il festival -diversità, attenzione al territorio e al jazz italiano, ricerca di cose nuove che possano avere un futuro -quest'anno apriamo domenica 18 marzo con un'anteprima: il trio di Juri Dal Dan Trio, pianista pordenonese, con Francesco Bearzatti ospite al sax. Non è una novità, perché la formazione esiste da qualche anno e qui presenta il terzo disco, come gli altri edito da Artesuono -altra grande realtà friulana, che quest'anno festeggia i vent'anni di attività. È una formazione classica, quartetto con piano, contrabbasso e batteria più il sassofono, musica originale tutta firmata da Dal Dan; il disco s'intitola Immaginario Blues, un viaggio nell'essenza del blues, più che nella sua forma. Una musica fresca, stilisticamente un modern mainstream, ma anche un gruppo che ha quell'urgenza espressiva che io cerco in questa musica. La seconda data, sabato 24 marzo, vede in scena Hyper, il trio di Nicola Fazzini, Alessandro Fedrigo e Luca Colussi, ospite Amir ElSaffar, cantante e trombettista statunitense di origini irachene. Anche questa non è una novità, la formazione ha al suo attivo dei tour e un disco edito da nusica.org, bellissimo e a mio parere ampiamente sottovalutato. Mi colpì fortemente appena lo ascoltai, un paio di anni fa, tanto che cercai subito di avere la formazione qui a San Vito, ma la cosa non si concretizzò per difficoltà di date: sono felice di essere finalmente riuscito a realizzare questo desiderio. Si tratta di un jazz contemporaneo molto legato agli umori urbani, nella linea della scena newyorchese, con l'aggiunta però di questo artista straordinario, capace di mescolare il jazz con la musica araba, essendo appunto di origini irachene. Sempre un quartetto, ma con un suono completamente diverso dall'altro. Mi piaceva anche molto l'idea di far ascoltare come, in questo momento storico, la musica possa costituire un ponte tra le culture, esattamente quel che fa questa formazione tra la cultura occidentale e quella araba. Mi sembra una cosa anche politicamente importante.

AAJ: E per il finale?

FM: Ci siamo riservati una proposta ai limiti del jazz, come talvolta ci capita di fare -presentare concerti che sono dentro la grande famiglia delle musiche afroamericane anche senza essere specificamente jazz. In questo caso è Melingo, cantante e clarinettista argentino, rappresentante del Nuevo Tango. Tango canzone, entro una tradizione che da Carlos Gardel} arriva ai giorni nostri, spettacolo con una forte componente anche teatrale e una voce, a mio parere molto interessante, che si pone in quella linea che va da Tom Waits a Vinicio Capossela. In Italia non è molto noto, anche se è passato anche al Premio Tenco, e fa un tango molto contaminato, sia col jazz che con il rock. Una prospettiva diversa e un'esperienza che merita di essere fatta. È in programma venerdì 30 marzo.

AAJ: L'ultima domanda, allora, piuttosto personale: tu che sei in primo luogo un appassionato di jazz, dopo un anno di progettazione, decine di contatti, contrattazioni, pianificazioni logistiche, ansie e aspettative, al momento del concerto sei anche in grado di goderti lo spettacolo?

FM: Fortunatamente di solito sì! Ancora una volta, anche grazie al fatto che le condizioni ambientali -lo spettacolo al chiuso che riduce i rischi per la sicurezza, i concerti separati l'un l'altro da una settimana -e le ambizioni contenute lo consentono. Certo, qualche volta la tensione è piuttosto alta e perciò le condizioni di ascolto non sono di massimo relax... Ma normalmente riesco a godermi pienamente i concerti e se mi alzo dal mio posto è più perché mi viene voglia di ballare che non perché ci siano delle tensioni.

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