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Fiorenzo Sordini - Nella mia musica i volti e i suoni del mondo

AAJ Italy Staff By

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L’Italia è un Paese dove non si investe nella ricerca musicale ma solo su nomi, meglio se stranieri, e eventi di grande richiamo pubblicitario. Io e altri musicisti da Torino abbiamo cercato di far fronte a questa situazione, che oggi è sempre più grave, fondando già nel 1977 il Centro Musica Creativa.
E' un fiume di parole Fiorenzo Sordini. Impetuoso e in piena. Proprio come i tamburi e le percussioni che da anni - insieme all'inseparabile Enrico Fazio - sono il cuore pulsante dell'Art Studio e del Quartetto di Actis Dato. Si racconta il batterista torinese. Snocciola nomi, date, situazioni. Ricorda di quella volta negli anni '70 quando ha rischiato il carcere per aver scelto di fare l’obiettore di coscienza, per sottolineare "che è molto difficile accettare che in Italia, paese dell’arte e della musica, vengano investite sempre più risorse per armi e spese militari". Parla del futuro. Dice che ci sono grosse novità che riguardano le due storiche formazioni di cui sopra. Che, noi, ovviamente, non vi anticipiamo...

All About Jazz Italia: Fiorenzo, scorrendo la tua discografia si nota una cosa abbastanza singolare: i dischi a tuo nome sono un paio, mentre imponente è la mole di progetti collettivi o al fianco di Actis Dato. Come mai? Che rapporto hai con il far musica e con il disco ?

Fiorenzo Sordini: Per molti anni, all’incirca dal ‘90 al 2002, ho seguito direttamente due progetti molto importanti per la mia ricerca musicale. Il quintetto con la cantante di New York Ellen Christi e l’Anglo Italian Quartet. Con quest’ultimo gruppo ho realizzato due CD e suonato in molti concerti in Europa. Purtroppo la scomparsa, lo scorso anno, di Elton Dean, ha messo fine a questa bellissima esperienza.

Ho iniziato a collaborare con lui nel 1980. Riccardo Bergerone gli propose la mia partecipazione a un suo concerto, abbiamo suonato insieme per una decina di anni con numerosi gruppi di cui hanno fatto parte, tra gli altri, Keith Tippett, Jim Dvorak, Roberto Bellatalla, Sandro Satta, Enrico Fazio. Poi nel ‘90 io e Elton abbiamo deciso di creare una formazione più "stabile" e così, con l’inserimento di Enrico Fazio e Harry Beckett, è nato l'Anglo Italian Quartet. Alla fine del 2005 ero in Gran Bretagna per una serie di concerti con l’Italian Instabile Orchestra e a Londra sono stato a trovare Elton. Ricordo di aver trascorso un pomeriggio a parlare e ascoltare musica. Avevamo anche deciso di preparare per l’anno successivo un nuovo disco dell’Anglo Italian Quartet. E’ stata l’ultima volta che ho visto Elton. Mi manca molto come musicista ma, soprattutto, come amico.

Anche con il gruppo con Ellen Christi ho pubblicato due lavori. Il primo in quartetto con Enrico Fazio e Carlo Actis Dato, il secondo in quintetto con la partecipazione del trombonista giapponese Mashaiko Kono. Concerti in Europa e Stati Uniti. Indimenticabile il tour nel ‘91 che ci aveva portato in tutta l’Italia, da Torino a Reggio Calabria. Se ricordo bene, una quindicina di concerti. Negli ultimi anni Ellen, per motivi personali, non è più riuscita a venire in Italia. Comunque penso di riprendere questo progetto appena ci saranno le condizioni giuste. Ultimamente ho collaborato con Irene Robbins, la prima cantante dell’Art Studio. Non ho mai perso i contatti con lei, anche quando per alcuni anni era tornata a vivere negli Stati Uniti. Stiamo lavorando ad un nuovo quartetto. Abbiamo già fatto alcuni concerti affiancati da due giovani musicisti: il contrabbassista Andrea La Macchia e il trombettista Ramon Moro. Quest’ultimo è un musicista di grande talento e con notevoli possibilità per il futuro. Tra l’altro fa parte di un gruppo molto interessante, il “3 Quiet Men”.

Dal 1998 lavoro con il gruppo di percussioni Catubam. La formazione è variabile e oggi si presenta in quartetto. Con me ci sono Ranieri Paluselli, Carlo Cantone e Enrico Ferretti. Sono tutti musicisti che lavorano con l’Orchestra del Teatro Regio di Torino. Un’esperienza molto interessante, con un repertorio che spazia tra la musica contemporanea, l’improvvisazione e la rivisitazione di musica popolare. Tutto questo con una buona dose di ironia, contaminazioni teatrali e cabarettistiche.

Gli altri progetti, come hai ricordato, mi hanno sempre visto come collaboratore. Credo che il motivo sia per i molti impegni a cui ho devo far fronte: ho sempre lavorato e tuttora lavoro molto anche nella musica classica e nell’insegnamento. Seguire dei nuovi progetti richiede molto tempo e anche, particolare non trascurabile, un notevole impegno economico. Conosciamo tutti le difficoltà della condizione di lavoro dei musicisti di jazz italiani: pochissimi produttori, poche etichette, pochi manager e promoter. Devo dirti che, comunque, ho sempre trovato grande soddisfazione nel partecipare alle realizzazione di progetti di altri musicisti come ad esempio il settetto di Enrico Fazio, Dac’corda, Tobamultijazz.

Un caso a parte è la collaborazione con Carlo Actis Dato. Con lui lavoro dal 1974 e sento un po’ anche mie molte cose da lui realizzate. Per quanto riguarda il mio rapporto con il fare musica, posso solo dirti che la musica è sempre stata la mia vita attraverso lo studio, le prove, le registrazioni, i musicisti ascoltati, i concerti realizzati, l’insegnamento, i viaggi e la persone meravigliose che ho conosciuto. A volte penso a tutte le cose che ho vissuto e vivo con la musica e non riesco a immaginarmi in una dimensione diversa.

AAJ: L’Art Studio e L’Actis Dato Quartet: vogliamo tracciare un bilancio di queste due formazioni così longeve?

F.S.: Il bilancio di questa due formazioni é assolutamente positivo. Decine di registrazioni pubblicate,centinaia di concerti in tutto il mondo, importanti riconoscimenti di pubblico e critica. Art Studio nasce nel 1974 dal mio incontro con Claudio Lodati e Enrico Fazio. Successivamente, con l’arrivo di Carlo, la definizione del nucleo storico del gruppo. Ricordo che Carlo, allora studente di ingegneria, mi venne presentato da un mio compagno di corso di batteria. Claudio studiava fotografia nella stessa classe di mio fratello. Enrico invece abitava nello stesso quartiere di Claudio. Un percorso musicale e umano unico che dura da oltre tre decenni. Dalle prime apparizioni allo swing club di Torino, dove venimmo notati da Giancarlo Roncaglia, all’ultimo CD di recentissima pubblicazione: "Trenta" live - Hiroshima Mon Amour Torino. Questo lavoro è stato registrato in occasione di una serie di concerti realizzati dal Centro Musica Creativa con il Comune di Torino e la Regione Piemonte, per i trenta anni di attività del gruppo. Questo CD segna un punto di arrivo e contemporaneamente un punto di partenza per l’Art Studio. Infatti già dalla prossima estate i concerti dell Art Studio vedranno una formazione molto rinnovata. Carlo, troppo impegnato in progetti a suo nome, ha scelto di terminare questa esperienza. Di comune accordo abbiamo deciso, comunque, di non fermare l’attività del gruppo. Enrico, Claudio e io abbiamo già fatto delle prove con Jessica Lurie, sassofonista di New York, e siamo tutti e tre convinti delle notevoli possibilità di questa nuova collaborazione. Jessica è una grande strumentista e scrive della musica molto interessante e in linea con il linguaggio dell’Art Studio. Il suo modo di pensare la musica è affine al nostro: molto probabilmente sarà lei a sostituire Carlo. Il gruppo è completato dalla nuova cantante, già presente nell’ultimo CD, Silvia Pellegrino. Quindi, una formazione che dal 2007 si presenta con un organico molto rinnovato. Primi concerti nell’estate e un nuovo disco probabilmente entro l’anno. Anche per il quartetto di Carlo ci sono delle novità importanti. Negli ultimi anni il gruppo al completo si è riunito sempre meno per i molti impegni miei di Enrico e di Piero Ponzo. Carlo sta quindi pensando a una nuova formazione con l’inserimento di giovani musicisti decisamente meno impegnati di noi. Ovviamente ti rimando a lui in merito alle scelte.Comunque con il " quartetto" abbiamo veramente suonato e viaggiato moltissimo, concerti e tour in tutto il mondo. Oggi anche per questa formazione, e per Carlo, si aprono nuove prospettive. Può darsi che in futuro ci saranno delle "riunioni storiche"! In fondo, anche questo è il senso della vita!

AAJ: Insomma, si chiude un'epoca... Dimmi una cosa in tutta sincerità: hai mai pensato che dopo tanti anni la formula dell'Actis Dato Quartet stesse mostrando un pò la corda? Personalmente è una sensazione che ho provato ascoltando gli ultimi dischi...

F.S.: Non penso che il tessuto del quartetto di Actis Dato sia consumato. Il problema come ti ho appena detto è che negli ultimi anni à stato molto difficile per il gruppo suonare con la formazione originale al completo. Mi pare che l’ultima volta sia avvenuto in occasione dei concerti in Sudafrica alla fine del 2004. Sono sempre più convinto che una formazione che lavora nella ricerca ha bisogno di una programmazione regolare di concerti con relative prove e registrazioni, cosa che non si è verificata ultimamente per il quartetto in questione. Probabilmente diverse sono la cause per cui si è venuta a creare questa situazione. Una credo sia l’immutata dipendenza culturale degli organizzatori e di alcuni critici italiani nei confronti della produzione straniera, in particolare nordamericana. E mi pare che dagli anni settanta a oggi questa situazione sia molto peggiorata. Un’altra possibile causa è stata sicuramente la frammentazione del lavoro di Carlo in molti gruppi con la conseguente riduzione dei concerti del quartetto. Di una cosa però sono convinto : la musica di Carlo Actis Dato e in particolare del quartetto è una delle proposte italiane più originali e interessanti del nuovo jazz degli ultimi venti anni.

AAJ: L’ultima formazione di Actis Dato in ordine di tempo è l’Actis Furioso, che sembra un trait-d’union tra voi e le nuove generazioni. Insomma, il vostro senso della musica goliardica e autoironica ha fatto scuola. E’ così? Vi lusinga questo?

F.S.: Credo che sia un processo "naturale" quello di trasmettere ai giovani le esperienze e le ricerche compiute. Carlo, Piero, Enrico e io abbiamo proposto una visione più "divertente" del fare musica, probabilmente unica in Italia. Senza ovviamente trascurare l’impegno e la qualità. Negli ultimi anni abbiamo lavorato con molti giovani musicisti e tutti molto preparati e creativi, tra cui: Alberto Mandarini, Beppe Di Filippo, Ferdinando Despaigne, Enrico Negro, Massimiliano Gilli, Gianpiero Malfatto, Marco Rigoletti. Anche Piero Ponzo, sebbene lavori con noi da oltre venti anni, è di una generazione successiva. Pare che tra i suoi ascolti giovanili ci siano stati anche i primi dischi dell’Art Studio...

AAJ: Una domanda che mi piace sempre rivolgere ai musicisti: che cos’è per te l’improvvisazione?

F.S.: L’improvvisazione è uno degli aspetti più importanti della musica. Io amo molto la pittura e quando penso all’improvvisazione mi viene in mente un pittore davanti a una tela bianca. Con lo scorrere dei pensieri e delle azioni dà forma a una nuova opera, a qualche cosa di unico che prima non esisteva. Il musicista e il pittore, con le dovute differenze del mezzo espressivo, non conoscono quale sarà il risultato finale ma lo costruiscono poco alla volta. E poi l’improvvisazione è la componente più importante del jazz, quella che mi ha fatto amare questo modo di fare musica. La ricerca continua, la sperimentazione e l’elaborazione. Quando improvvisi offri completamente agli altri musicisti e al pubblico quello che hai dentro di te, quello che sei e che stai vivendo. Ancora oggi credo sia perfetta la definizione di un musicista, mi pare Anthony Braxton, che lessi anni fa in una intervista: “Un musicista suona quello che è.” Credo che questo valga soprattutto per chi improvvisa.

AAJ: Musicalmente, quali sono batteristi sui quali ti sei formato?

F.S.: Il primo concerto di jazz dal vivo che ho sentito è stato il quartetto di Max Roach. Avevo credo 15 o 16 anni. Quel concerto segnò profondamente il mio approccio alla musica. Io allora avevo iniziato da un paio di anni a suonare e studiare la batteria. Suonavo soprattutto musica rock e i batteristi che ascoltavo erano Ginger Baker, John Bhonam, John Heisman, Keith Moon, Micheal Shievre, Clive Bunker. Mi interessavano molto gli assoli di batteria, probabilmente c’era già in me un interesse particolare per l’improvvisazione. Il concerto di Max fu una rivelazione! Tornai a casa convinto di non aver capito nulla di quella che era successo sul palco, ma dentro di me ricordo che decisi che quella era la musica che cercavo. Da quel momento iniziai a ascoltare il jazz e di conseguenza iniziai a suonarlo. Ancora oggi Max è una delle figure che mi accompagnano in ogni momento della vita. Penso sovente ai numerosi suoi concerti a cui ho assistito: in quartetto, in solo, con M’boom, con Braxton, con Taylor, con il quartetto d’archi... Impressionante la sua grande lucidità musicale e intellettuale. Non potrò mai dimenticare il pomeriggio trascorso a casa sua a New York nell’inverno del 1998. Con me c’erano Ranieri Paluselli, Gianni Maestrucci (due importanti percussionisti italiani) e un giovanissimo Fabio Bobbio (che oggi si occupa di cinema, comunicazione, nuove tecnologie ed è l’autore dell’ultima copertina dell’Art Studio e del videoclip allegato al CD dell’Actis Furioso). Al nostro arrivo, erano le tre del pomeriggio, Max ci offrì una zuppa di gamberetti cucinata da lui poco prima. Poi ci fece visitare il suo appartamento imbiancato di fresco (aveva appena cambiato fidanzata, ci disse). Unico strumento musicale presente un pianoforte verticale. Stupore di Fabio che si aspettava tamburi ovunque! Poi alcune ore di discorsi (praticamente un suo lungo monologo) sulla musica. Grande apprezzamento per il rap e l’hip hop che secondo lui rappresentano la nuova possibilità di esprimersi dei neri americani.

Iniziando a frequentare il jazz ovviamente cominciai a conoscere i batteristi che fecero la storia di questo strumento. Il mio modo di sentire è stato sempre comunque più vicino ai batteristi afroamericani: Elvin Jones, Art Blakey, Philly Joe Jones, Ed Blackwell, Jack De Johnette, Tony Williams, Dannie Richmond, Kenny Clarke, Billy Higgins, Andrew Cyrille. Non che i batteristi americani, come ad esempio Buddy Rich, Joe Morello o Louis Bellson non mi interessassero, ma c’era un’intesa maggiore con gli altri. Ho ascoltato molto anche Paul Motian, un vero poeta. Don Moye l’ho seguito moltissimo, ma credo che sia dipeso soprattutto dal fatto che ascoltavo spesso i musicisti dell’Art Ensemble di Chicago.

Un altro batterista decisamente importante per me è un europeo, Daniel Humair. Dopo Max Roach, è stato uno dei primi batteristi di jazz che ho avuto modo di ascoltare in concerto. Impressionante la musicalità, il tocco, la totale indipendenza, la facilità nell’esecuzione, l’intelligenza e la preparazione culturale. L’ho conosciuto nei primi anni ‘70 in Francia in occasione del festival di Chateauvallon, dove lui teneva un seminario di una settimana a cui partecipai. Alcuni anni dopo andai a trovarlo a casa sua a Parigi. Con grande sorpresa mi trovai nello studio di un pittore (anni dopo ho letto una sua intervista dove dichiarava che la sua attività principale era la pittura) con in un angolo una batteria, un giradischi con alcuni dischi in uno scaffale. Gli lasciai una copia di un LP dell’Art Studio e lui in seguito ci fece suonare al Museo di Arte Moderna di Parigi dove era direttore artistico della rassegna di jazz.

Infine non posso non citare Pierre Favre, Han Bennink e Gunther Sommer. Ho seguito molto anche i batteristi/percussionisti italiani, primo tra tutti Roberto Gatto, che ascolto sempre volentieri in concerto. Tutti i grandi batteristi appena citati sono alcuni di quelli che ho avuto la fortuna di sentire dal vivo. Impossibile però dimenticare "Mino", il batterista del gruppo dell’oratorio, e la sua Hollywood rosso madreperla! In seguito ho acquistato quella "mitica" batteria e la posseggo tuttora. Quante ore ho trascorso a tredici anni a sentirlo provare con il suo gruppo: suonavano brani dei Beatles, Donovan, Rolling Stones... I primi, per me indecifrabili, contro-tempi a ritmi sincopati, che a casa subito tentavo di riprodurre sulla mia batteria fatta con i fustini del detersivo.

AAJ: Segui la scena contemporanea? C’è qualcuno che ti incuriosisce?

F.S.: Ascolto molta musica. Soprattutto per i miei lavori in corso d’opera: quindi per le nuove registrazioni, i nuovi progetti, i lavori con le orchestre o per la didattica. Non ho molto tempo per andare ai concerti. Non mi pare che la scena contemporanea, soprattutto quella americana, offra molte cose interessanti. Credo sia un po’ una caratteristica di questo periodo storico e culturale. Ultimamente a Torino ho sentito il trio Zu, interessante e particolare, e la Gangbè Brass Band del Benin, fantastica! Quando ho tempo ascolto musica africana e cubana tradizionale. Sono stato molte volte negli USA, in Africa e recentemente a Cuba. Un consiglio ai musicisti: appena ne avete la possibilità andate in Africa o a Cuba!

AAJ: Carlo Actis Dato ha detto di te: "Fiorenzo è un piemontese che lotta contro i soliti "bugia nen" e per farlo è andato a Parigi 30 anni fa e si è messo a suonare". Chi sono i "soliti bugia nen" e che tipo di difficoltà hai incontrato agli inizi?

F.S.: Ho cercato in internet il significato di "bugia nen" e il risultato è stato: “l’origine di questo epiteto non è affatto negativa: nel settecento i Savoia comandarono ai propri soldati di non muoversi (= bugia nen) per bloccare la calata dell’esercito francese e loro strenuamente obbedirono. I bugia nen erano dunque i più coraggiosi...” Con il passare del tempo il significato di bugia nen deve essere cambiato. Ho chiesto a alcune persone anziane del mio quartiere e mi è stato risposto che "bugia nen" rappresenta la passività, in un certo senso senso negativa, la non voglia di cambiare, forse un po’ tipica dei piemontesi. Non so a quale dei due significati si riferisse Carlo, se a quello più antico o a quello degli anziani piemontesi. In ogni caso io mi sento un po’ rappresentato nella conferma del primo e nella negazione del secondo.

Nel 1974 avevo deciso che la mia vita sarebbe stata legata alla musica. È stata una scelta molto sofferta perché allora io mi dividevo tra pittura (avevo da poco finito il liceo artistico, un anno di Accademia di Belle Arti e avevo già realizzato alcune mostre), architettura (all’epoca mi mancavano due esami alla laurea in architettura e lavoravo mezza giornata in uno studio di Torino) e la musica. Non so oggi spiegare perché decisi per la musica. Certamente non fu una scelta razionale o di comodo, ma istintiva. Nel 1975, forse per consolidare ulteriormente questa mia decisione, sono partito per Parigi. Il motivo era proseguire i miei studi alla scuola di batteria di Kenny Clarke-Dante Agostini. In realtà volevo uscire dall’ambiente torinese in cui vivevo, molto provinciale e chiuso. (Balmas assessore alla cultura e i Punti Verdi, primo esempio di vera cultura diffusa e gratuita in Italia, sarebbero arrivati un anno dopo). E poi Parigi, proprio per i miei studi, rappresentava per me la capitale della cultura europea.

In quel periodo tutti i più grandi musicisti jazz venivano o suonavano in quella città. Certo, non è stato facile emotivamente, anche perché sono partito con l’intenzione di cercare di stabilirmi definitivamente a Parigi. Fu un periodo, di circa sei mesi, molto intenso: le lezioni alla scuola di Kenny Clarke e Dante Agostini, moltissimi concerti ascoltati, i tanti musicisti conosciuti. Inoltre, la possibilità di suonare a Radio France -addirittura “pagati”!- con Hervè Borde e Lorain. Verificare le proprie possibilità attraverso il confronto con musicisti provenienti da tutto il mondo. In ogni caso, tornando ai “bugia nen”, anche la prima interpretazione, quella storica, non mi dispiace. In fondo, ho sempre resistito senza cedere su nulla rispetto alla musica!

AAJ: E oggi, che tipo di difficoltà incontra chi fa musica creativa?

F.S.: Credo che si dovrebbe parlare più in generale delle difficoltà che si incontrano oggi in Italia nel fare il musicista: è il paese della musica, dove però la RAI (televisione legata alla politica e quindi allo Stato) ha chiuso tre orchestre sinfoniche, i cori e le orchestre di musica ritmico-leggera. Un paese dove ogni giorno si fermano attività di associazioni musicali, festival e rassegne. Dove un musicista come Salvatore Accardo, in una recente intervista televisiva, ha citato come esempio positivo (condivido pienamente) il sistema musicale del Venezuela. Dove il fondo per lo spettacolo è tagliato anno dopo anno, e dove la cultura è un costo e non un investimento (ovviamente non intendo solo per il turismo ma per i giovani e le future generazioni)!

Da poco mi è arrivato l’ennesimo messaggio da sottoscrivere per salvare una importante istituzione musicale, l’Orchestra Verdi di Milano. L’Italia è un Paese dove non si investe nella ricerca musicale ma solo su nomi, meglio se stranieri, e eventi di grande richiamo pubblicitario. Io e altri musicisti da Torino abbiamo cercato di far fronte a questa situazione, che oggi è sempre più grave, fondando già nel 1977 il Centro Musica Creativa, allora cooperativa e oggi associazione culturale. Ci siamo sempre occupati di promuovere la musica di ricerca, soprattutto italiana, attraverso la realizzazione di concerti e rassegne, la promozione dei gruppi e la produzione discografica. L’etichetta CMC ha realizzato oltre 40 CD. Moltissime le manifestazioni realizzate tra cui sei edizioni di Torinojazz.

Ultimamente ho riguardato la cronologia dei concerti dal 1977 ad oggi. Quasi tutti i musicisti del jazz contemporaneo italiano hanno suonato per la CMC di Torino: Giorgio Gaslini, Furio Di Castri, Eugenio Colombo, Guido Mazzon, Renato Geremia, Tiziano Tononi, Daniele Cavallanti, Gianluigi Trovesi, Pino Minafra, Paolo Dalla Porta, Paolo Damiani, Mariapia De Vito, Gianni Cazzola, Roberto Ottaviano, Roberto Bellatalla, Sandro Satta, Antonello Salis, Piero Bassini, Tiziana Ghiglioni, Lauro Rossi, Sebi Tramontana, Bruno Tommaso, Ettore Fioravanti, Giancarlo Schiaffini, Alberto Mandarini....

Un progetto molto difficile, malgrado i contributi della Regione Piemonte e della Città di Torino, che ha sempre richiesto un grande impegno di tempo e di lavoro. Io sono stato il primo presidente "musicista" della CMC, per sei anni fino al 1985 circa. Per capire meglio la situazione nel jazz e nella musica creativa basta pensare che in Italia saranno cinque o sei i musicisti di quest’area musicale che vivono esclusivamente di concerti e quindi della loro musica. Tutti gli altri insegnano nei conservatori, nelle scuole civiche o private, si dividono con altre realtà musicali oppure hanno un lavoro al di fuori della musica. Siamo ben lontani dalla situazione francese dove gran parte della programmazione dei concerti è dedicata ai musicisti francesi, e dove esistono una serie di agevolazioni e ammortizzatori sociali anche per i musicisti "intermittenti" (caratteristica tipica del musicista di musica improvvisata).

Voglio raccontarti una cosa, per me molto importante, della mia vita. Nei primi anni settanta ho scelto di fare l’obiettore di coscienza. Ho rischiato la prigione per quella scelta, perché in quel periodo se non veniva accettata la tua domanda di obiezione potevi solo scegliere tra fare il servizio militare o essere arrestato. Io avevo deciso che comunque non avrei mai indossato la divisa. Per mia fortuna tutto si risolse positivamente. Ti ho raccontato questo per un semplice motivo: mi è molto difficile accettare che in Italia, paese dell’arte e della musica, vengano investite sempre più risorse per armi e spese militari e non si trovino fondi per la cultura e la ricerca. Come avrai capito, le mie convinzioni in merito non mai sono cambiate.

AAJ: Quindi il problema è politico, mi par di capire. Non hai la sensazione che le varie iniziative autogestite siano un pò slegate tra di loro e che non ci sia coesione tra la varie realtà del territorio?

F.S.: Sicuramente non c’è mai stato un vero coordinamento tra le varie realtà autogestite in Italia. Collaborazione tra i musicisti italiani in alcuni casi sì, ma senza un progetto, un percorso con degli obiettivi. Ricordo che negli anni in cui ero responsabile del Centro Musica Creativa ho tentato di proporre ai moltissimi musicisti italiani che venivano a Torino per suonare nelle nostre rassegne, di organizzare iniziative analoghe nelle diverse città italiane. In questo modo si sarebbe creata una specie di struttura nazionale con tutta una serie di possibilità per gli stessi musicisti. Inutile dire che, a parte sporadiche collaborazioni come ti ho già detto, non si è fatto nulla. Negli ultimi anni proprio a Torino, grazie a Antonino Salerno, si è costituito il SIAM��"CGIL (Sindacato Italiano Artisti della Musica). Ovviamente non si occupa solo dei problemi dei musicisti di jazz, ma è una realtà importante per tutti i musicisti intermittenti.

AAJ: Tu hai avuto anche una formazione classica. Parlaci di questo aspetto.

F.S.: Il mio primo maestro di musica e di batteria, Giorgio Gandino, che tuttora dirige una scuola di musica a Torino, era percussionista classico e grande appassionato di jazz. Mio padre suonava molto bene il clarinetto e amava profondamente la musica sinfonica e lirica, anche se di mestiere era impiegato in una grande azienda. La musica è sempre stata importante nella sua vita. Quando era ventenne ha passato un anno in Germania, deportato in un campo di lavoro. Con lui aveva l’inseparabile clarinetto. E proprio quest’ultimo lo ha salvato in quella terribile esperienza dove vide morire molti suoi cari amici. Ogni tanto capitava che i militari tedeschi portassero lui e qualche altro internato capace di suonare uno strumento in un locale del vicino paese. Tra un valzer e una mazurca, rigorosamente improvvisati perché non avevano ovviamente alcun spartito, riuscivano a mangiare qualche cosa che non fossero le solite patate e pane raffermo. Erano schiavi e la musica li ha aiutati a sopravvivere. Di quella esperienza conservo un diario che mio padre ha scritto in quei terribili giorni. Una cosa mi ha sempre colpito molto di quelle pagine: lui non capiva come i tedeschi potessero agire in quel modo, ma scriveva anche di quando arrivavano tommy, cioè gli americani, e bombardavano ovunque, su qualunque obiettivo, senza distinzione. Anche questo non capiva. Inevitabile, quindi, il mio avvicinarmi alla musica classica, oltre che al jazz. Ho studiato percussioni classiche e per alcuni anni composizione e pianoforte. Anni molto intensi in cui affiancavo lo studio della batteria e del jazz con la musica lirica e sinfonica. Mi sono sempre sentito vicino a questi due mondi e anche oggi continuo a dividere in questo senso la mia attività. Cerco di trasmettere questo modo di avvicinarsi alla musica anche ai miei allievi: nessuno schema preconcetto, ma ascoltare e studiare di tutto, poi poco a poco trovare la propria strada.

AAJ: Mondo accademico e musica creativa si guardano ancora con sospetto o le cose stanno cambiando?

F.S.: Da sempre lavoro sia con il jazz/musica creativa, sia con la musica classica/contemporanea e credo che le cose siano profondamente cambiate nelle relazioni tra i due ambiti. Soprattutto il mondo della musica classica si è aperto al jazz e all’improvvisazione. Molti festival classici propongono concerti jazz, vedi ad esempio Settembre Musica a Torino (altra creazione di Giorgio Balmas). Sempre a Torino l’Orchestra Filarmonica del Teatro Regio ospita in ogni sua stagione un importante appuntamento con il jazz, come ad esempio Herbie Hancock, Dee Dee Bridgewater, Stefano Bollani. Quasi tutti i Conservatori oggi hanno classi di jazz e improvvisazione spesso affidate a musicisti italiani di grande rilievo ed esperienza internazionale. Al Conservatorio di Torino, ad esempio, insegna Furio Di Castri. Lo stesso discorso vale per le Scuole Civiche. In quella di Torino, dove io tengo i corsi di batteria jazz dal 1983, collaborano, tra gli altri, Carlo Actis Dato, Emanuele Cisi, Antonino Salerno, Claudio Lodati, Enrico Fazio, Bruno Astesana, Stefano Maccagno, Luigi Bonafede, Fulvio Chiara. Oggi moltissimi musicisti di jazz hanno una preparazione accademica e possono dividere senza problemi la loro attività tra musica classica e improvvisata... Se proprio devo essere sincero, vedo più chiusure nel mondo del jazz che in quello della musica classica/contemporanea… Il problema di base è comunque culturale e quindi legato alla scuola. L’insegnamento della musica nella scuola dell’obbligo in Italia è molto deficitario. I ragazzi quando arrivano nelle scuole superiori non hanno più la possibilità di avvicinarsi alla musica. Continuano lo studio della storia dell’arte, (per fortuna!) ma non quello della musica. Ad esempio, non conoscono Verdi, Ellington, Bhrams, Davis, la musica popolare o le musiche del mondo! La loro crescita musicale rimane dominio della televisione e dei concerti sponsorizzati da una birra o dauna marca di automobili.

AAJ: Un’ultima domanda: se un giorno dovessi perdere la carica goliardica, smetteresti di far musica?

F.S.: Più che di carica goliardica parlerei di piacere e divertimento nel lavorare con la musica. Io ho iniziato molto giovane la mia carriera: a 16 anni ho suonato un’intera estate in diverse discoteche della Liguria, a 20 anni il primo contratto con un’orchestra, a 24 il primo LP di jazz, subito dopo ho iniziato le prime esperienze di insegnamento. Parliamo di oltre 36 anni di carriera, tantissimi concerti con gruppi di jazz e orchestre lirico-sinfoniche, oltre 50 registrazioni pubblicate!! Eppure ancora oggi continua a piacermi moltissimo fare della musica, lavorare nella musica, vivere pensando alla musica. Probabilmente dipende anche dal fatto che ho sempre lavorato con persone molto preparate con cui si è instaurato un rapporto di stima e amicizia.

Questo, per me, è sicuramente, l’aspetto più importante, e lo auguro a tutti i giovani musicisti!

Foto di Fabio Bobbio

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