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John Zorn: Filmworks XVI - Workingman’s Death

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John Zorn: Filmworks XVI - Workingman’s Death
Pochezza del redattore o (eccessiva?) esuberanza del compositore, ci troviamo a trattare del sedicesimo volume della p roduzione zorniana per il cinema quando già altri due capitoli della serie sono stati licenziati negli Stati Uniti.

Nonostante il vago senso di stordimento derivante da una rincorsa che sappiamo bene difficilmente ci vedrà spuntarla sui ritmi forsennati di Zorn, l'abbondanza di Filmworks è in sé - al di là cioè del merito delle singole prove - un dato positivo.

Orientata a progetti forzatamente circoscritti, estremamente finalizzati e difficilmente riproponibili al di fuori del loro ambito specifico, la scrittura per lo schermo cinematografico (come già si notava altrove) ha difatti sempre rappresentato per il compositore americano l'occasione per concedersi un'estrema libertà creativa, per privilegiare la sperimentazione di nuove proposte che spesso intrattengono dialettiche stimolanti con la sua più vasta Opera.

Non essendo costretto a concepire un progetto che può/deve trasformarsi in una nuova fonte di monumentali serie di CD e tour in giro per il mondo, è come se Zorn potesse in qualche misura allentare la tensione, concedersi di mettere da parte la costruzione del proprio mito e dilettarsi nel dar vita ad ambientazioni sonore che si discostano dalle correnti principali della sua produzione, nonché nel mescolare i propri fidati collaboratori per generare incontri dagli esiti originali, difficilmente altrimenti proponibili.

È esattamente questo il caso della musica contenuta in Workingman's Death e composta per l'omonimo documentario girato da Michael Glawogger nel 2005 (workingmansdeath.com) con l'intenzione di restituire visibilità a un tema che potrebbe oggi apparire lontano - come di fatto lo è geograficamente nel film - dalle nostre coscienze: il lavoro nelle sue condizioni più estreme, al limite della minaccia per la stessa vita umana.

Tema profondo, tema toccante, tema non scontato che il regista ha reso in una maniera stilisticamente conturbante, come se a incorniciare con eleganza queste storie drammatiche di lavoratori che mettono a repentaglio la vita attraverso l'attività cui devono dedicarsi per mantenerla si potesse meglio imprimerne il paradosso nello spettatore.

Scrive Zorn nelle note di copertina che accostare una musica ad elevato contenuto emotivo ad immagini di per sé tanto evocative ne avrebbe per eccesso svilito il valore. Di qui la decisione di escludere le componenti armoniche e melodiche e di concentrarsi su una partitura per le sole percussioni di Cyro Baptista, affiancate - allo steso modo di quella patina di raffinatezza che si stende sulle immagini dal senso scabroso del film - dalla mistica elettronica di Ikue Mori.

Prospettiva intelligente interessante ed integerrima. Che tuttavia a noi non è dato apprezzare nei suoi intenti originari. Al fine di rendere più 'stimolante' l'ascolto, difatti, Zorn ha deciso dopo aver riascoltato i nastri di tornare in studio per registrare alcune tracce, da sovraincidere in parte alle precedenti, che prevedono la presenza alle tastiere di Jamie Saft e del compositore stesso.

Peccato. O forse no...

La volontà di comporre musica che fosse il meno invasiva ed evocativa possibile, in modo da lasciare alla visione la totale responsabilità delle emozioni dello spettatore, fa sì che fra tutte le colonne sonore di Zorn questa sia fra quelle che più necessiterebbero dell'apporto delle immagini - ennesimo paradossale ribaltamento di prospettive - per poter essere pienamente apprezzate.

Queste fondamenta percussive sono realmente mantenute ad un infimo grado di elaborazione. Varietà, espressività e complessità sono accantonate a favore di piane reiterazioni di pattern ritmici, esili costellazioni di suoni ritagliate da un denso silenzio, trasmutazioni estreme del fenomeno percussivo tendenti al limite del rumore indistinto.

Musica di presa non immediata. Assai meno colorata di quella pure solo percussiva - a opera di Joey Baron e Kenny Wollesen e contenuta in Filmworks VIII - composta per il film a tematica omosessuale 'Latin Boys Go To Hell' (1997) di Ela Troyano. Eppure potente. O almeno lo si intuisce. E una volta di più alimenta il desiderio di vederli questi film, di non limitarsi a immaginarli dalle colonne sonore.

Ecco allora perché il contributo di Ikue Mori, così imprevedibile nella sua routine, già risulta di fondamentale aiuto nel carpire un poco di calore da una musica nata da una battito che però non deve far vibrare (tanto per proseguire i paradossi).

Le piroette tintinnanti e le grezze sciabordate che si materializzano dal suo laptop sono spesso gli unici tremolanti miraggi nella desolazione della tenue trance imbastita da Baptista, magistrale come sempre. La solita discrezione della Mori raggiunge qui livelli assoluti tanto d'intensità quanto d'efficacia.

Ecco allora perché l'ascolto esce dall'ottundimento e dall'adesione automatica alla trance nei brani in cui sale il potenziale di senso della musica, in cui Zorn offre un appiglio per precedere la musica nella costruzione di un possibile scenario.

Sono i brani in cui l'ambientazione geografica delle storie raccontate sullo schermo suggerisce quali suoni impiegare, determinando anche una loro più salda collocazione lungo lo spettro emotivo. Per cui, ad esempio, il tenebroso gamelan impiegato per commentare le claustrofobiche mesmerizzanti immagini delle miniere di zolfo indonesiane ingigantisce il proprio impatto nonostante una conduzione assolutamente minimale.

Ed ecco allora perché l'aggiunta in alcuni brani delle voci di Saft e Zorn (più Blumenkranz nell'ultimo brano) giunge come una manna.

Tutto assolutamente in perfetto stile filmwors: i lunghi tremolanti inquieti accordi dell'organo di Zorn, le placide fantasiose spiraliformi linee del piano elettrico di Saft, rigorosamente radical jewish.

Interrompendo di tanto in tanto l'ascetismo percussivo di fondo con qualche tonalità più calda e morbida, le sovraincisioni - pur impedendoci di apprezzare l'opera come inizialmente concepita - alleggeriscono senza dubbio la fruizione di una musica che, come la vita dei lavoratori del film, si regge su di un paradosso di incompiutezza, per cui per essere se stessa deve uscire da sé e confrontarsi con un 'altro' che è al tempo stesso condizione della propria sopravvivenza e minaccia alla propria identità.

Track Listing

01. Padani Slipway - 9:02; 02. Juju - 6:15; 03. Sulphur Mining - 6:30; 04. Horn Carrier - 3:16; 05. Atmosphere - 2:14; The Miners - 3:06; Steel Foundry - 6:01; Work Trance - 3:20; Ghost Ship - 2:51; Dark Caves - 3:18; Slaughterhouse - 9:10; Guitar Juju - 6.20. Tutte le composizioni sono di John Zorn.

Personnel

Cyro Baptista (percussioni); Ikue Mori (elettronica); John Zorn (organo, gamelan); Jamie Saft (piano elettrico, chitarra); Shanir Ezra Blumenkranz (basso elettrico).

Album information

Title: Filmworks XVI - Workingman’s Death | Year Released: 2006

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