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Fano Jazz by the Sea 2018

Fano Jazz by the Sea 2018
Libero Farnè By

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Fano Jazz by the Sea
Varie sedi
Fano e dintorni
21-29.07.2018

A partire dall'edizione dello scorso anno la Rocca Malatestiana è diventata il fulcro di Fano Jazz by the Sea. Nel giardino antistante la possente struttura storica viene allestito il Jazz Village, punto di incontro per varie iniziative collaterali: concerti e progetti didattici, senza dimenticare la valorizzazione dell'enogastronomia locale e dell'ecosostenibilità. Ma è l'ampio spazio dentro la Rocca ad accogliere i concerti principali della sera; e, a seguire, in un angolo più raccolto, ormai battezzato "la Rocchetta" dal direttore artistico Adriano Pedini, si svolgono i concerti del Youngstage, dedicato alle proposte dei musicisti giovani, emergenti o già affermati. Nella Sala malatestiana inoltre vengono organizzate presentazioni di libri e autori attinenti il jazz.

Ma un'altra sede nodale è la Pinacoteca San Domenico, dove nel tardo pomeriggio si tengono i concerti della sezione "Exodus: gli echi della migrazione": tutte solo performance che devono fare i conti con l'ampio riverbero dell'ambiente, oltre che col tema assegnato. Il nostro resoconto del festival parte appunto da questi appuntamenti, seguiti dalla concentrazione di un pubblico di fedeli intenditori.

In "Ritus" Daniele di Bonaventura ha sviscerato le peculiari risorse del bandoneon appellandosi a varie culture, colte o popolari, sacre o profane, intrecciandole e rigenerandole. Ne è risultato un approccio immaginifico, che non ha escluso toni malinconici e nostalgici. Con grande mobilità dinamica, con piccoli spostamenti di ritmo, di volume e di timbro, il solista ha condotto una narrazione inventiva, complice e intimista, con un fil di voce a tu per tu con l'ascoltatore.

Tramite un largo uso dei campionamenti dal vivo, la cantante e polistrumentista norvegese Mari Kvien Brunvoll ha via via aggiunto e stratificato melodie, frasi e accenti, creando un tessuto incantatorio o più affermativo. Il metodo non è nuovo, ma l'emergente protagonista lo ha affrontato con logica e buon gusto, protraendo su un piano evanescente ed evocativo una personale tradizione pop-folcloristica.

Anche Amir Gwirtzman ha utilizzato a piene mani le risorse del loop e dei campionamenti, ma a differenza della Brunvoll il polistrumentista israeliano, attingendo a una sterminata gamma di strumenti ad ancia, a canna e a percussione, ha proposto un assemblaggio di culture altrettanto sterminato. D'immediato impatto sonoro e comunicativo, il suo lodevole messaggio interculturale ha tuttavia messo in scena un catalogo di matrici un po' troppo generico, indifferenziato e dimostrativo.

Molto meglio il set di Francesco Bearzatti, che per Exodus ha immaginato viaggi e trasmigrazioni che si concludono per lo più positivamente, anche quando burrascosi e travagliati. Con un evidente senso dialettico ed espressivo, egli ha integrato il tenore e il clarinetto, creando un serrato dialogo di voci, ora animose ora sommesse. I temi e il lirismo del primo lungo brano hanno mostrato opportune influenze ayleriane; altrove sono emerse cantilene infantili, inflessioni magrebine, impennate irose, decantazioni meditative...

Proprio nelle ultime due giornate del festival si sono succeduti gli appuntamenti più interessanti del ciclo Exodus: al solo di Bearzatti ha fatto seguito il giorno successivo quello esemplare e intensissimo di Pasquale Mirra. Come lo stesso vibrafonista ha anticipato nell'introduzione, la sua performance "ha alternato improvvisazione libera e improvvisazione strutturata," vale a dire una navigazione in mare aperto per poi approssimarsi a isole sicure a cui approdare. Il suo viaggio, intrapreso su vibrafono, marimba e un selezionato set di percussioni con incredibile ricchezza armonica, dinamica e timbrica, ha toccato momenti di struggente delicatezza, melodie danzanti, frenetiche concretezze percussive, soste pensose. Partecipato e originalissimo il suo recupero di alcuni temi dell'amato Don Cherry.

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