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Falso d'autore o geniale trovata? Il caso di "Blue" dei Mostly Other People Do The Killing

Enrico Bettinello By

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Per provare a capire il nuovo lavoro dei Mostly Other People Do the Killing, senza limitarsi a notare solo "quanto sono bravi a rifare esattamente -o quasi-nota per nota la musica dell'originale Kind of Blue" o a bollare l'operazione come una sorta di divertissement vagamente situazionista e fondamentalmente inutile, sono piuttosto interessanti le annotazioni che il contrabbassista e leader della band, Moppa Elliott, ha affidato a un'intervista/chiacchierata con il fratello Greg. La potete trovare a http://goo.gl/akxRdy.

Il disco si chiama Blue e, come detto, consiste in una pedissequa e curatissima riproposizione del popolare lavoro di Miles Davis del 1959, un lavoro che per una serie molteplice di ragioni (non ultima quella, molto banale, di essere comunque la si veda, un capolavoro) è assurto a "disco jazz per eccellenza," quello che si consiglia al neofita e che si regala alla aspirante fidanzata, quello cui è dedicato più di un libro e che non sfigura -come tutte le eccellenze dell'eleganza-nei musei del jazz così come nel sottofondo musicale di un coiffeur alla moda.

I Mostly Other People Do the Killing, solitamente un quartetto, "diventano" sestetto come quello di Davis ingaggiando Ron Stabinsky al pianoforte e sfruttando la versatilità di Jon Irabagon, che è un eccelso sassofonista sia al contralto che al tenore e che quindi si è potuto sbizzarrire ad essere, alternativamente, John Coltrane o Cannonball Adderley.
L'idea frullava nella testa di Elliott e compagni già da qualche anno -e non c'è da stupirsi, conoscendo un po' l'attitudine citazionista e postmoderna del quartetto-e trova ora la sua realizzazione, seguita a un duro lavoro di trascrizione e di ascolto di ogni dettaglio del disco di riferimento, con l'obbiettivo di cogliere dell'originale tutte le sfumature, i respiri, gli accenti, quegli elementi che non possono trovare alcuna riproduzione sulla carta.

Una sfida chiaramente impossibile e quindi, nemmeno troppo paradossalmente, possibile solo grazie a questa condizione, che fa sì che pur nell'altissima precisione del gesto riproduttivo, si possa sempre comunque scorgere quello scarto, quella minima differenza. Minima al punto tale che, con buona probabilità, chi si trovasse ad ascoltare Blue in condizioni rumorose (in un supermercato, come spesso avviene anche all'originale) o magari molto tempo dopo avere ascoltato l'originale, potrebbe non accorgersi del lavoro dei "falsari."

L'idea della riproduzione pedissequa non è certo nuova nella cultura popolare contemporanea. Pensiamo ad esempio a Psycho rifatto fotogramma per fotogramma da Gus Van Sant, alle serie di Andy Warhol, ma anche alle tante riproduzioni di sedie di design che lo scadere del copyright consente. Ovviamente in un caso siamo in presenza di un'operazione che ha alla base un suo pensiero artistico (apprezzabile o meno, ma tant'è), mentre nell'altro si sfrutta l'idea di "opera d'arte nell'era della sua riproducibilità" in un'ottica prettamente commerciale.

Recentemente la tendenza "ricreativa" ha trovato spazio anche nel lavoro dei Bad Plus dedicato alla Sagra della primavera, anche se in quel caso, pur fedele alla partitura originale, si tratta pur sempre di una trascrizione per piano trio.

Alla base di Blue ci sono riflessioni molto interessanti: che vanno dal ruolo stesso del gesto di trascrizione nella didattica jazz (elemento di grande importanza per metabolizzare il fraseggio di un determinato artista o periodo stilistico) all'idea di novità e di originalità, apparentemente centrale nei discorsi sul jazz -spesso anche utile come scorciatoia per noi che ne scriviamo, va ammesso-ma tutt'altro che indenne dalla possibilità, utilissima, di essere messa costantemente in discussione.
Si chiede Elliott nell'intervista: "Quello che abbiamo suonato è jazz? Se non lo è, perché non lo è? Ascoltate e ditemi qual è la differenza. Mi potresti rispondere che non è jazz, perchè non stiamo improvvisando, ma se io te lo faccio ascoltare senza dirtelo, non lo sapresti mai e quindi lo staresti liquidando per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la musica che ascolti. È chiaramente jazz, ma a causa del processo che sta sotto, diventa magicamente non-jazz."

Il contrabbassista tira in ballo anche il concetto di "classicizzazione" del jazz, che tanti mali di pancia procura ai protagonisti del dibattito tra i "canonizzatori" alla Wynton Marsalis e coloro i quali sottolineano la necessità di una continua evoluzione dei linguaggi afroamericani. La logica di un jazz che diventa la "musica classica americana" trova nell'operazione di Blue una sorta di sua estremizzazione, quasi un'applicazione del concetto di interpretazione di una partitura, cosa che nella tradizione musicale scritta occidentale è un elemento imprescindibile, ma che in un contesto come quella afroamericano diventa noioso e senza troppo senso.

Una delle parti più interessanti e significative del ragionamento di Elliott riguarda la probabile attenzione alla differenza che l'ascoltatore più smaliziato porrà nell'ascolto del disco.
...ecco qui Stabinsky non ha certo il tocco di Bill Evans o in quest'altro momento si capisce bene che non è Coltrane...
Il contrabbassista e leader si domanda se una simile attenzione non sia possibile o addirittura doverosa sempre, con ogni musica, non solo in presenza dell'aguzzate l'udito da Settimana Enigmistica che questo progetto offre al sin troppo stimolato ascoltatore di oggi, travolto da continue novità e ristampe.

Ecco quindi come Blue sia innanzitutto un formidabile congegno di pensiero sul linguaggio jazz e sull'ascolto, sul rapporto con il proprio tempo e con la propria storia culturale e le note di copertina, costituite dal celebre e meraviglioso racconto di J.L. Borges Pierre Menard, autore del Chisciotte (in Italia è tradotto nella raccolta Finzioni e non a caso è citato anche dal pianista Anthony Coleman in una sua interessantissima riflessione sull'argomento pubblicata sull'edizione americana della nostra testata), che affronta simili questioni, sono assai più esplicative e stimolanti di qualsiasi analisi stilistica.

Un congegno ancora più assurdo e potente per il fatto di venire concepito in un epoca in cui, alla fine, il disco non ricopre più quella centralità di oggetto culturale che ha contribuito alla "fama" di Kind of Blue.
Blue è un disco che probabilmente compreranno in pochissimi in un epoca dove comunque i dischi li comprano comunque in pochissimi.
Un disco che se fossimo nel regno "dorato" delle arti visive qualche gallerista riuscirebbe anche a rendere di culto, ma che invece dimostra la sua forza perturbante e quasi fastidiosa (a più livelli) proprio perché alla fine è lì, un pezzo di plastica rotondo come l'altro (e io ad esempio non so, lo dico con onestà, se lo riascolterò tante altre volte, dopo averlo ascoltato per qualche giorno in preparazione di questo articolo), però capace di ricordarci con intelligenza quasi feroce come alla base di tutto, anche dei capolavori, ci sia sempre il nostro ruolo di ascoltatori attivi e consapevoli, unici e complessi. Quante volte ce lo dimentichiamo?

Foto
Bryan Murray.
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