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Enrico Bettinello: Storie di Jazz

Maurizio Zerbo By

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Storie di Jazz
Enrico Bettinello
330 Pagine
Arcana

Uno dei libri più avvincenti sul jazz del 2015 viene dall'editoria italiana. Ne è autore Enrico Bettinello, giornalista tra i più preparati del panorama musicale nazionale. Il suo saggio si impone per vivacità di pensiero e acume critico, nello scandagliare le vicende artistiche di cinquantasette icone del jazz.

Sono vivide pennellate d'autore, che si distanziano dai luoghi comuni della storiografia dall'alto di un punto di vista originale. Anche le stimolanti proposte d'ascolto denotano un piglio da fuoriclasse nel rimandare a brani non sempre noti, reperibili sia in rete sia nei canali di vendita tradizionale.

Entrando in media res, va sottolineata la rara capacità di scavare a fondo dentro la personalità dei musicisti omaggiati, offrendo al lettore aneddoti davvero rari. Ne discende una preziosa cornucopia di informazioni, che talora travalicano l'ambito meramente artistico. A pag. 121, ad esempio, apprendiamo della grazia che John Fitzgerald Kennedy concede al pianista Hampton Hawes, in prigione nel 1963 per uso di stupefacenti. L'autore è anche acuto nel saper rintracciare i legami del jazz con altre esperienze musicali. Emblematica è in tal senso la discografia del batterista Shelly Manne, impreziosita dalla collaborazione con Frank Zappa e Tom Waits.

Imperdibile è soprattutto la seconda parte del libro, dedicata alle "desperate jazzlives.,"nel ripercorrere le vicende artistiche di geni infelici come Art Pepper, Sonny Clark e Hampton Hawes. Sono pagine memorabili dove l'empatia accarezza l'inquietudine esistenziale di anime tormentate, che solo la pratica jazzistica riesce a riscattare.

L'abilità narrativa di Bettinello è tale da scongiurare i cliché del genio incompreso, o di poeta maledetto. Lo dimostra anche il ritratto di Gigi Gryce, "la cui formazione classica, la morigeratezza personale (non fuma, non beve, non si droga), l'intelligenza che non si vuole piegare a certi trucchetti dell'industria discografica e la scarsa propensione agli spostamenti sono certamente elementi che vanno a comporre un quadro nel quale la componente umana, umanissima del nostro uomo, diventa protagonista nella decisione di togliersi dalle luci della ribalta."

Emerge così l'elevata statura morale di un jazzista che ha saputo gestire l'oblio artistico con raro equilibrio e serenità invidiabile. Una sorte opposta, che avrebbe incuriosito Borges se questi fosse stato jazzofilo, arrise invece a Oliver Nelson. Re Mida dell'arrangiamento, non si fece mancare nulla: le raffinate composizioni per orchestra, il sanguigno hard bop, spot pubblicitari, fortunate sigle televisive come "Colombo" e "Ironside," la colonna sonora di "Ultimo Tango a Parigi," i redditizi lavori per James Brown, Diana Ross e Temptations.

Vi sono anche i musicisti che non mollano in attesa di tempi migliori, anche nei momenti più critici. È il caso di Sidney Bechet, impegnato anche a fare il sarto o lavorare in una stireria di Harlem. Sopraffatti dalle mode, i jazzisti hanno talora la cogenza di dedicarsi ad altre pratiche musicali. Ritroviamo così a pagina 86 J.J. Johnson a lavorare per la televisione ("Starsky and Hutch") e il cinema ("Cleopatra Jones"), con eccellenti risultati. Cannonball Adderley compare nel telefilm "Kung Fu," interpretando un musicista di strada alle prese con improvvisazioni solitarie.

Il ritratto del semisconosciuto Mike Osborne riassume lo spirito di un saggio imperdibile, che trasmette al lettore tutta la forza ammaliante del jazz e del suo mondo.
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