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Elogio Del Violoncello A Napoli

Francesca Odilia Bellino By

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Elogio del violoncello
MAN -Museo che suona
Museo archeologico di Napoli, 31 maggio—3 giugno 2018

Sdoganare la musica classica è impresa titanica. Lo ha ben detto Benjamin Zander (tra le altre cose direttore della Boston Philharmonic Orchestra) in un TED che è sempre consigliato vedere per chi ama la musica, non solo classica. Sdoganare uno strumento come il violoncello è ancora più complesso. Farlo per arrivare a far vibrare le corde di una intera città, come Napoli per giunta, siamo all'impossibile!

Ma "Elogio del violoncello" è una rassegna coraggiosa che invece cerca "di liberarne le mille voci, ognuna delle quali sia in grado di rimandare ad un diverso universo sonoro ed emotivo specifico, via via diverso." In quattro giorni intensi (31 maggio-3 giugno), il Museo Archeologico di Napoli si è riempito della diversità, della libertà e della emotività che vibra dalle corde di questo strumento unico e ha sfidato una città inizialmente sorniona e poi via via sempre più coinvolta e partecipe all'evento (analogo, se vogliamo a "Piano City"). Scenografia non meno adatta, straordinaria, nei suoi spazi vuoti e in quelli ampi, pieni di una eco (che se fa dannare per cercare il suono pulito, fa perdere per la bellezza che è in grado di sprigionare). Il museo ha infatti accolto molte iniziative a latere (ma non meno importanti). Concerti per turisti nel corso della giornata e per chi voleva avvicinarsi alla tecnica della costruzione del violoncello, per tutta la rassegna, il liutaio napoletano Gaetano Pucino ha messo a disposizione la sua arte in una sala del museo.

La prima giornata della rassegna è declinata su flamenco e blues grass. La sala delle pitture pompeiane accoglie il violoncellista lettone (poi israeliano e anche tedesco) Ramon Jaffé che declina un repertorio (Gabrielli, Marais, Telemann, Cassado, Jaffé) a la flamenca. Jaffé è abilissimo (tecnicamente), potente, virile, usa il suo violoncello come un violino, cercando di cogliere (nei bassi soprattutto) sfumature di grande intensità.

La band di San Francisco Dirty Cello trasporta il pubblico oltre oceano e su sonorità rock e blues grass profondamente americane (non solo da east coast). Violoncello parte della band, allegra o cupa, dipende dal mood, ma sempre nell'amalgama delle sonorità da strada. C'è tutto il blues grass d'avanguardia, in cui il violoncello spinge il genere un po' più in là.

Uno dei cardini della rassegna sono le "Suites" di Bach. Lette attraverso il best seller di Eric Sibili, "The Cello Suites" (2009), ma soprattutto sentite attraverso l'interpretazione di Enrico Dindo. Se sul saggio si Sibili ci sono, infatti, osservazioni di ogni genere da fare (la cui lettura, per essere compresa appieno, deve essere fatta con spirito rigorosamente non europeo-centrico, ma americano), su Enrico Dindo c'è poco da dire. La sua interpretazione di Bach è senz'altro tra le grandi riletture di uno dei classici della letteratura per violoncello a cui Dindo ha dedicato un registrazione monografica per la Decca. Ascoltarlo dal vivo, nella scenografia (con la sua particolare eco) del Museo, è l'esperienza che una rassegna del genere concede all'ascoltatore non necessariamente del mestiere. Ed è un'esperienza straordinaria, per la sua interpretazione passionale, elegante, piena. Ma anche per la possibilità di farla calandosi in una dimensione effettivamente classica. Dunque un pezzo fondamentale del repertorio per violoncello, egregiamente interpretato, e da uno dei più importanti violoncellisti viventi italiani.

Più complesso entrare nelle corde della violoncellista israelo-new yorkese Maya Beiser. Il suo "One Cello, Many Voices" nel cortile delle fontane si perde un po.' Intendiamoci, Beiser lavora con Brian Eno, Philip Glass, Osvaldo Golijov, Steve Reich (che le ha anche dedicato un pezzo), ed a suo modo un gigante dell'esecuzione del repertorio contemporaneo, ma il suo spettacolo, molto tecnologico, dark, celebrale e d'avanguardia, che unisce video a campionature elettroniche, sembra non riuscire a perforare il pubblico, come invece farà (in modo per altro molto passionale e magistrale) l'ultima sera quando si unisce a Sollima per una "Celebration" in cui tira fuori un'anima molto delicata. Le sue interpretazioni di Osvaldo Golijov e Arvo Pärt rimangono infatti sensazionali, di grande sensibilità, e bisogna solo immergersi nelle sue registrazioni per scoprirne il valore. Insieme a Sollima, svestita, se si concede, di quell'alone dark, che l'ha oscurata nella sua prima interpretazione, Beiser è anche lei un piccolo gigante di questa rassegna.

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