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Ė Partito il Bologna Jazz Festival 2018

Libero Farnè By

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Bologna
Varie sedi
28-30.10.2018

Nel sessantesimo anniversario dello storico e glorioso festival, partito in modo timido e sperimentale nel 1958 sotto la direzione di Alberto Alberti e Cicci Foresti, si è inaugurata la tredicesima edizione del nuovo Bologna Jazz Festival, rinato nel 2006 con criteri e obiettivi in via di assestamento di anno in anno.
Per un mese esatto (25 ottobre—25 novembre) viene offerto un'ampia gamma stilistica che comprende nomi dell'attualità, formazioni di richiamo un po' stantie, esponenti del mainstream, gruppi italiani ed altro ancora, attenendosi sempre ad una certa ortodossia jazzistica. Nel contempo, intessendo una rete di collaborazioni sempre più estesa e prevedendo, oltre ai numerosi concerti, anche un progetto didattico, colloqui sul jazz e imperdibili filmati, il Bologna Jazz Festival 2018 va alla conquista di un territorio sempre più vasto, che dal centro storico del capoluogo si dirama a Ferrara e Modena e alle cittadine di Budrio, Castelmaggiore, Cento, Carpi, Vignola... Dal resoconto di tre dei concerti della prima settimana di programmazione si può avere un'idea di questo possibilismo stilistico e organizzativo.

Il progetto The Sound Routes, partito nel 2017 con finanziamenti della Comunità Europea, è teso all'integrazione sociale e culturale, selezionando nei vari Paesi musicisti migranti e rifugiati. Il settetto ascoltato al Locomotiv Club, centro giovanile aderente all'Aics e abitualmente indirizzato al rock, schierava tre siriani (Shalan Alhamwy al violino, Alaa Zaitounah all'oud, Tarek Al Faham alla batteria), il senegalese Peace alla chitarra e basso elettrico, gli ospiti Roy Paci e Michel Godard , sempre a loro agio in qualsiasi contesto, e il contraltista bolognese Guglielmo Pagnozzi anche in veste di maestro di cerimonie. In un'inedita riproposizione di classici della tradizione mediorientale e anche di original di coinvolgente valenza ritmica, si è assistito a un autentico incrocio di culture e di differenti pronunce strumentali, che hanno messo in evidenza l'alto livello tecnico dei singoli e la forza coesiva dell'interplay. Va sottolineata, spesso in trascinanti scambi di battute con Godard, la personalità del chitarrista, nel cui pizzicato si compenetrano la kora, la chitarra flamenco e la chitarra jazz-rock.

Il cinquantenne Martin Wind, tedesco d'origine e newyorchese d'adozione, ha pilotato il suo Light Blue Quartet, che ha un omonimo cd alle spalle. I suoi original non nascondono d'ispirarsi spesso a famosi standard: nelle strutture, nelle intenzioni ed anche nel modo giocoso e divertito di porgerli essi sono a buona ragione ascrivibili all'ambito del mainstream. Alla Cantina Bentivoglio la conduzione del motivato leader nonché abile contrabbassista ha avuto il pregio di fare emergere le doti degli ottimi partner: il pianismo volitivo di Gary Versace e il drumming ora impalpabile ora spumeggiante di un partecipe Matt Wilson, spesso alle prese con le spazzole. Soprattutto ha permesso di apprezzare Anat Cohen, oltre che all'abituale clarinetto, al sax tenore, su cui ha esposto una pronuncia sinuosa e calda oppure a tratti stentorea e spericolata, che può aver richiamato la tradizione degli honkers, esponenti del Rhythm and Blues a cavallo fra Swing e bebop.

Una diversa declinazione del mainstream, tutta italiana, la si è ascoltata la sera seguente al Teatro Arena del Sole, nell'omaggio al repertorio di Duke Ellington da parte di Fabrizio Bosso supportato dal Paolo Silvestri Ensemble, un compatto nonetto composto da validissimi strumentisti. Gli arrangiamenti di Silvestri hanno rivestito i famosi brani di deformazioni armoniche, ampiezze sinfoniche e soprattutto marcate, briose cadenze ritmiche. Parimenti erano improntate a una vivace estroversione le pronunce dei singoli, in primis di Julian Oliver Mazzariello al piano e ovviamente di Bosso, sempre iperbolico e sorprendente nelle sue esplosioni di tecnica trombettistica. Ma sulle ali della tecnica ci si può spingere molto lontano, verso visioni arabescate e surreali e compiacimenti edonistici, fino a tradire talvolta lo spirito e l'elegante sintesi della musica del Duca. Non è appunto con il dovuto coraggio, un approccio originale e un po' d'irriverenza che si può attualizzare la tradizione?

Foto: Malì Erotico

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