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Don Byron e Aruan Ortiz in concerto al Teatro Jolly di Palermo

Maurizio Zerbo By

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Don Byron e Aruan Ortiz
Nomos Jazz
Teatro Jolly
Palermo
9.4.2019

Don Byron è forse il jazzista che meglio simboleggia la multiculturalità musicale del terzo millennio. Come ha dimostrato per l'ennesima volta il suo concerto palermitano, la cultura afroamericana è il punto di partenza di un approccio totale ad una musica fitta di intrecci tra l'avanguardia jazzistica, il blues e l'approccio eurocolto.

Al suo fianco ha brillato il pianista cubano Aruán Ortiz, che con il leader condivide la medesima idea di progettualità musicale. Ne è disceso un percorso policentrico senza un vero baricentro culturale, illuminato dal magistero tecnico che ben si coniuga con la lucida logica improvvisativa dei due musicisti, entrambi residenti a New York e che hanno da poco pubblicato il notevole Random Dances and (A)tonalities (Intakt Records). Il loro linguaggio solistico risponde ad una prospettiva inclusiva, che giustappone creativamente varie fonti, per poi risignificarle in una logica jazzistica. In tale ottica vanno considerati i brani proposti, tra la formula cameristica dell'accademia europea e le tecniche jazzistiche.

Sin da "Tates's Blues ," è un florilegio di gioielli musicali riconsiderati in termini di rarefazione sonore intorno alle magnifiche composizioni di Duke Ellington, Benny Golson e Maurice Ravel. Emblematico è in tal senso il clima rarefatto di "All The Things You Are," la cui struttura accordale è stata trasfigurata per assumere le sembianze di una fuga bachiana.

Il flusso sonoro di questo concerto ha confermato un'intesa ormai perfetta senza protagonismi o sudditanze, che si alimenta di brano in brano e di atmosfera in atmosfera. La performance dei due musicisti è paradigmatica di una progettualità aperta ad ogni possibilità espressiva, facendo convivere il camerismo della formula con un approccio disinibito al linguaggio improvvisativo. A sublimare il tutto, la fantasia fraseologica ritmicamente mobile, creativa e imprevedibile del clarinettista nel destrutturare i brani interpretati con la ricomposizione istantanea. Paradigmatica è stata in tal senso la rilettura del "Bolero," intessuta dei ritmi brasiliani del choro. Forse sarebbe stato utile per il pubblico l'annuncio dei brani in programma, a cominciare dalla "Black and Tan Fantasy": caposaldo ellingtoniano degli anni '20, poco noto alle nuove generazioni di jazzofili.

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