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Dominic Miller: dalla corte di Sting a quella di Manfred Eicher

Luca Muchetti By

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La prima volta di Dominic Miller per la blasonata ECM Records ha tutte le caratteristiche di un vero evento discografico. Miller, chitarrista fra i più versatili in circolazione e che ha legato il suo nome a un'ormai storica militanza in studio e dal vivo accanto a Sting dai tempi di The Soul Cages (era il 1991, ma nell'infinito curriculum ci sono anche Phil Collins, Tina Turner, Steve Winwood e Peter Gabriel, per dirne alcuni), ha dato vita a un quasi-solo album intimo e prezioso.

Un'opera semplice nella forma e finissima per tessiture, colori e atmosfere. Silent Light, il suo undicesimo album da leader o co-leader, è infatti un autoritratto misurato e sincero di un artista che si racconta con il solo ausilio delle sei corde. E, nel farlo, non fa rimpiangere scelte più articolate e ricche. Ecco cosa ha raccontanto ad All About Jazz.

All About Jazz: Silent Light è un album molto ricco, una vera a propria istantanea del tuo retroterra musicale: dagli esordi fino alla tua vita di oggi, in Francia. L'assetto che hai scelto però è molto minimale: quasi un album da solista. Puoi spiegarci questa apparente contraddizione?

DM: Sarebbe stato facile essere più specifici dal punto di vista stilistico utilizzando strumenti e suoni provenienti da tutte le mie influenze, ma il vero punto nevralgico di questo album era ricrearle usando uno strumento a sei corde piccolo ma polifonico: una chitarra! D'altro canto sono sempre stato d'accordo con Segovia, secondo il quale una chitarra è come una mini orchestra. In più ho cercato in qualche modo di avvicinarmi al suono dell'etichetta e all'estetica della produzione, così ho tenuto il tutto su livello di semplicità e ambiguità. In ogni caso, questa è la mia scusa...

AAJ: Il percussionista Miles Bould è l'unico musicista che hai voluto con te. Pensi ci sia un collegamento fra questa scelta e le forti influenze latine del disco?

DM: Era il giusto percussionista per quest'album per vari motivi. Trovo che il suo modo di suonare sia "altruista" e in qualche modo trasparente. Non porta l'attenzione su di sé ma fa crescere soltanto la musica. E poi c'erano alcuni pezzi in cui sentivo di aver bisogno di qualcosa simile a una pulsazione umana, così che potessi danzare attorno ai battiti con più libertà. Non riesco fare a meno di ascoltare, suonare, arrangiare musica in modo sincopato, cosa che probabilmente deriva dalle mie origini argentine.

AAJ: Silent Light è caratterizzato anche da un forte approccio live: nessuna sovraincisione, nessuna parte elettrica o pattern elettronico in evidenza: solo strumenti acustici, corde e legno. Lo stesso suono è molto puro, quasi materiale 'grezzo.' Questa scelta porta l'album in un terreno per certi versi folk. Credi che questa atmosfera abbia qualcosa a che fare con le tua identità di musicista?

DM: Sì è così. Credo di essere una specie di vecchio hippy folk cresciuto ascoltando un sacco di Neil Young, Van Morrison, Joni (Mitchell, N.d.R.), Bert Jansch e altri. Solo in un secondo tempo sono stato esposto al jazz moderno, e al rock, che era più elettrico ed eclettico. Ma mi sono sempre identificato con i suoni acustici, che mi dicono di più. Mi piace l'aspetto comunitario del poter fare musica attorno a un tavolo da cucina, oppure ai piedi di un albero, cosa non molto pratica o naturale con un suono elettrico.

AAJ: Le tue composizioni si muovono da una narrazione all'altra per crearne di nuove, come se fossero delle storie ma senza parole. Rispetto al lavoro che solitamente fai in studio con Sting, questo tipo di processo in cosa si differenzia? In che misura la tua musica è influenzata dalle parole e quanto dalla loro assenza?

DM: Credo fortemente che la musica strumentale abbia un lato narrativo. Sono anche molto influenzato dalle parole avendo lavorato con incredibili autori. Mi piace arrangiare la mia musica nello stesso modo, assicurandomi che ci siano tutti questi aspetti formali oltre a una melodia e degli arrangiamenti forti. C'è solitamente un tema o un concetto che provo a narrare e che spesso si trova già nel titolo.

AAJ: Un film di Carlos Reygadas porta lo stesso titolo del tuo album. In questo film il silenzio e la luce rivestono una parte importante. Che funzione ha il silenzio nella tua musica?

DM: Credo che quello che non dici sia importante allo stesso modo in cui lo è quello che dici, e qualche volta anche di più. Silenzio e spazio sono cruciali nella musica, nell'arte, nella letteratura, nel cibo, e in ogni altro ambito. Miles Davis è stato forse uno dei primi a esplorare lo spazio nella musica moderna. Penso anche che creando spazio tu possa avere una specie di dialogo interattivo con l'ascoltatore, al quale è data una esperienza più inclusiva.

AAJ: C'è un colore, o una storia, o una atmosfera che una chitarra non può descrivere?

DM: Non l'ho ancora trovata. So anche produrre suoni paurosi sulla mia chitarra, coi quali da ragazzino terrorizzavo mia sorella.

AAJ: Quale altro strumento vorresti suonare come un maestro?

DM: Il pianoforte. Mi meraviglio di come i grandi pianisti pensino e armonizzino.

AAJ: Pat Metheny ed Egberto Gismonti sono due fra i tuoi artisti preferiti della ECM: che lezione hai imparato da entrambi?

DM: Quando li ascolto mi pare comunichino con me. Sono anche ispirato dal loro senso dell'armonia e dalle loro abilità strumentali. Nella loro musica c'è una totale mancanza di ego che mi ha permesso di fare quello che faccio, spingendomi a provarci. Un po' come avevano fatto i Beatles per generazioni di musicisti che si sono sentiti incoraggiati a scrivere materiale originale invece che suonare brani di altri autori. I migliori musicisti solitamente combinano la brillantezza con la generosità, ed è quello che sia Metheny che Gismonti fanno. È come se ti stessero chiedendo: "Che ne pensi?."

AAJ: Questo è il tuo debutto per la ECM...

DM: È un enorme privilegio, e anche una responsabilità perché sono perfettamente consapevole del loro roster stellare di cui ora anche io sono parte. Voglio fare musica e interagire con l'ascoltatore nello stesso modo in cui tutti i dischi ECM l'hanno fatto con me. Sono molto entusiasta di questa nuova collaborazione.

AAJ: Come è stato lavorare con Manfred Eicher?

DM: Ci siamo trovati grazie ad alcune conoscenze comuni. Dovevo essere già nel suo radar. Ci siamo incontrati e subito c'è stata intesa. Abbiamo ascoltato musica e ci siamo scambiati idee, dandoci vicendevolmente indicazioni sui rispettivi gusti e direzioni. Poi in studio è stato molto semplice lavorare, per lo più perché siamo stati molto sinceri e ci si siamo fidati l'uno dell'altro. Sapevamo che la cosa avrebbe funzionato. Davvero surreale per certi versi, come se ci conoscessimo da lungo tempo.

AAJ: Le registrazioni si sono tenute al Rainbow Studio, con J.E. Kongshaug...

DM: Jan è forse il migliore ingegnere del suono con cui io abbia mai lavorato. C'è stato un bel momento, quando sono arrivato in studio. Ho preso una sedia e l'ho posizionata a caso da qualche parte nella stanza per iniziare a scaldarmi. Dopo pochi minuti Jan è arrivato ed ha piazzato alcuni microfoni davanti a me. Mi ha sorpreso perché con tutta la sua conoscenza sull'acustica del suo studio, avevo immaginato avesse un posto speciale per i chitarristi. Questo mi ha messo subito a mio agio, c'è stata subito reciproca fiducia e in sala di registrazione non ho mai avuto bisogno di guardare verso la sala di controllo mentre incidevamo il disco. Non so nulla del Fengshui ma, a giudicare dai risultati, credo che qualunque fosse la posizione nella quale mi trovassi, doveva essere quella giusta.

AAJ: "Fields of Gold" è l'unico pezzo non originale dell'album. Perché hai scelto proprio quel pezzo di Sting?

DM: Suono "Fields of Gold" nei miei concerti da solo da alcuni anni perché mi piace e perché sta bene nel mio repertorio. E credo anche fosse importante inserire una canzone di Sting perché la mia carriera è stata anche molto associata a quella collaborazione, è un modo di riconoscerlo e ringraziarlo.

AAJ: Ricordi il tuo primo incontro col jazz?

DM: Quando ero un ragazzino in Argentina c'erano più Stan Getz e Bossa Nova che "jazz puro." Poi venne Miles Davis, che non capivo o conoscevo ma con cui identificavo il jazz. Mentre crescevo come musicista cambiai rotta verso band di jazz moderno come i Weather Report, la Mahavishnu Orchestra, Return to Forever e altre. Il primo album acquistato credo fosse Romantic Warrior dei Return to Forever.

AAJ: Sei nato in Argentina da padre americano e madre irlandese, sei cresciuto negli Stati Uniti dai 10 anni in su, e poi ti sei formato in Inghilterra. Ora vivi in Francia. Poi la tua carriera ti ha portato ovunque. Che influenza hanno esercitato sulla tua musica i tanti stili e tradizioni musicali che hai incrociato nel mondo?

DM: Una influenza enorme. Dell'Argentina porto dentro di me il folklore e il ritmo, degli Stati Uniti il blues, il jazz e la canzone d'autore, del Regno Unito le epiche rock band, della Francia l'approccio originale alla scrittura delle canzoni, che è ispirato direttamente dalla musica classica. Credo che la chiave sia riconoscere le tue influenze e perfino citarle nella tua musica senza provare a suonarle per quello che sono, e senza far finta che siano farina del tuo sacco. Tutto ciò che faccio è sistemare le mie influenze sul pavimento e metterle insieme creando differenti mood, schemi e forme. Le fonti devono restare ben visibili a tutti. Quello ne ricavo è mio. Prima di tutto il mio divertimento e la mia esperienza. Posso definirla quindi musica "mia," ma tutto deriva da qualcosa.

AAJ: Storicamente credi che il jazz sia stato più reattivo o proattivo? In che misura il jazz tende ad incorporare tendenze e influenze di altri stili e in che misura riesce ad influenzare altri generi?

DM: Hmm... entrambe le cose. Non credo ci sia stato un periodo più forte per il jazz che quello in cui furono attivi Miles e Coltrane. È il momento in cui è stata posta l'asticella. Molti generi musicali guardano a quel periodo e di certo ne emulano i concetti. I Weather Report furono una delle band che copiò ripetutamente. È molto raro sentire qualcosa di davvero originale oggi. Sempre più gente approfondisce la musica classica est-europea in cerca di nuove idee. Come una buona fonte che non è ancora stata del tutto sfruttata. Il concetto di jazz, che parlando è il linguaggio della musica, di certo sopravvive e da qualche parte sta andando.

AAJ: Secondo Frank Zappa "il jazz non è morto, ha solo un odore un po' strano." Per te che odore ha oggi?

DM: Ha un odore... abbastanza pronunciato [nell'intervista Dominic Miller ha usato un astuto gioco di parole dicendo "smells funky" in risposta alla definizione di Zappa "smells funny" N.d.T.). Ci sono meno innovazioni che in passato, o per lo meno il vocabolario non si è trasformato molto. Troppi musicisti fanno eccessivo riferimento ai grandi vecchi degli anni '50 e '60, che va bene, ma credo che siamo pronti per qualcosa di nuovo, in grado di dare una scossa alla situazione creatasi con lo stile Hendrix.

AAJ: La musica salverà il mondo?

DM: Bella domanda! Sì, può farlo. Per come stanno andando le cose nel mondo non c'è momento migliore per dire qualcosa. Per protestare usando l'armonia come un linguaggio. Esiste per essere utilizzata e c'è un grande spazio vuoto da riempire. Spero ci sia un giovane Hendrix o un nuovo Miles che si sta preparando a scombinare tutto. Credo ci sia e sono tutto orecchie.

Foto: Steven Haberland

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