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Dolomiti Ski Jazz - XX Edizione

Paolo Peviani By

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Dolomiti Ski Jazz -XX Edizione
Val di Fiemme
10-18.03.2017

Venti anni di attività non sono pochi. Per festeggiarli degnamente, gli organizzatori del Dolomiti Ski Jazz hanno confezionato un'edizione celebrativa del festival, con tanto di simpatica ed informale cerimonia di premiazione degli amici e frequentatori più assidui.

Come di consueto, la manifestazione si è articolata in momenti di intrattenimento sulle piste da sci, quest'anno supportati anche da magnifiche giornate di sole, ed appuntamenti serali di maggior spessore nelle sale da concerto. Una distinzione non sempre netta, peraltro indicativa più della tipologia di musica suonata che della qualità dei musicisti. Gruppi come i Radio Zastava (una tonica e divertente wedding & funeral band ascoltata anche nella scorsa edizione) o i Soundfields (alfieri di una fusion elettro-acustica vagamente psichedelica e timbricamente molto raffinata) non avrebbero certo sfigurato in teatro, ed avrebbero anzi beneficiato di un'acustica migliore e di un ascolto più attento.

Il programma dei concerti serali è stato aperto dal duo Paolo Fresu -Dado Moroni, che ha presentato un repertorio fatto di standards ("Dear Old Stockholm," "Retrato em Branco e Preto," "I Thought About You"), classici della canzone italiana ("E Se Domani," "Senza Fine"), composizioni originali e una deliziosa ninna nanna bretone ("Ton Kozh") che ha fatto segnare il momento più alto di un concerto vissuto sul confronto tra l'esuberanza strumentale di Moroni (dallo stride a Kenny Kirkland, non ci ha fatto mancare nulla) e la delicatezza della voce strumentale di Fresu, in questa serata particolarmente ispirato.

La pianista e cantante tedesca Olivia Trummer, in compagnia di Matteo Bortone al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, ha presentato un jazz sofisticato, fatto prevalentemente di mezzi tempi, ricco di citazioni e vagamente memore, per gusto ed orizzonti improvvisativi, dell'eredità di John Taylor.

Meno efficace il concerto di Carla Marcotulli e Dick Halligan, qui con Marco Siniscalco al basso elettrico e Bruce Ditmas alla batteria. Anch'essi portatori di un jazz elegante, romantico e dalla scrittura complessa che tuttavia, proprio in quanto tale, necessita di un'esecuzione impeccabile. Nel corso della serata non sono mancati spunti individuali interessanti, in particolare da Ditmas e soprattutto da Halligan (che ricordiamo tra i fondatori dei Blood, Sweat & Tears), ma nell'insieme il quartetto ci è sembrato bisognoso di maggior rodaggio.

Ruggente bop per il quintetto del trombettista siciliano Alessandro Presti, che in compagnia di Alessandro Lanzoni al pianoforte, Daniele Tittarelli al sax, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Francesco Ciniglio alla batteria ha proposto una musica chiaramente ispirata agli storici quintetti degli anni '60, occasionalmente insaporita di bagliori contemporanei su cui crediamo sarebbe opportuno insistere con maggior convinzione. Presti ha ottime qualità di scrittura e la band ha tutte le potenzialità per andare oltre un sia pur eccellente esercizio di stile. Serve solo un pizzico di voglia di osare.

Grande intesa e sottigliezze ritmiche nel concerto dei Passport, con Pietro Tonolo al sax, Marc Abrams al contrabbasso, e con Joe Chambers e Jorge Rossy ad alternarsi a vibrafono e batteria. Un quartetto ad assetto percussivo e timbrico variabile, che ha proposto con delicatezza ed intensità brani di Steve Lacy, Thelonious Monk e Horace Silver. Musica per musicisti, fatta di mille sfumature e minuziosa cura dei dettagli, ma al tempo stesso accessibile anche per un pubblico meno avvertito.

Foto: Danilo Codazzi
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