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Ci metto il cuore: intervista a Cristina Zavalloni

AAJ Italy Staff By

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A me interessa mettere il cuore nelle cose che faccio, divertirmi; è il massimo a cui ambisco, ogni giorno, che si tratti di una prova o di un concerto, il resto mi importa poco sinceramente.
Per trovare un'appuntamento per l'intervista Cristina Zavalloni si è dovuta smarcare per un'oretta dalla molteplicità dei suoi impegni. Si sa, non si fa mancare niente: progetti dedicati alla musica classica, interpretazioni di opere liriche, rubriche che parlano di avanguardia italiana. Ma il suo cuore batte per il jazz, e il recente La donna di cristallo ne è l'esempio più lampante. Un album - realizzato con la Radar Band (Cristiano Arcelli, Fulvio Sigurtà, Massimo Morganti, Giacomo Riggi, Michele Francesconi, Daniele Mencarelli, Alessandro Paternesi, Enrico Pulcinelli) - che oltre a confermarne le riconosciute doti di performer l'ha messa in luce sotto l'aspetto della composizione e dell'organizzazione d'insieme. Cristina Zavalloni è una grande artista, e parlare con lei della sua musica è come percorrere un sentiero che a ogni curva riserva un orizzonte che non ti aspetti.

All About Jazz Italia: La donna di cristallo è un album composto esclusivamente da tuoi brani originali, arrangiati con Cristiano Arcelli. Qual è stato il percorso che ti ha portato a questa sintesi espressiva di testo e musica?

Cristina Zavalloni: C'è stato un invito da parte dell'etichetta discografica Egea a fare un progetto basato su musiche mie. Ho mandato delle composizioni a Cristiano, lui le ha scelte e ha dato un assetto organico al contenuto finale. Ho sempre scritto dei testi sui miei brani, ma questa volta sono stata incoraggiata a farlo in maniera più completa per tutti i brani presenti sull'album, alcuni dei quali non avevano ancora un testo.

AAJ: In fase di composizione tendi a costruire molte parti scritte o preferisci che la musica prenda forma in maniera più spontanea?

C.Z.: Scrivo tutto. Ho sempre pensato di non lasciare abbastanza margine alla musica, ma devo dire che Cristiano va anche oltre, è più rigoroso di me. Certo, rimane un ampio margine d'improvvisazione e la possibilità di rivedere gli arrangiamenti in corso d'opera, però di solito arrivo in studio con la musica scritta con estrema chiarezza.

AAJ: Qual è la caratteristica principale della Radar Band che ti ha spinto a collaborare con loro?

C.Z.: Mi entusiasmano per un motivo semplice: sono dei jazzisti, hanno il loro linguaggio, sanno improvvisare, ma leggono bene. Cosa che non è così scontata, o quanto meno non lo era fino a qualche anno fa. La Radar Band è composta da una sorta di nuova generazione di musicisti, non tanto dal punto di vista dell'età, ma per l'approccio che hanno verso la materia sonora. È una generazione diversa anche dalla mia, anche se ci sono pochi anni di differenza. Ho spesso fatto molta fatica, perché - essendomi cimentata da sempre sia nella musica classica che nel jazz - a volte mi trovo con dei musicisti sublimi però incapaci di interpretare un pezzo anche semplice per il solo fatto che sia scritto. In questi casi mi irrigidisco un po' e non riesco ad avere una piena collaborazione. Come del resto quando mi sono trovata al cospetto di musicisti di jazz con il problema inverso. Insomma, ho dovuto sempre un po' mediare questa faccenda. Invece per la prima volta, con la Radar Band, ho scoperto che questo aspetto non rappresenta più un problema. Mi è sembrato un miracolo. C'è sempre stata l'idea diffusa tra i jazzisti che la musica scritta fosse "un po' borghese," ma oggi non è più così.

AAJ: Come accennavi, gran parte della tua attività si svolge nel mondo della musica classica, però suonare jazz è per te come tornare a casa.

C.Z.: Assolutamente sì. Mai mi sento jazzista dentro anche in momenti come questo dove sono impegnata con le prove di un'opera lirica di Britten (The Rape of Lucretia, N.d.R.). Non appartengo alla stessa razza dei miei colleghi cantanti. Mi viene anche da dire purtroppo, per certi aspetti, ma non c'è dubbio su questo, anche perché appena finiscono le prove vado nello scantinato vicino dove stanno provando degli amici jazzisti, e quando arrivo lì mi sento a casa. È una cosa animale, paradossalmente sono più attiva nella musica classica, ma la mia appartenenza fisica è per il jazz.

AAJ: Non hai l'impressione di spaziare in troppi ambiti, quasi al punto di perdere il filo del tuo discorso artistico?

C.Z.: Penso che, se mi viene posta questa domanda, si tratta dell'impressione che avete voi dall'esterno. I giornalisti e gli operatori forse hanno questa sensazione, tra l'altro legittima. La mia non è una scelta, esprimermi in questo modo è per me una necessità. Credimi, ci provo a compiere delle scelte, la mia vita sarebbe molto più semplice se cantassi sempre la stessa musica o frequentassi sempre lo stesso mondo musicale. Farei meno fatica, perché saprei già quale suono dovrà uscire dalla mia bocca, invece cambiando spesso ambito tutto ciò diventa molto più complicato. Tutto ciò può causare delle crisi di identità, sicuramente. A me interessa mettere il cuore nelle cose che faccio, divertirmi; è il massimo a cui ambisco, ogni giorno, che si tratti di una prova o di un concerto, il resto mi importa poco sinceramente.

AAJ: Il tuo eclettismo però rappresenta anche la tua forza.

C.Z.: Come ogni caratteristica molto spiccata, può essere considerata una forza, ma per una persona molto generosa può rappresentare il motivo per ritrovarsi poi in "bolletta". C'è un lato B rischioso in questo aspetto. È la mia natura, non posso cambiare, purtroppo e per fortuna. Sono una persona che s'interrroga, a un certo punto ho capito che questa mia duttilità poteva diventare una forza, ma non è che ho deciso di assecondarla, è che sono fatta così. Qualcuno lo considerava un limite, ora non più, ma non sono io a essere cambiata.

AAJ: Di recete ti abbiamo visto in una rubrica del TG3 parlare di compositori del Novecento. Come è nata questa iniziativa e soprattutto a chi è rivolta?

C.Z.: Come vedi faccio anche la presentatrice (ride, N.d.R.). È un'iniziativa nuova - che mi sto godendo appieno. Mi è stata proposta da Moreno Cerquetelli, uno dei capi struttura di RAI3. Si parla di avanguardia italiana del Novecento. Un mondo musicale molto storicizzato. È un discorso rivolto a un pubblico di nicchia, anche perché va in onda il sabato in tarda serata. Sinceramente non sono molto d'accordo su questa faccenada, perché penso che la musica, e l'arte in generale, debba essere per tutti. La parola "nicchia" è sbagliata come pensiero, perché volersi rivolgere a poche persone è un po' come volersi difendere dalle critiche, è come voler dire che si tratta di una proposta limitata, perché forse troppo autoreferenziale, o non fatta bene. Sostengo che la musica sia per tutti, poi ad alcuni può non piacere, ma la selezione non deve essere fatta alla fonte. La musica parla al cuore delle persone, e anche un liguaggio molto complesso può toccare il cuore della gente. Vedremo come andrà in futuro.

AAJ: Le avanguardie del Novecento hanno creato una scollatura insanabile tra l'artista e il pubblico?

C.Z.: Sì, hanno creato una grave separazione. Spero un po' di rucicire questo rapporto anche con iniziative come questa che sto portando avanti con RAI3. Nella musica contemporanea - anche se non mi piace chiamarla così perché lo trovo un termine limitativo - c'è una grande vitalità, e ci sono dei contenuti meravigliosi, che però soffrono di questo pregiudizio, tra l'altro causato anche da noi musicisti. Questo voler essere elitari a prescindere è stato un deterrente per l'avvicinamento del pubblico. Si è alimentato in maniera scientifica, senza voler scendere troppo nel dettaglio in discorsi di finanziamenti, un deteminato tipo di cultura, un mondo che però ha prodotto dei problemi, perché poi la musica contemporanea non sempre è stata vista con la giusta accuratezza. Il pubblico si accorge delle differenze, per molti anni - non avendo confronti su cui basarci - è stato recepito male il messaggio della musica contemporanea. Molti musicisti stanno cercando di invertire questa tendenza, dovendosi sobbarcare un grande lavoro di rivalutazione dovuto all'eredità culturale sbagliata che ci è stata tramandata negli ultimi decenni. L'avanguardia è stata una reazione a ciò che veniva prima, c'è stato un periodo sperimentale di passaggio ed è ovvio che il filtro della storia trascuri alcune cose. Nell'insieme si è creata questa frattura, ma la sostanza è molto bella e sta a noi cercare di farla arrivare al pubblico. Sono felice di incuriosire le persone.

AAJ: Un mondo al quale tu stessa ti sei avvicinata toccandolo con mano. Che ricordo hai dell'incontro con Luciano Berio?

C.Z.: In verità Berio è stato nella mia vita una meteora. Lui ha scritto molto, ma della sua musica canto solo pochi brani, a parte le Folk Songs. Sono però un'amante, e un'interprete, di quel repertorio del Novecento che affonda le proprie radici nella musica popolare, e in questo senso Berio è stato uno dei protagonisti. Nella seconda metà del Novecento è stato fatto scentemente un lavoro di riappropriazione del materiale extra-colto, delle proprie radici, del proprio paese di appartenenza. Del Berio riferito a questa tendenza sono un'interprete molto assidua, ma il resto dei suoi esperimenti non lo frequento molto. È una materia estrema, che ho studiato e con la quale mi sono cimentata all'inizio - per capire la vocalità, per poter poi trasferire questi argomenti nell'improvvisazione -, ma che ora non amo molto fare.

AAJ: Hai avuto modo di lavorare anche con altri grandi compositori come Louis Andriessen. Qual è l' insegnamento che hai ricevuto e qual è stato il tuo contributo verso di lui?

C.Z.: È stata un'esperienza molto forte, anche dal punto di vista umano. Quello che ho dato a lui - ma lo affermo perché me lo dice lui stesso, perché ritengo impossibile che possa insegnare qualcosa a un musicista così formato - è il coraggio di scrivere in italiano, per il fatto di avere un'interprete madrelingua, e anche una confidenza con la prosodia, ovvero la metrica del testo in rapporto alla musica. Quello che ha dato a me è stato avere fiducia in me stessa, nel senso di essere fedele alla propria orginalità. Questo è un pensiero vicino al jazz, dove ognuno cerca di fare le cose con un suono originale, proprio; è l'obiettivo che devi inseguire fin dall'inizio. Luois Andriessen mi ha dato la conferma che stavo percorrendo la strada giusta, mi ha incoraggiato dicendomi spesso: «non trasformarti in una cantante, continua a essere una musicista».

AAJ: Uno dei progetti nei quali sei coinvolta che unisce la visione musicale classica al jazz è Barocco! insieme alla Brass Bang!, composta da Paolo Fresu, Steven Bernstein, Gianluca Petrella e Marcus Rojas, su musiche di Haendel, Purcell, Pergolesi, Dowland. Nello specifico, di cosa si tratta?

C.Z.: Ancora non siamo andati in scena, quindi non so bene cosa ne verrà fuori. È un'idea che ha preso forma grazie al Festival Pergolesi, che ogni anno, all'interno della propria stagione, inserisce un progetto stilistico un po' al limite. Paradossalmente però non faremo quest'opera per il Festival, ma in altri luoghi. La voglia è quella di unire un gruppo di jazzisti e suonare un repertorio che andasse intorno alla musica di Pergolesi. Ho pensato di farlo con Brass Bang!, perché mi erano piaciuti in concerto e perché sono solita fare questo tipo di esperimenti, dove sono rilette musiche che hanno fatto la storia - come per Monteverdi o Bach - in maniera più o meno pesante. Questa volta sono responsabile con Paolo Fresu, insieme abbiamo scelto dei brani da arrangiare e ora vediamo che forma prenderà questo progetto. Sono curiosa anche io di sentire cosa verrà fuori.

AAJ: La tua agenda è fitta di appuntamenti. Ce ne vuoi parlare?

C.Z.: Sì, ne ho parrecchi. Non saprei da dove iniziare. È un periodo di grande attività, per fortuna. C'è nel mirino un disco nuovo e un'edizione deluxe de La donna di cristallo, che includerà la registrazione di un concerto che faremo a fine maggio, al quale prenderà parte l'Italian Jazz Orchestra e una compagnine classica, che sarà l'Orchestra Maderna. Questa cosa mi diverte molto, mi piace suonare con la Radar Band, stiamo rigirando il nostro materiale in varie salse e questo aspetto del fare musica mi intriga molto.

AAJ: Ti rimane del tempo libero per ascoltare musica?

C.Z.: Magari, la voglia c'è sempre, ma come dicevo prima sono alle prese con le prove, quindi sono veramente con la testa tutto il giorno rivolta a questo lavoro, che è un'opera di una bellezza sublime. Non voglio distrarmi, voglio sapere così bene quest'opera al punto da non doverci pensare più, come diceva mio padre "deve essere marcia in testa" (ride, N.d.R.), che significa averla talmente consumata che quasi ti ha stancato, a quel punto puoi farla tranquillamente, senza problemi.

Foto di Barbara Rigon.

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