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Bologna Jazz Festival 2015

Libero Farnè By

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Compie dieci anni il "nuovo" festival di Bologna, proteso a rinverdire i fasti dello storico festival che chiuse i battenti nel 1975, al quale seguirono negli anni Ottanta e Novanta vari tentativi di ripresa presto falliti. Organizzata dall'associazione Bologna in Musica, questa edizione consolida la formula avviata negli anni passati, coprendo un intero mese di programmazione a cavallo fra ottobre e novembre, per concludersi il 26 novembre al teatro Comunale di Ferrara con il quartetto Volcan pilotato da Gonzalo Rubalcaba. Se da un lato viene estesa la rete delle collaborazioni con enti locali, istituzioni pubbliche e realtà private, interessando varie sedi concertistiche anche decentrate, dall'altro si dà spazio ad una gamma molto ampia di espressioni jazzistiche.
Le prime due settimane del festival hanno già avuto modo di dimostrare questa varietà stilistica, che nelle giornate successive si spingerà ad accogliere proposte della più interessante attualità americana (Kamasi Washington, Christian Scott aTunde Adjuah, Tim Berne, Rob Mazurek...).

Oltre ad essere pilastri del quartetto di Wayne Shorter, da un paio d'anni Danilo Pérez, John Patitucci e Brian Blade si presentano in trio sotto il nome di Children of the Light: denominazione che tutto sommato riesce ad evocare la leggerezza luminosa, ma anche giocosa e divertita, che i tre comprimari si prefiggono. Ancor più del recente CD, il concerto all'Unipol Auditorium ha rivelato un trio piuttosto originale nella sua indefinibile impronta. Distanti per esempio dalla radicale compattezza dei The Bad Plus, essi perseguono una mobilità di andamenti e idee, che li porta a transitare gradualmente da un raffinato spunto cameristico a un colorato accento latino, da una dolce ballad a un efficace, repentino crescendo... Il tutto avvolto in un sound tendenzialmente morbido e gentile, salvo accendersi appunto nei crescendo in cui emergono le bordate eccentriche della batteria.
I tre non si soffermano mai su una riuscita soluzione melodica o ritmica; nessuna situazione viene protratta in modo insistito e compiaciuto con effetti plateali, come avviene in tanto jazz di ieri e di oggi (per esempio nella proposta del quintetto di Kenny Garrett, esibitosi tre giorni prima nello stesso festival). Piuttosto si procede in modo ondivago, molto aperto, possibilista, sviluppando in più direzioni il discorso, lasciando in sospeso certi spunti, includendo magari l'accenno a un famoso tema di Shorter, non indulgendo mai a debordanti esibizioni virtuosistiche dei singoli... Oggi la narrazione di questi tre "bambini" cinquantenni appare dunque esente da routine e riesce a raggiungere esiti coinvolgenti proprio perché sembra dotata di una naturalezza quasi disimpegnata; ma ovviamente essa si regge su un interplay molto attento ed equilibrato.

Una settimana dopo, il medesimo Auditorium ha ospitato il quartetto di Mark Turner, completato da Avishai Cohen, Joe Martin e Obed Calvaire. Assai pregevoli sono risultati sia il sostegno risonante e in continua tensione del simbiotico binomio contrabbasso-batteria, sia l'esposizione della front line con tromba e sax spesso intrecciati in un dialogo paritario. Altrettanto notevoli si sono stagliati gli interventi solistici di Cohen in un coeso rapporto con la sezione ritmica. Nel complesso, rispetto all'incedere del trio Fly, in cui Turner è l'unico mattatore affiancato da Larry Grenadier e Jeff Ballard, la performance di questo quartetto si è rivelata di maggiore impatto, meno austera e più movimentata.
Tuttavia personalmente sono dell'opinione che la qualità melodica e il senso ritmico della musica del tenorista, e in particolare dei suoi spunti solistici, siano piuttosto uniformi e ritorti su se stessi, trovo che sotto il profilo emotivo e comunicativo difficilmente si verifichi quel colpo d'ala in grado di far prendere quota al discorso.

Molti degli appuntamenti del festival si sono svolti in attivi jazz club di Bologna e Ferrara. Al Take Five è stato possibile ascoltare per lo più nomi emergenti del jazz italiano, come Alessandro Lanzoni. Il suo pianismo, concentrato su una pensosa elaborazione, che sfocia in spunti swinganti e in toniche progressioni rapsodiche, era ben assecondato dal contributo di altri due giovani che si stanno prepotentemente mettendo in luce nel nostro panorama jazzistico: Enrico Morello, dotato di una notevole sensibilità batteristica, e il contrabbassista Matteo Bortone, autore nel 2015 di un sorprendente CD per la Auand Records. Oltre alle giovani leve, al Take Five è stato invitato un protagonista affermato come Fabrizio Bosso, motivato ospite del quartetto Marea coordinato dal chitarrista Andrea Dessì e dal pianista Massimo Tagliata.
Fra l'altro è il caso di notare che il pubblico del club, appartenente a un'ampia fascia anagrafica, ha attorniato i musicisti di un'attenzione e di un silenzio ben superiori, per esempio, di quelli che nel 1961 accompagnarono le esibizioni del memorabile trio di Bill Evans al Village Vanguard di New York. Segno che cinquant'anni non sono passati invano per la dignità del jazz.

La stessa considerazione vale oggi per la Cantina Bentivoglio, il cui pubblico sembra variare in funzione dei musicisti che si esibiscono. Un'audience selezionata e partecipe ha assistito al concerto di Miguel Zenon, contraltista portoricano dalla voce luminosa e arabescata, che si è confermato compositore e leader dalle idee precise. I suoi temi, che spesso prendono le mosse da spunti e dediche autobiografiche, s'inerpicano in evoluzioni oblique e imprevedibili, ben sviluppate dai membri del suo quartetto, assieme da una decina d'anni. In particolare evidenza è emerso Luis Perdomo, il cui pianismo, dotato di un tocco sgranato, sembra proliferare su se stesso partendo da idee semplici che vengono via via arricchite da sottolineature, deviazioni e impennate, lasciando a volte il discorso inconcluso.
Ne risulta un jazz certo mutuato dalla tradizione mainstream di matrice latina, ma che, ricorrendo raramente a risaputi cliché, si articola in strutture insolite e inflessioni evocative dal tono prevalentemente dinamico e affermativo ma allo stesso tempo sereno e gioioso.

Il festival ha poi fatto tappa al Torrione di Ferrara con il concerto del quartetto Equality di Nasheet Waits, che ha al suo attivo un recente CD. Se negli ultimi vent'anni il batterista americano ha avuto modo di primeggiare in contesti di varia impostazione, la presente apparizione da leader ha convinto solo in parte, sia per il relativo spessore e la scarsa unitarietà del suo mondo compositivo, sia per le scansioni decise del suo drumming perentorio, che nel primo tempo del concerto ha sovrastato acusticamente i compagni, rendendo difficoltoso l'apprezzamento dei collettivi e soprattutto del pianismo fitto, minuto e insistito di Aruán Ortiz. Nel secondo tempo tutto è risultato non solo più leggibile, ma anche sapientemente giocato su diverse strutture e nuance, con esiti a tratti avvincenti.
La serata ferrarese ha fra l'altro dato l'opportunità di verificare la tecnica e l'espressività di Darius Jones, altro nome di spicco dell'attualità americana. La pronuncia del contraltista ha confermato l'assenza di vibrato e l'indulgere talvolta su note calanti; un volume costantemente forte non contraddice una sonorità scura, afona e sdrucciolevole sia nel prevalente registro medio-grave sia in quello alto dello strumento. Tutto ciò sembra avere un lontano precedente in un maestro come Jackie McLean. Tuttavia il fraseggio senza pause di Jones, che in alcuni brani confluisce in esasperazioni free, non sembra possedere il dono della sintesi, non riesce sempre a dispiegarsi in una parabola narrativa dal senso compiuto.
Da sottolineare infine l'apporto inappuntabile di Mark Helias: il suo pizzicato s'impone sempre superlativo per sound e conduzione.

Foto
Euriolo Puglisi
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