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Bergamo Jazz Festival 2018

Angelo Leonardi By

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Bergamo Jazz Festival 2018
Varie sedi
Bergamo
18-25.3.2018

Ha festeggiato la 40ma edizione —dal 18 al 25 marzo —, uno dei più longevi festival nazionali ed europei, confermando la sua centralità con un ricco e variopinto programma che ha spaziato in vari ambiti senza cedere sul versante della qualità. In anni che vedono altre storiche rassegne morire, o cercare umilianti compromessi commerciali, Bergamo Jazz (nella persona del direttore artistico Dave Douglas al terzo incarico) ha confezionato ancora un cartellone avvincente e coerente con la sua storia incontrando un vistoso successo di pubblico.

Nonostante la chiusura per restauro del Teatro Donizetti abbia portato i concerti serali al decentrato Creberg Teatro, il pubblico ha risposto con oltre mille presenze a sera, affollando anche i concerti e gli eventi mattutini, pomeridiani e serali del centro storico. Risultati del tutto singolari nel panorama nazionale attuale, ottenuti con la coerenza delle scelte artistiche e la tenacia delle varie amministrazioni. Dopo l'introduzione dei primi giorni dedicata a jazz e didattica e alle relazioni tra jazz, cinema e fotografia (da ricordare la monumentale mostra fotografica all'ex Chiesa della Maddalena, con opere di alcuni grandi fotografi italiani a cura di Luciano Rossetti e Roberto Valentino) il festival è entrato nel clou da giovedì 22 a domenica 25, con numerosi appuntamenti.

Sono davvero molte le proposte da evidenziare: il quartetto di Linda May Han Oh, il duo Louis SclavisVincent Courtois, l'ottetto di Roger Rota, il duo Phil MarkowitzZach Brock, il quintetto di Jeremy Pelt, la prima italiana della cantante catalana Sílvia Pérez Cruz, lo stellare progetto di Dave Douglas con "Uri Caine, Paolo Fresu, Enrico Rava e ospiti. Una felice conferma nel coniugare attrattiva e professionalità è venuta dall'inossidabile Maceo Parker.

Andiamo a raccontare con un certo ordine gli eventi principali.

Giovedi 22 marzo. Alle ore 18 alla Biblioteca Mai c'è stata la presentazione del libro Grande Musica Nera—Storia dell'Art Ensemble of Chicago di Paul Steinbeck. Il volume è stato edito della Quodliber nella collana Chorus diretta da Fabio Ferretti e Claudio Sessa. Per una volta la pubblicazione italiana di un testo statunitense avviene con rapidità. Inutile sottolineare l'importanza del volume che unisce ricerca storica e analisi musicale per delineare il percorso di uno dei gruppi più innovativi del post free. I giornalisti Claudio Sessa, Marcello Lorrai e il fotografo Roberto Masotti hanno ricordato il debutto italiano del gruppo, soffermandosi sul concerto dato a Bergamo nel lontano 1974. Sul finale è intervenuto il polistrumentista Dudù Kouate con un'apprezzata esibizione.

Poche ore dopo al Teatro Sociale abbiamo ascoltato due formazioni: il Tri(o)kàla con Rita Marcotulli al piano, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Alfredo Golino alla batteria e il quartetto del sassofonista Logan Richardson. I primi hanno riproposto alcuni brani del loro disco a partire da «Rappresenta», «The Way It Is» e l'evanescente «Calling You». Composizioni della pianista di forte impatto melodico sviluppati con eleganza e ricchezza di sfumature nelle relazioni strumentali. Dopo la lirica esecuzione di «Nightfall» di Charlie Haden la tensione ritmica è cresciuta caratterizzando il tumultuoso finale con «Escape» e il serrato bis.

È apparso invece poco significativo il progetto del sassofonista contralto Logan Richardson, che ha presentato brani dal suo imminente album Blues People assieme al chitarrista Igor Osypov, al bassista DeAndre Manning e al batterista Ryan Lee. Ancor più del precedente Shift (che però vedeva la presenza di Pat Metheny, Jason Moran e Nasheet Waits) l'eloquio di Richardson è risultato enfatico e monocorde. Non sono bastati il bravo chitarrista e il variopinto batterista a creare interesse.

A ricordarci i tratti più originali ed eccitanti della Black Music ci ha pensato - venerdi 23 marzo -il 75enne Maceo Parker che ha esaurito i 1500 posti del Creberg. Intrattenimento certo ma di prim'ordine. Condotto sulle ali di un funk contagioso eseguito da eccellenti professionisti: Rodney Skeet Curtis (già coi Parliament-Funkadelic), il tastierista Will Boulware, il chitarrista Bruno Speight, il notevole trombonista d'origini giamaicane Dennis Rollins (già con Courtney Pine), la batterista Nikki Glaspie. Nonostante l'età avanzata Maceo non ha perso smalto: resta l'elettrizzante sassofonista di James Brown e regge bene la scena anche come cantante.

Poche ore prima, nel pomeriggi, si sono esibiti il sassofonista Claudio Fasoli all'ex Albergo Commercio e la cantante/chitarrista Simona Severini al Ristoro Pugliese. Erano anni che il sassofonista non dava concerti in solo. Ha confermato fantasia, concentrazione e sintesi, cercando anche di rispecchiare in musica le suggestioni di alcuni haiku, letti nelle pause tra un brano e l'altro.

L'esibizione della Severini ci ha riportato all'affascinante secondo disco, La Belle Vie più che al suo jazzistico esordio. Interprete poliedrica e ricercata, da qualche anno la cantante milanese s'è appassionata alla musica antica e ha iniziato a cantare propri temi. Nel suo set, affollatissimo, ha proposto alcune arie di Claudio Monteverdi («Maledetto sia l'aspetto» , «Si dolce è 'l tormento»), personali reinterpretazioni di De André («Amore che vieni, amore che vai») e Jannacci («Sfiorisci bel fiore»), più sue radiose ballad («Come sei bello», «Piccola Elsa») che ricordano un po' la Joni Mitchell di Blue. Un concerto affascinante, di rara grazia e intensità, che conferma il primato di Simona tra le cantanti italiane della sua generazione.

A tarda notte al club IndispArte—sempre parte dello spazio «Scintille di jazz» curato da Tracanna—ha impressionato la prima esibizione dell'ottetto di Roger Rota che eseguiva il sofisticato e intrigante progetto del leader. Partiture complesse in un impianto ritmico spesso concitato, con ampi spazi per i giovani solisti (tra cui Francesco Chiapperini, Andrea Baronchelli ed Eloisa Manera). Originale sia la musica che la composizione strumentale con tre sassofoni, trombone, violino, chitarra elettrica e sezione ritmica. Un misto tra Igor Stravinskij, il Willem Breuker Kollektief e i piccoli organici del Gil Evans elettrico.

La giornata successiva, sabato 24 è stata ancora più eclettica. Iniziata con due maestri dell'improvvisazione europea, ha ospitato il meglio dell'innovazioni oggi presente a New York e s'è conclusa con alcuni protagonisti del jazz latino, tra Spagna e Caraibi. La magnifica cornice di una sala dell'Accademia Carrara ha esaltato la musica di Louis Sclavis e Vincent Courtois, il primo ai clarinetti e il secondo al violoncello. Il duo era una chiara emanazione del recente trio col violinista Dominique Pifarély documentato dall'album Asian Fields Variations. Una libera improvvisazione di taglio cameristico ma non aleatoria. I due musicisti hanno dialogato con fantasia spaziando da lunghe ed austere sequenze melodiche condotte all'unisono a momenti ritmicamente avvincenti (anche swinganti) caratterizzati da incisivi interplay. Una musica fantasiosa, ricca di riferimenti alla tradizione classica europea e ai suoi sviluppi post-weberniani, con echi di folklore e riferimenti al jazz (soprattutto nelle appassionate improvvisazioni di Sclavis).

Su coordinate espressive diverse, ma sempre di prim'ordine, s'è snodato il concerto della bassista Linda May Han Oh in quartetto, una delle protagoniste della nuova generazione del jazz statunitense. Nata in Malesia da genitori cinesi, cresciuta in Australia e da anni negli States, Linda è una splendida bassista (sia nello strumento acustico che elettrico) e una leader di chiara individualità. In un teatro stracolmo ha presentato brani del suo ultimo album Walk Against Wind in un quartetto comprendente due partner del disco (l'ellittico sax contralto Greg Ward e il nervoso chitarrista Matthew Stevens) più l'interattivo batterista Arthur Hnatek. Autrice di temi complessi e ritmicamente articolati, esposti all'unisono tra due o più strumenti, Linda ha diretto con autorità ogni momento del concerto, sottilineando anche vocalmente lo svolgimento tematico e sostenendo gli interventi dei partner (ampio spazio a Ward). Pur lontano da ruoli protagonisti, il basso potente e articolato di Linda non è passato inosservato e ha ottenuto un vivo successo di pubblico. Tra i brani eseguiti «Fire Dancer», «Walk Against Wind» e «Speech Impediment» erano tratti dall'ultimo disco mentre «Yoda», era incluso nel precedente Sun Pictures.

La serata latina al Creberg è iniziata col celebrato duo pianistico cubano di Chucho Valdes e Gonzalo Rubalcaba, che ha suscitato consensi in varie parti del mondo (tra cui Umbria Jazz 2017) per l'assoluta padronanza tecnica e l'empatia manifestate. Con loro è di scena la grande tradizione pianistica cubana, quella coltivata con lo studio dei classici europei nei conservatori. L'avvio era di stampo impressionista ma è durato poco, soppiantato da una battaglia con animati fraseggi e ritmi vertiginosi, che privilegiava il virtuosismo alle dolci fragranze delle musiche caraibiche. In definitiva è stato "troppo." L'esibizione ha letteralmente soggiogato (forse anche ammaliato, chissà) le mille persone in sala ma l'avremmo preferita meno compulsiva e più poetica.

Da questa prospettiva l'idea di chiudere la serata con il trio di Chano Dominguez s'è rivelata indovinata. Anche se il pianista (che ha lavorato più di tutti al connubio tra jazz e flamenco) non ha riproposto le suggestioni di album come Flamenco Sketches dove interpreta celebri brani di Miles Davis alla luce del cante jondo e altri caratteri della tradizione musicale spagnola. Dominguez ha preferito esaltare la tradizione pianistica che va da Bud Powell a Chick Corea con innesti modali, più richiami al son montuno cubano e altri ritmi latini. Ricordiamo il mingusiano «Goodbye Pork Pie Hat», il davisiano «Freddie Freeloader» e una medley finale di temi monkiani.

La giornata conclusiva del 25 marzo è stata tanto variopinta quando splendida, con due nuovi e sorprendenti appuntamenti (il duo piano/violino di Phil Markowitz e Zach Brock e la prima nazionale della cantante catalana Sílvia Pérez Cruz) accanto a due concerti mainstream: il quintetto del trombettista Jeremy Pelt e il progetto di Dave Douglas con Rava, Fresu, Caine e altri ospiti. Il duo di Brock e Markowitz s'è esibito nell'ex Oratorio di San Lupo incrementando con la sua musica la suggestione del luogo. La loro relazione inizia ufficialmente nel 2013 con l'incisione di Perpetuity ma risale al 2009, quando il violinista sceglie Markowitz per perfezionare i suoi studi. La relazione col talentoso allievo si è tradotta in questo duo, che oggi continua, si arricchisce e presenta nuove composizioni in equilibrio tra compostezza cameristica e relazioni con la storia moderna del violino jazz. Brock è un ardito e sensibile improvvisatore che ricorda nel fraseggio il primo Jean-Luc Ponty e nel timbro Zbigniew Seifert.

Ancor più sorprendente—per l'assoluta novità italiana—il concerto della cantante Sílvia Pérez Cruz che ha presentato il suo ultimo album Vestida de Nit. La giovane cantante catalana è ormai una stella sia in Spagna che in Francia per la sua capacità di coniugare la tensione emotiva tipica del flamenco con influenze diverse, dal jazz alla classica. Nel gremito Teatro Sociale ha evidenziato avvincenti doti vocali, padronanza interpretativa e seducente presenza scenica. Come già nel disco, Silvia era accompagnata da un quintetto d'archi di stampo moderno che ha contribuito alla riuscita del concerto. In oltre due ore ha interpretato temi ammalianti come «Tonada de luna llena», «Mechita», «Carabelas Nada», lo storico «Corrandes d'exili», il classico di Amalia Rodrigues «Estranha forma de vida». Solo quando è uscita dalla tradizione iberica o sudamericana (come con «Hallelujah» di Leonard Cohen) i risultati sono stati meno coinvolgenti.

Qualche ora prima alla Sala di Porta S. Agostino s'era esibito il quintetto di Jeremy Pelt nella formazione che ha appena pubblicato Noir en Rouge, ripreso dal vivo a Parigi. Un modern mainsteam di forte impatto, senza cali di tensione che proposto alcuni brani dal disco: smagliante, ricco di drive e aromi latin, ha coinvolto per i lunghi interventi del leader.

La serata e il festival si sono conclusi al Creberg con il lungo concerto dell'All Star Group citato, che ha eseguito alcune composizioni di Dave Douglas («Invocation», «Blue Heaven», «Prolog», «Demigods», «JFK, The Airport») e altri brani. Non tendo a predilire questo tipo di aggregazioni ma la musica è stata d'ottimo livello, al di là della prevedibile qualità degli interventi personali di Douglas, Enrico Rava, Paolo Fresu, Uri Caine, Linda May Han Oh, Tino Tracanna e altri.

Appuntamento alla prossima edizione con la probabile riconferma di Dave Douglas alla direzione artistica.

Foto: Luciano Rossetti

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