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Bergamo Jazz 2014

Libero Farnè By
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Le collaudate formazioni dei gruppi della Melford e di Wooley rappresentavano dunque delle piccole all stars dell'attuale scena jazzistica statunitense. Una terza proposta, quella del quartetto pilotato da Russ Johnson e Ken Vandermark, in equilibrio fra consapevolezza e slancio lirico, ha offerto una delle sintesi espressive ancor più credibili della frastagliata ricerca in atto in quell'area.
In realtà si tratta di un collettivo paritario il cui repertorio include brani di ogni componente. Gli andamenti strutturali sono risultati decisamente insoliti, anche se tutto sommato semplici e sempre leggibili. Di questa concezione strutturale è parsa significativa la funzione assegnata alla batteria, mai di accompagnamento ma piuttosto compositiva e registica. Timothy Daisy comunque è stato superlativo anche nel paio di assoli presi, uno dei quali sostenuto da un riff tracciato dal violoncello di Fred Lonberg-Holm e dal baritono di Vandermark. Appunto questi due hanno impersonato le componenti più visionarie e lancinanti in seno al gruppo: il violoncellista con una sonorità tagliente deformata elettronicamente e con improvvisi sussulti di energia, il sassofonista con esasperazioni di pronuncia, aspre e affilate al clarinetto, abrasive al baritono. Al contrario la tromba di Russ Johnson, attivo anche nell'ambito della musica classica, ha espresso un linguaggio prevalentemente pacato e razionale, mai stentoreo, quasi appartato anche nei momenti di maggiore turbolenza.
Come bis è stato proposto un brano tripartito (incipit lento su una linea distesa e struggente, il crescendo di un'improvvisazione infervorata nella fase centrale, breve coda di decantazione ad opera dei due fiati) scritto da Daisy e dedicato a John Tchicai.

Il quartetto di Joshua Redman, probabilmente il nome di maggior richiamo in cartellone, ha sciorinato un linguaggio forbito, superprofessionale, coinvolgente, rientrante tuttavia in una collaudata formula che, per quanto personale, si riaggancia alla più canonica tradizione comunicativa e stilistica del jazz. Si potrebbe sostenere che, trattandosi di un festival jazz, non si potrebbe chiedere di meglio. Ritengo invece che oggi come ieri, nel jazz come in qualsiasi altra espressione artistica, più che la perfezione virtuosistica e l'adesione fedele ad una centralità culturale univoca, oltre all'indispensabile trasporto emotivo si dovrebbe ricercare una problematica trasversalità del massaggio, una proiezione che tenda a trascendere le certezze acquisite. Tutto questo lo si è riconosciuto poco nel concerto del tenorista, conclusosi forse con l'idea più convincente e autentica: l'infuocata progressione che ha caratterizzato l'interpretazione di un successo pop come "Let It Be."

Se l'apparizione di Redman non ha aggiunto nulla a quanto già espresso in concerti del passato, occasione unica offerta da Bergamo Jazz 2014 è stata quella di ascoltare il quartetto di Dave Douglas integrato dall'ospite Tom Harrell. I due trombettisti avevano avuto modo di suonare assieme una ventina d'anni fa in una jam session; oggi l'opportunità della reunion è stata propiziata dal direttore artistico Enrico Rava, che ha sempre avuto un'attenzione particolare per i suoi colleghi di strumento. Il connubio ha funzionato al di là di ogni aspettativa soprattutto perché Harrell ha aggiunto autenticità e peso specifico alla musica attuale di Douglas, che è esplicitamente orientata verso l'ortodossia di un mainstream di matrice hard-boppistica. Brani dell'uno o dell'altro trombettista hanno trovato distesi sviluppi, che negli spunti solistici hanno evidenziato le differenze fra i mondi espressivi e formali dei due interpreti: rotondi, poetici e conseguenti gli interventi di Harrell, più dinamici, imprevedibili, aciduli quelli di Douglas. I partner (membri abituali del quintetto di Douglas: Luis Perdomo, Linda Oh e Anwar Marshall) hanno svolto la loro funzione con efficace professionalità.

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