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Ben Allison: tra groove e melodia

Angelo Leonardi By

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BA: Il groove è il battito cardiaco... la scansione dei passi... il respiro. Ma la melodia è la voce... il canto... il raccontare una storia. Penso che molto jazz moderno abbia perso la melodia, specialmente alcune cose che ascolto dai giovani musicisti. L'espressione lirica sembra essere diventata un'arte perduta ma forse è solo fuori moda. Il jazz attuale appare molto complesso con i musicisti che sperimentano strutture e patterns. È tutto interessante ma qualche volta resto freddo. Le semplici melodie hanno una bellezza profonda e sono difficili da scrivere perchè richiedono poesia anche se non hanno parole. Richiedono inoltre un certo tipo di abilità, saper esprimere cosa intendi con semplicità. Molti musicisti credono che fare una musica più complessa la renda più profonda e interessante. Io non sono d'accordo.

AAJ: Il tuo approccio al contrabbasso è in relazione a quello compositivo?

BA: Come dicevo prima, il mio stile al contrabbasso e il mio stile di composizione sono completamente intrecciati. In altre parole sono due facce della stessa moneta e l'uno non può esistere senza l'altro. Il basso è il fondamento armonico e ritmico di un pezzo. Spesso compongo suonando il basso e cantando insieme allo strumento. Questo mi dà sia la melodia che la base armonica, creando il contrappunto. La linea di basso fornisce anche il frazionamento del beat che fissa il groove. Insieme mi danno il fondamento di qualsiasi struttura sto elaborando.

AAJ: Per 13 anni hai diretto il Jazz Composers Collective. Puoi trarre un bilancio di quell'esperienza?

BA: Il Jazz Composers Collective è stata un'importante organizzazione che ha supportato e promosso della musica nuova e creativa nell'idioma del jazz. Ha poi aiutato a formare un pubblico per questa musica iniziando semplicemente in forma di jam session. Questa era l'idea: per accedere alla session un musicista doveva portare un nuovo brano su cui far lavorare gli altri. Volevo che la session diventasse una sorta di workshop per sviluppare nuove idee; così la session informale s'è sviluppata entro il Jazz Composers Collective. Nel 1992 ci siamo costituiti come una fondazione no-profit iniziando a presentare dei concerti e pubblicando newsletters con articoli dei compositori riguardanti la loro musica. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per accogliere un nuovo pubblico e rendere l'esperienza d'ascolto divertente e appagante. Presto abbiamo iniziato a commissionare nuovi lavori, incidendo dischi e organizzando tours. Abbiamo creato una collaborazione con il Museo d'Arte Moderna (MoMa) a New York e con la New School for Jazz and Contemporary Music (dove sono attualmente membro di facoltà). Dagli inizi fino al 2005 abbiamo presentato oltre 300 nuove composizioni di più di 50 compositori e promosso oltre 250 musicisti. È stato un fantastico torrente creativo che ha concesso a molti di noi il supporto che volevamo per definire la nostra dimensione di artisti. Sono immensamente orgoglioso di quello che abbiamo fatto.

AAJ: Una delle tue prime incisioni è stata Rhapsody con Lee Konitz. Cosa ti ricordi di quell'esperienza?

BA: Lee era, ed è, un musicista meraviglioso. Ho inciso vari album con lui, suonato in qualche tour nei primi anni novanta e da allora ci siamo trovati di tanto in tanto. Ho sempre ammirato com'è riuscito a reinventarsi nel corso degli anni. Da giovane aveva una tecnica strabiliante al sax contralto... volava come un uccello. Con l'età —ora ha 90 anni! —ha trovato nuovi modi per essere creativo. Ora può suonare una sola nota e raccontare tantissimo. E quando suona quella nota tu sai che è lui. Il suo suono e il fraseggio sono unici. Spero di poter essere così creativo quando avrò la sua età.

AAJ: Nel disco Action-Refraction, pubblicato nel 2011, incidi per la prima volta composizioni di altri autori (tra cui Neil Young, Thelonious Monk, Donny Hathaway, PJ Harvey) ed è stato un successo. Ci sarà un nuovo capitolo?

BA: Con Action-Refraction volevo realizzare un disco di sole cover. Mi ero posto la sfida di vedere se, mettendo assieme un variopinto gruppo di brani, potevo ottenere un album coeso. Donny Hathaway, Samuel Barber e PJ Harvey, ad esempio, sono compositori e artisti molto diversi tra loro. Alcune di quelle differenze, però, sono solo superficiali e volevo esplorare come potevano relazionarsi reciprocamente. È stato un esperimento e sono molto felice del risultato. Commercialmente è stato uno dei miei album più venduti ma ora che l'ho realizzato non penso di ripetere la cosa anche perchè ho molti brani originali che voglio documentare.

In effetti, da quando Layers of the City è stato pubblicato la scorsa estate, ho scritto composizioni per quasi mezzo album e sto iniziando a pianificare per una prossima nuova incisione. Nel frattempo sono in tour col gruppo Think Free e proviamo il nuovo materiale. È importante per me continuare a guardare avanti.

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