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Basilio Sulis: Ai Confini tra Sardegna e Jazz

Paolo Peviani By

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Voglio criteri di adozione che valgano per tutti, ed un confronto a pari dignità
In tempi come quelli odierni, fatti di festival con cartelloni omologati e di proposte musicali più attente agli aspetti commerciali che ai contenuti artistici, le manifestazioni che nel corso degli anni sono riuscite a mantenere una forte integrità e coerenza rappresentano una rara e dunque pregevole eccezione.

Tra queste, possiamo sicuramente annoverare Ai Confini tra Sardegna e Jazz. Festival che da oltre trent'anni getta uno sguardo appassionato e curioso sulla musica nera e le sue avanguardie.

Ne abbiamo parlato con Basilio Sulis, visionario direttore artistico del festival, nonché acuto osservatore dei fenomeni musicali, culturali, sociali.

All About Jazz Italia: Qual è il percorso che porta, trentadue anni fa, alla nascita del festival Ai Confini tra Sardegna e Jazz?

Basilio Sulis: Avevo già dei trascorsi nell'organizzazione di eventi. Attraversando quel periodo fortunato della mia esistenza che mi ha dato molto (come ha dato a tutti), ovvero gli anni tra il '68 e il '75, arrivo al jazz in modo quasi naturale, quasi come ad una necessità. Eravamo una generazione curiosa, abituata a realizzare, o ad avere in testa, qualche utopia. Se poi arrivi a realizzarne anche una piccola, il gusto lo trovi e te lo tieni per tutta la vita.

Contestualmente rompo con gli studi e decido di trasferirmi da Carbonia a Porto Pino. Qui avverto la necessità di restituire qualcosa a questo paese che mi aveva ospitato. Paese che allora (fine anni '70 -inizio anni '80) viveva una stagione incredibilmente fertile. Per la prima volta una comunità di 3.500 abitanti riesce, attraverso un'influenza ritardata di quello stesso periodo, a dotarsi di una classe politica nuova. Tant'è che nasce anche una rassegna di teatro legata a Viaggio in Italia, Magazzini Criminali, Sant'Arcangelo di Romagna... Questa però era l'idea di un sindaco donna, molto lungimirante.

AAJ: E voi?

BS: Noi, con la nostra associazione, eravamo più orientati verso la musica. Una musica che fosse anche un chiavistello per spostare lo stato delle cose, della cultura, che sino ad allora aveva un rapporto quasi esclusivo con la festa del paese (che comunque allora aveva anche dei contenuti davvero sostanziali). Quindi abbiamo cominciato a rompere gli schemi da un punto di vista musicale ed artistico. Il jazz ovviamente non nasce a Sant'Anna Arresi, questo non è luogo di istituzioni musicali, di musica contemporanea... Questo ha fatto nascere dei conflitti. Conflitti che ci sono piaciuti.

AAJ: Di che tipo?

BS: Il teatro e la musica hanno fatto nascere dei conflitti non solo di carattere generazionale, ma sui contenuti più profondi del fare cultura. Dalla chiesa che non accetta che si facciano dei concerti in piazza, ad allestimenti teatrali al limite (per loro) dell'osceno...

AAJ: Tornando al festival?

BS: L'idea iniziale nasce nel 1983, quando un amico che seguiva da vicino l'area progressive rock, Antonello Salis con i suoi Cadmo, venne a trovarmi e mi chiese di organizzare qualcosa. Si partì dunque con un concerto in piazza di Salis in piano solo. Il sindaco fu molto felice, e subito dopo ci fu una due giorni con Don Cherry, con Ed Blackwell, Nana Vasconcelos, Carlos Ward e Mark Helias. L'anno successivo chiesi sostegno e aiuto, perché allora una cosa da egocentrico non la facevi mai. Volevi sempre condividere con la comunità, pensando anche di trovare spunti di carattere collettivo. L'idea stessa che da un piccolo paesino ai margini dell'impero tu possa mandare un messaggio che dice che esisti e che hai qualche buona idea...

AAJ: Quindi la scelta di puntare su musiche di avanguardia, al di là del tuo interesse personale per certe modalità espressive, assume anche un significato -passami il termine -politico?

BS: Penso che fosse quasi esclusivamente politico. Guarda, sarebbe successa la stessa cosa anche se avessimo scelto di fare il balletto. Saremmo comunque andati a parare dentro i contenuti di quel periodo. Con un elemento in più: la curiosità, che gioca sempre questo scherzo quando vuoi pensare, elaborare, realizzare qualcosa.

Nel marzo 1986 ci siamo strutturati con la prima edizione di Ai Confini tra Sardegna e Jazz. Fu una sei giorni e non iniziammo male. C'erano Hermeto Pascoal, Ray Mantilla, Bob Moses, Paul Motian con un quintetto dove c'era Bill Frisell ragazzino, Mark Helias... Abbiamo iniziato da viziatelli. Questo però ci diede da subito l'opportunità di chiarire alcune cose.

AAJ: Ad esempio?

BS: Se prima la rassegna veniva vissuta dal paese come clima, già il fatto stesso di mettere una sorta di barriera (un biglietto anche solo a cinque lire), ovvero che tu potevi accedere solo se eri interessato...

Tutto quello che riuscivamo a ricavare lo riversavamo poi nel campo della didattica per l'infanzia. Nell'86 nacque una scuola che superava il concetto mastro-allievo, ma anche dell'insegnamento ortodosso. Questo ci ha stimolato, ed abbiamo cercato di rendere contemporanei tutti i segni della musica tradizionale. Avevamo la pretesa che questa musica diventasse poi musica popolare. Popolare perché rappresentava la contemporaneità. Con l'ausilio di musicisti come Carlo Mariani e molti altri, siamo riusciti ad entrare nelle scuole sin dal 1988. Abbiamo chiesto ai presìdi scolastici di dare alla musica la stessa dignità delle altre materie. In cambio, noi avevamo la responsabilità di pagare il corpo docente, il materiale didattico ed anche gli strumenti.

AAJ: Questa richiesta passò?

BS: Sì, passò e iniziammo insegnando ai bambini la tecnica della respirazione circolare. Ricordo come una cosa bellissima vedere questi cento bambini essere introdotti alla musica utilizzando lo strumento che produce suoni, piuttosto che l'orgoglio dell'appartenenza, e magari realizzare con questi strumenti una musica che potesse essere definita universale. Si trattava di un lavoro molto interessante, che credo dovremmo riprendere se tutto quello che ti ho detto finora tornerà ad entrare nei criteri con cui la politica sostiene l'educazione musicale.

AAJ: Tu come la vedi?

BS: Gli ultimi vent'anni li conosciamo, si va in direzioni diverse. C'è una forzatura verso i numeri, anche se vuoti di qualsiasi tipo di contenuto, e quindi ci troviamo completamente soli, spiazzati. Recensioni non se ne fanno più, gli editori non pagano, oppure preferiscono dare i pochi soldi che ci sono a chi scrive l'articolo sulla pesca di un dentice da trenta chili...

AAJ: Quindi che futuro vedi per l'Associazione?

BS: L'associazione sta attraversando il periodo più difficile della sua esistenza. Non sto parlando di mancanza di idee o di progetti per gli anni a venire, anzi! Però ci rendiamo conto che seguendo i criteri dei cosiddetti politici, che hanno bisogno di obiettivi interni e quindi immediati, che solo i numeri vuoti possono dare...

Oggi conosciamo in Sardegna musicisti che prendono decine di migliaia di euro solo per fare un Silenzio... E fanno silenzio pur essendo punti di riferimento della cultura isolana, sullo stato delle cose in Sardegna rispetto all'agire politico (che non c'è). Perché ormai sono tutti egocentrici. Artisti egocentrici, politici egocentrici, organizzatori egocentrici... Il risultato non può essere che questo.

Questa difficoltà ci sta facendo interrogare sul nostro futuro. Se nell'arco di qualche mese dovessimo ritenere che non esistono le pre-condizioni per svolgere il nostro ruolo di gente che si è messa a disposizione e che ha cercato di portarsi appresso una comunità intorno a uno strumento di comunicazione come quello musicale, credo sarebbe il caso di farla finita.

AAJ: Sarebbe una brutta sconfitta per il territorio. Comunque la si pensi, rispetto ad altre cose che si organizzano in Sardegna, indubbiamente qui succede qualcosa di diverso

BS: Guarda, vuoi qualche spettatore in più? Fai la mezza sagra. Immaginati cosa sarebbe un concerto alle montagne di sabbia, un concerto all'alba... Immaginati che fotografie verrebbero... Se ad una manifestazione non appiccichi un prodotto da mangiare, molte volte nemmeno di produzione locale...

Sono cose che non ci piacciono e su questo piano, per quanto ci riguarda, non ci sono cedimenti di sorta. Per cui l'alternativa è prendere atto. Vedremo come.

Resta comunque un problema. Alcuni esponenti dell'Associazione (me compreso, anzi in primis) non possono essere il futuro della manifestazione. Ho settant'anni, e seppur ancora nelle condizioni di esprimere fin troppa curiosità, ritengo sia ora di cominciare a predisporre una struttura, almeno organizzativa. Un matto che ama la musica e che si fa venire qualche idea lo trovi. Servono però dei pilastri nel campo della logistica, della comunicazione... Ora abbiamo un progetto che prevede, anche in forma multidisciplinare, di creare una struttura che nell'arco di tre anni sia in grado di formare qualche ragazzo sulla base della nostra esperienza, e che sia utile non solo per il festival ma per la comunità. Si può parlare di jazz, ma anche di altro. Si può creare una comunità che sia in grado di interloquire tutto l'anno, non solo durante il periodo del festival.

AAJ: Qui rientra in gioco la politica

BS: Io so cosa vogliono i nostri amministratori. È facile. Se io avessi quel tipo di velleità farei come loro. Però non ho quel tipo di velleità. Certo, la perdita di una storia come la nostra, almeno in ambito locale, sarebbe non da poco. Perché la politica la usa come un distintivo nei rapporti verso l'esterno.

Se alla musica verrà permesso di agire nel campo del sociale, qui c'è ancora voglia di farlo. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, il percorso è esaurito. Nonostante i miei settant'anni, mi pesa l'assenza di futuro.

AAJ: Quindi cosa succederà?

BS: Entro la fine dell'anno dobbiamo affrontare e chiudere la discussione su questo progetto di gestione dell'Agorà della cultura, un progetto multidisciplinare che ci farà fare un salto di qualità sui servizi per l'utenza e per lo spettacolo. Abbiamo uno spazio che si presta molto bene, è quasi una sala d'incisione a cielo aperto... Resta però il problema del dopo.

AAJ: Quello che mi dici mi fa venire in mente quanto avvenuto a Clusone Jazz, una realtà che dal punto di vista della storia e delle scelte artistiche era molto affine al vostro festival

BS: Con Clusone Jazz abbiamo fatto anche un gemellaggio di tre anni. Ecco perché prima ti parlavo di comunità. Esperienze come la nostra possono influenzare il panorama nazionale, che non riesce a uscire dalla logica del roster. Noi siamo gente aperta, abbiamo collaborato con Clusone, con Chicago... Tra l'altro noi siamo tra i festival che hanno il rapporto più elevato tra entrate proprie e contributi pubblici. Anche superiore a chi fa cose più commerciali. Però alla politica interessa quello, e dunque lì vanno più fondi.

Comunque dalla politica non voglio essere ghettizzato, né voglio piagnistei. Voglio criteri di adozione che valgano per tutti, ed un confronto a pari dignità anche con chi svolge eventi in luoghi che dovrebbero essere più attrezzati del nostro. Questa è la sfida.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency).

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