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Avanti o indietro?

Alberto Bazzurro By

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La più o meno contigua uscita di reperti d'epoca di Jarrett, Osborne e Soft Machine ci induce a una disamina a largo raggio su cos'era e verso dove si muoveva il jazz, pur inteso in senso lato, nell'epoca in cui tanti ragazzi provenienti dal rock più o meno progressivo vi confluivano a frotte. Cercando anche di ragionare su com'è mutato in questi quarant'anni il concetto di avanguardia, di autenticità espressiva, sana sete di ricerca, e concetti analoghi.

Ci è capitato di recente di sentir definire Keith Jarrett un musicista d'avanguardia. Le considerazioni che un'affermazione del genere suggerisce sono molteplici. Intanto Keith Jarrett non è affatto un musicista d'avanguardia. Non più, almeno, da trent'anni a questa parte. Ma già prima di questo tempo, un Arrigo Polillo (morto nell'84) aveva opposto—a un lettore di Musica Jazz?—la stessa obiezione: Jarrett non appartiene all'avanguardia. Nemmeno allora, a suo dire.

In realtà l'avanguardia l'ha praticata, Jarrett, ne ha fatto parte, anche se magari, in anni in cui la vedevamo come un qualcosa di fisiologicamente antigrazioso (i fatidici "due o tre fischi, due o tre note" dei detrattori del free), anticonsolatorio, antiaccomodante, antitutto, qualcuno può non essersene accorto.

Ce ne siamo accorti oggi (in realtà qualche mese fa) all'uscita di un album dello spessore di Hamburg '72 (ECM). E non tanto nei generosi profluvi pianistici che ovviamente innervano (e nobilitano) l'album, veramente maiuscolo, infilandosi non di rado in incunaboli estetico-espressivi che sempre più di rado il Nostro avrebbe arrischiato nel prosieguo, ma invece quando Jarrett soffia dentro al suo flautino etnico (che ci fa tornare alla mente il suo Ruta and Daitya, inciso -e uscito -all'epoca dei fatti in duo con Jack DeJohnette) così come un Don Cherry (quello di Eternal Rhythm, per esempio), e soprattutto dentro al tubo dritto e irruvidito del soprano, cui dà voce col piglio (e la libertà) di un Sam Rivers, però più brutale (ci avreste creduto?), a tratti quasi belluino.

Sei pezzi di durate variabili compongono il disco (con Charlie Haden al basso e Paul Motian alla batteria, quasi dimenticavamo di dirlo, tanto ci pareva ovvio), evocando Ornette in un pezzo a lui esplicitamente dedicato dallo stesso Jarrett ("Piece for Ornette," a scanso di equivoci) e nel conclusivo, come sempre toccante, "Song for Che" di Haden, che rimanda a Crisis e al leggendario album della Liberation Music Orchestra, in entrambi i casi anno di grazia 1969 (e marchio Impulse!).

Chissà se il Nostro (anzi, i Nostri, l'altro essendo ovviamente Manfred Eicher) decideranno di tirar fuori altre attempate perle dal guscio, in futuro, visto quanto la pratica è attualmente frequentata: nel 2012 è uscito il notevole Sleeper, del cosiddetto quartetto europeo (1979), mentre l'anno dopo non possiamo non nascondere la truce delusione che ci ha riservato No End (entrambi doppi), da cui ci aspettavamo una sorta di gemello di Spirits, il più misconosciuto fra i capolavori jarrettiani (il periodo è lo stesso, metà anni Ottanta, e il contesto, session solitarie domestiche, pure) e ci siamo trovati invece di fronte una sequela infinita, informe e reiterata, di fondi di magazzino.

Nell'attesa, dall'Inghilterra, grazie all'americana Cuneiform, risuonano due squilli di tromba. Il primo riguarda un'altra autentica icona dell'epoca in questione (diciamo grosso modo la prima metà degli anni Settanta), in cui frotte di giovani transfughi dal rock transumanavano verso il nuovo verbo jazzistico, più o meno tutti saliti sull'indispensabile treno (c'è sempre bisogno di un veicolo di trapasso) del Davis elettrico. Stiamo parlando dei Soft Machine, di cui è appena uscito il live Switzerland 1974, che—nella discografia ufficiale della macchina molle—si pone tra Seven (1973) e Bundles (1975).

A proposito di Seven, sarà appena il caso di segnalare l'indispensabile box quintuplo del 2010 (ma di cui siamo venuti in possesso ben più di recente) Soft Machine: Original Album Classics (Sony), che riunisce i cinque vangeli (uno in più di quelli canonici, già) che vanno da Third (1970) appunto a Seven. Per una manciata di euro (chi scrive ne ha sborsati appena 15) si (ri)entra in possesso di un'autentica scheggia di memoria—più o meno individuale e più o meno collettiva—nonché dell'autentica crema del gruppo inglese, che forse, a voler essere iperselettivi, potrebbe persino arrestarsi (la crema) a Fifth (1972), cioè prima del rimpiazzo di Elton Dean con Karl Jenkins che ha coinciso col tour europeo del 1973 (e noi c'eravamo, come si dice in questi casi) da cui sarebbe poi stato tratto Six.

In Switzerland 1974 c'è ancora Jenkins, che però nel frattempo ha perso per strada un pezzo (il sax baritono) e ora si accontenta di insinuare soprano e oboe in un paio di momenti del set documentato dal CD. Per il resto è un gran trasudare di tastiere, e soprattutto di chitarra, nelle piuttosto fragorose (nonché fin troppo generose; o la generosità è altrui, di chi gli lascia tutto quello spazio?) mani di Allan Holdsworth. Completano il gruppo Mike Ratledge, unico sopravvissuto del nucleo storico, Roy Babbington e John Marshall.

Documento di indiscutibile valore, Switzerland 1974 non è tuttavia, come si sarà intuito, esente da pecche. Lo sperimentalismo a volte persino crudele soprattutto di Third e Fourth sembra lontano, le elucubrazioni più jazz-compatibili di Fifth (del resto tutt'altro che assenti anche nei due volumi precedenti) superate da un sound più ecumenico ed effettistico, esteriore, paradossalmente più prossimo alle atmosfere della Soft Machine Legacy degli anni Duemila che non a quei gloriosi capitoli appena antecedenti.
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