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Arancio, nero e nostalgia: tempo di ristampe in casa Impulse!

Luca Canini By

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Piovono ristampe in casa Impulse!. Un diluvio benedetto a tinte arancionere che riporta sugli scaffali dei negozi classicissimi e rarità a prezzi stracciati. Non il massimo l'operazione dal punto di vista filologico: grafica discutibile, copertine originali incrociate grossolanamente, rimasterizzazione discreta ma non eccelsa, note riprodotte in miniatura e in alcuni casi praticamente illeggibili; ma il rapporto qualità/prezzo è talmente buono (tra i 5 e i 10 euro per un viaggio in prima classe nella storia del jazz), che per una volta gli audiofili più esigenti e i collezionisti di sciccherie sono pregati di chiudere un occhio.

Lunga la lista dei titoli da acchiappare al volo in questa seconda infornata di «due in uno». A partire dall'attesa ristampa in CD (l'ultima non giapponese risaliva addirittura al '93) dell'esordio su Impulse! di Pharoah Sanders: Tauhid, registrato nel novembre del '66, a un paio di anni abbondanti dal debutto assoluto del «faraone» su ESP. Un must della seconda ondata free e una delle vette (la vetta?) dell'intera produzione del figlioccio di Coltrane. Che prodotto da Bob Thiele e guidato dalla mano esperta di Rudy Van Gelder, porta in studio una band fantastica: Dave Burrell al piano, Henry Grimes al contrabbasso, il debuttante Sonny Sharrock alla chitarra -accreditato ancora con il nome di battesimo: Warren -, Roger Blank alla batteria e Dan Bettis alle percussioni.

L'esito è folgorante: dall'iniziale "Upper Egypt & Lower Egypt" alla conclusiva "Capricorn Rising," in 35 minuti scarsi c'è tutto il Sanders pensiero. Le proverbiali sfuriate, i deliri di percussioni e strumenti etnici, l'esotismo ancestrale, la spiritualità post-coltraniana, le derive ipnotiche, l'esaltazione di una «blackness» universale e terzomondista. Un'opera che ha spaccato in due gli anni Sessanta e alla quale hanno guardato schiere di ispirati discepoli e volgari imitatori. Accoppiata per questa nuova ristampa a Jewels of Thought, disco numero quattro di Sanders e terza fatica griffata Impulse!, messa su nastro a fine '69. Lavoro fascinoso, visionario, struggente (da brividi l'attacco al tenore in "Hum-Allah-Hum- Allah-Hum-Allah"), con uno schieramento di bassi e batterie da infarto (Cecil McBee, Richard Davis, Roy Haynes e Idris Muhammad a sovrapporsi e alternarsi), ma nel quale fa capolino l'effetto «normalizzante» del pianista Lonnie Liston Smith. Non siamo ancora al manierismo confusionario di alcuni lavori successivi (attraversando i 27 e passa minuti di "Sun in Aquarius" c'è ancora di che stupirsi), ma parte dell'urgenza e dell'irriverenza di Tauhid è andata perduta. Sacrificata sull'altare di una formula che Thembi e Black Unity -il primo del '70, il secondo del '71 -fotografano alla perfezione. Dischi da avere, diciamolo subito; saggiamente accoppiati in questa seconda ristampa dedicata a Sanders (bigino da mandare a memoria per chi si è gettato ai piedi del profeta Kamasi Washington). Ma nonostante le zampate alla "Black, Red & Green," e nonostante lo spettacolo pirotecnico offerto dai 40 minuti scarsi di "Black Unity" (prodotti da Lee Young, fratello minore del Lester sassofonista e futuro dirigente della Motown), siamo lontani dall'incanto scomposto dei Sessanta. Addio spigoli, addio vertigini: binari dritti e via sicuri fino alla stazione successiva.

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