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Harriet Tubman: Araminta

Vic Albani By

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Se il buon giorno si vede dal mattino, il 2017 già dai suoi primi passi potrebbe evidenziarsi come la classica annata da ricordare. La musica in giro in questo periodo (specialmente laddove non si grida alla crisi ad ogni piè sospinto) sembra davvero valere più che la semplice menzione cronachistica. Dopo l'ultimo lavoro dei Kneebody (Anti-Hero), un'altra grande perla illumina i giorni nostri. Si tratta degli Harriet Tubman, ovverosia del celebrato trio dell'introspettivo chitarrista Brandon Ross con la possente ritmica di Melvin Gibbs al basso e di JT Lewis alla batteria, qui sorprendentemente uniti con una delle grandi star del momento, vale a dire quel Wadada Leo Smith, da moltissimi riconosciuto quale vero e proprio ricercatore del new sound trombettistico.

Il titolo del nuovo lavoro discografico del gruppo è il vero nome dello pseudonimo che da nome al trio sin dalla sua costituzione nel lontano 1998. Araminta "Minty" Ross (alias appunto di Harriet Tubman) è stata un'intelligente e combattiva protagonista politico-sociale, attiva nel periodo della guerra di secessione americana e, più tardi, in prima linea da una parte del movimento per il suffragio femminile e dall'altra quale una delle voci più influenti (alla fine del diciannovesimo secolo) dei movimenti per l'abolizione della schiavitù. Della sua energica combattività e, conseguentemente del virtuale titolo di "Mosè della black people" con il quale era universalmente nota, fa da sempre proprio motto artistico il powerful trio di Ross e compagni.

Ai pochi che non avessero cognizione dell'altezza qualitativa dell'arte artistica del chitarrista di stanza a Brooklyn, più conosciuto ai più per essere stato l'efebico side man della Cassandra Wilson degli anni migliori, basterà pensare alle sue fondamentali presenze accanto a gente del calibro di Lawrence D. “Butch” Morris, Henry Threadgill, Tony Williams, Arto Lindsay, Bill Frisell, MeShell NdegeOcello, Moreno Veloso, Myra Melford, Oliver Lake, Bill Laswell e tanti altri mentori moderni fra i quali anche quel Wadada Leo Smith chiamato appunto da Brandon a far parte di questo peculiare nuovo progetto. La sua arte compositiva ed espressiva lo fa riconoscere quale una delle grandi menti musicali moderne, capace di raccontare e affrontare territori delicatissimi e atmosfere decisamente sanguigne e ritmiche come quella, appunto, dell'esperienza Harriet Tubman.

Da sempre, il verbo della ricerca del trio è quello del vernacolo musicale pan-africano, riconosciuto prodromo di tutti i movimenti jazzistici della storia. La scelta del gruppo è davvero multidimensionale e inter-etnica, relazionata da una parte ai linguaggi di un solido Rhythm and Blues mai di facciata e dall'altra alla ricerca avantgarde in stile Zorn (tant'è vero che ben tre CD della band sono stati pubblicati dall'Avant Records giapponese battezzata proprio dal sassofonista americano prima che si dedicasse completamente alla sua Tzadik). Ben però lontana dalla sua "side" prettamente acustica e sognante, con Harriet Tubman, Ross scandaglia idealmente le forme espressive più libere dell'arte musicale, proprio perché la band è fondamentalmente mossa all'azione dal profondo senso di libertà che permea da sempre la materia jazzistica.

Ebbene, Araminta appare proprio come una sorta di prosecuzione e di evoluzione storica della ricerca sonora da sempre insita in questo progetto. Non a caso è dunque da analizzare l'importante presenza di Wadada Leo Smith, mai come proprio in questo disco da valutare come profondamente concettuale e "politica." Il procedere degli episodi del disco è in qualche modo gestuale e intenso, collegato a filo doppio con le ipotesi intellettuali dell'arte dell'improvvisazione e ricco del linguaggio di free-form mai intossicate o prevedibili. "Frame" sonori di grande spessore capaci di animare il tema e collegati all'intensità ritmica attraverso costruzioni se lo si vuole geometriche nel senso inventato da Steve Coleman ma però più intimamente connesse a un qualcosa che è fuori dal tempo, forse proprio per ricordare annessi e connessi con madre Africa. Dialoghi incendiari dove balzano alla memoria urla hendrixiane e fiumi sonori dei Funkadelic, ma dove -allo stesso tempo -vengono rispettati i tempi storici del blues rurale o le voci più riflessive della grande letteratura americana.

Una sorta di missione per riportare nel "giusto" i termini di una lotta sociale mai repressa, forse risvegliata dai tristi avvenimenti dei tempi moderni che hanno dissolto il sogno della speranza di Obama (citato in uno dei brani che ricorda un suo discorso dove venne citato a più riprese il fatto che la "lunga marcia di Martin Luther King" non è affatto finita") e riportando le menti creative alla lotta contro i folli disegni di guerra dell'attuale pericoloso personaggio che alberga alla Casa Bianca.

Track Listing: The Spiral Path to the Throne; Taken; Blacktal Fractal; Ne Ander; Nina Simone; Real Cool Killers; President Obama's Speech at the Selma Bridge; Sweet Araminta.

Personnel: Brandon Ross: chitarra; Melvin Gibbs: basso; JT Lewis: batteria; Wadada Leo Smith: tromba.

Title: Araminta | Year Released: 2017 | Record Label: Sunnyside Records

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