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Antonio Faraò, l'eklektiko

Antonio Faraò, l'eklektiko
Daniele Vogrig By

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In alcuni casi la produzione di un disco può rappresentare un momento di svolta nella carriera di un musicista, non solo da un punto di vista musicale ma anche a livello puramente espressivo. Eklektik è l'ultimo album di Antonio Farao e a buon diritto può essere considerato un sapiente concentrato di fusion, capace di trascendere generi e stili musicali, realizzato con la collaborazione di artisti trasversali del calibro di Snoop Dogg, Marcus Miller, Manu Katche, Bireli Lagrene, Didier Lockwood, Krayzie Bone. Un lavoro composito, coraggioso, del quale l'autore ci parla in questa intervista.

All About Jazz: Eklektik. Un titolo esemplificativo. Come è nato questo progetto e in quali direzioni si è mosso in quest'ultima fase della sua carriera, rispetto ai suoi precedenti lavori Evan (2013) e Boundaries (2015)?

Antonio Faraò: Questo progetto in realtà risale a un po' di tempo fa, l'ho lasciato nel cassetto per circa tredici o quattordici anni. Il motivo è legato ad alcuni problemi riguardanti i discografici, nel senso che per alcuni esperti del settore risulta spesso arduo concepire un musicista jazz al di fuori dei consueti canoni acustici. Dal momento che il jazz, come dico sempre, è una musica fortemente contaminata da altri generi musicali, il termine "eclettico" riguarda il jazz, in quanto genere trasversale rispetto a musiche quali la classica, il rock, e la sudamericana che molto ha influenzato il jazz. Quindi alla fine ho pensato di mantenere un suono che fosse coerente al titolo stesso del disco e che penso sia stato il risultato finale di questo lavoro. Un lavoro caratterizzato da un suono omogeneo, nonostante l'evidente commistione di stili e generi.

L'obiettivo era toccare i diversi tipi di audience per far capire che un jazzista, al contrario di quanto si possa pensare, è in grado di produrre questo tipo di musica a certi livelli, suonata dal vivo, con musicisti veri, e non da gente che si chiude in casa con un computer, con un programma e che improvvisa in questo genere di cose. Per carità, non voglio sminuire il lavoro di altri, ma resta comunque il fatto che un lavoro quale Eklektik è stato realizzato da musicisti veri, autentici. Ed è questo l'elemento che fa la differenza in questo disco.

AAJ: Ancora oggi molti "puristi" del jazz osteggiano fortemente i concetti di fusion e di contaminazione all'interno di questo genere. Al di là di un lavoro prismatico come Eklektik quali opinioni o posizioni lei assume in merito a una tale diatriba musicale?

AF: Queste chiusure non le condivido affatto. Per quel che mi riguarda le chiusure mentali sono forme di razzismo. Il concetto stesso di eclettismo intende abbattere barriere e confini, sia musicali sia umani. Il messaggio di fondo è che non ci sono differenze, anzi, le differenze stesse possono generare qualcosa di nuovo, di innovativo. Il discorso è sempre andare oltre. Io trovo che molti jazzisti, al giorno d'oggi, fatta eccezione per alcuni grandi artisti come Herbie Hancock o Miles Davis che hanno influenzato profondamente la mia musica, dimostrano il fatto che è necessario aprirsi.

Le chiusure portano a uno stato di muffa, di decomposizione, di stasi. Recentemente ho saputo che qualche giornalista non si è sentito in grado di fare una recensione a questo disco, e ciò dimostra appunto la stasi e la muffa che talvolta può crearsi in questo ambiente, ed è un peccato. Ma va bene anche così, magari il mio progetto potrebbe apparire anche provocatorio se vogliamo.

AAJ: In Eklektik figurano ospiti di primo ordine. Spiccano indubbiamente i nomi di Krayzie Bone e, in particolare, Snoop Dogg. Come sono nate queste collaborazioni e come è stato lavorare con loro?

AF: Il punto è che avevo dei brani che si prestavano molto a un'idea rap. "News from...," il brano che canta Snoop Dogg, lo ascoltò Dario Rosciglione e pensò che fosse perfetto per Snoop. Riuscii a contattarlo e lui accettò con molto entusiasmo questa proposta, realizzando così questa collaborazione. Un po' la stessa cosa accadde per Krayzie Bone. Le collaborazioni nascono così. C'è qualcuno che ascolta un brano e individua l'artista adatto per interpretarlo.

AAJ: Nelle note di copertina Benny Golson, riferendosi al suo stile e al suo lavoro, parla di un «fenomeno raro... dotato di un superlativo talento e di una superiore abilità». Sempre con Benny Golson lei è attualmente impegnato in un tour europeo, a partire dal prossimo 29 marzo. Com'è lavorare con una figura storica come Golson?

AF: Benny lo conosco da circa venticinque anni. Ho già collaborato con lui in passato, con lui e anche con Johnny Griffin in quintetto. C'è stato subito un grande feeling e una grande stima reciproca. Per me lui è un'icona del jazz.

Una volta concluso Eklektik ero un po' titubante nel fargli sentire questo progetto, perché non sapevo se potesse piacergli e temevo che potesse apparirgli come qualcosa troppo al di sopra delle righe. Lo scorso anno, quando gli feci ascoltare un paio di pezzi, lui saltò letteralmente dalla sedia con un entusiasmo pazzesco, facendomi moltissimi complimenti. In quel momento si aprì un mondo davanti a me. Per questo dico che non si deve mai etichettare un artista. Ci sono musicisti che possono avere delle aperture che vanno rispettate, capaci oltretutto di produrre lavori di ottima qualità. Considera pure che i brani di Benny Golson li hanno suonati anche i The Manhattan Transfer, un gruppo per così dire "commerciale" degli anni Ottanta. Quindi alla fine sono gli altri che accentuano il lato "eclettico" di un artista, nel caso di Benny Golson assolutamente immenso.

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