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Anais Drago - Un violino per Zappa (e oltre)

Mario Calvitti By

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Tra i tanti materiali musicali che ci passano quotidianamente tra le mani, ogni tanto ce n'è qualcuno che ci colpisce particolarmente, per un motivo o per l'altro. Questa volta è toccato al CD che rappresenta l'esordio discografico di Anais Drago, sia per l'eclettico curriculum della giovane violinista di Biella che per il fatto di essere un album dichiaratemente ispirato a Frank Zappa.

Qui è possibile leggere la nostra recensione del CD che ha stimolato il nostro interesse. Approfittando della disponibilità dell'artista, l'abbiamo intervistata per approfondire alcuni dettagli del suo lavoro e conoscerla un po' meglio.

AAJ: Parlaci un po' di te, in particolare della tua educazione e dei tuoi interessi in ambito musicale, e degli artisti che ti hanno influenzato maggiormente.

AD: Ho iniziato a suonare a tre anni e mezzo, con la metodologia Suzuki. Ho completato i miei studi classici con il diploma in violino, ma già prima avevo iniziato a cimentarmi in altri tipi di musica, partendo con il folk irlandese e avvicinandomi per gradi poi all'improvvisazione e al jazz. Dopo un'esperienza di vita a Londra e qualche seminario qua e là ho deciso di dedicarmi completamente a quest'ultimo, e ho intrapreso una laurea specialistica in composizione jazz, più per ampliare le conoscenze in merito e applicarle allo strumento che per diventare una vera compositrice! Il mio studio del jazz è avvenuto in maniera poco graduale e mirata, e infatti a lungo ho avuto una grande confusione in testa.

Più che essere influenzata da particolari artisti, ci sono stati alcuni dischi che mi hanno entusiasmata e ispirata (e ancora adesso è così), e anche questi ultimi sono decisamente "random" e forse poco affini l'un l'altro. Ad ogni modo, amo particolarmente artisti come Charles Mingus, John Coltrane, Jan Garbarek, Mike Stern, Pat Metheny, Wayne Shorter (molti dei miei standard jazz preferiti sono suoi), Avishai Cohen, Chick Corea e altri ancora. Anche dal mondo del rock-prog ho attinto molto, specialmente dai King Crimson, gli Yes, i Gentle Giant, i Morphine... poi ogni tanto scopro un disco nuovo (per me, si intende), e me ne innamoro. Ultimamente è successo con We insist di Max Roach e con le Suites di Duke Ellington!

AAJ: Come è nato il tuo progetto su Zappa, e come si è sviluppato il tuo interesse nei suoi confronti? Cosa rappresenta per te oggi la sua musica?

AD: Tutto è nato quando dovevo scegliere su cosa presentare la mia tesi di laurea in composizione jazz. Essendo appassionata di sonorità di un certo tipo, volevo creare qualcosa di musicalmente denso, corposo e che andasse verso il rock. In Frank Zappa, ovviamente, ho trovato la sintesi di tutto. Non era un artista che ascoltavo da tempo: certo, conoscevo qualche brano, ma quando ho capito che poteva essere la chiave del lavoro, mi ci sono buttata a capofitto. La mia tesi, dal punto di vista teorico, è stata un'analisi approfondita della sua musica e delle sue partiture, che ho trascritto io stessa, mentre dal punto di vista pratico mi sono cimentata nella composizione di brani partendo da piccole cellule melodiche o armoniche estrapolate da alcuni suoi pezzi.

La tesi ha avuto un ottimo riscontro e con i musicisti che mi accompagnavano ho deciso di dare un seguito al progetto: abbiamo completato il repertorio con alcuni pezzi di Zappa che avevo appunto trascritto per la tesi ed è nato questo progetto. Un'etichetta parigina, Another Music Records, si è poi interessata a me e alla mia musica ed esattamente ad un anno dalla tesi siamo entrati in studio di registrazione per incidere i miei brani. Credo che per molti una volta scoperto Zappa non lo si possa abbandonare. Per me è un continuo punto di riferimento, un pozzo di idee da cui attingere ispirazione e modelli.

AAJ: Quindi se ho capito bene hai usato materiali di Zappa (armonici e/o melodici) come base su cui sviluppare le tue composizioni. Hai cercato di preservare qualcosa dello spirito di Zappa nel risultato finale?

AD: Ogni pezzo del disco ha una sua storia particolare e l'apporto zappiano varia di volta in volta. In alcuni casi il frammento utilizzato funge da 'mattone basilare' alla composizione, mentre in altri casi viene utilizzato come voce secondaria, ad esempio in accompagnamento ad una melodia principale composta da me. Credo che ciò che lasci trapelare un certo spirito zappiano sia l'eterogeneità, non solo tra un brano e l'altro, ma anche all'interno di ogni composizione. Ci sono alcuni momenti musicali imprevedibili che si collegano alla parte precedente senza un nesso troppo evidente a volte, e ti trasportano in realtà differenti. Questo è ciò che ho cercato di creare tramite le composizioni.

AAJ: Tra i brani che compongono il tuo CD ce n'è qualcuno che ha una genesi particolare? ”SS31” che accompagna il tuo videoclip era nato con questa funzione, o hai adattato successivamente il video alla musica?

AD: Come dicevo prima ogni brano è un po' a sé: i frammenti utilizzati di volta in volta vengono inseriti e sfruttati con finalità differenti. Forse il brano che preferisco è ”Provence's Bar”, in cui la prima parte, dove prima il contrabbasso e poi la chitarra suonano un tema, è interamente scritta da me, e devo dire che sono soddisfatta del risultato finale! Poi il brano prende una piega diversa, diventa un brano di estrazione barocca—costruito appunto su una cellula zappiana, dissacrando completamente l'atmosfera sognante della prima parte! ”SS31” invece è un brano che avevo scritto qualche anno fa, quindi non ha alcun riferimento con Frank Zappa. Quando si è trattato di decidere quali brani incidere per il disco, ho pensato che quella composizione si sarebbe ben adattata all'organico della band. L'idea del video è venuta dopo: sono stata in residenza artistica a Bangkok per un mese e mezzo la scorsa estate (grazie ad un bando di concorso vinto a dicembre, promosso dall'associazione MIDJ, SIAE e MIBACT). Durante le dodici ore di volo che mi avrebbero portata laggiù ho pensato che sarebbe stato bello poter girare un videoclip per il disco, e la scelta del brano è caduta su ”SS31” (che, per chiarezza, sta per Strada Statale 31, ovvero la statale che collega Vercelli ad Alessandria, che dopo due anni di conservatorio conosco a memoria!). Una volta giunta in Thailandia ho contattato l'Ambasciata Italiana, anch'essa promotrice della mia residenza, la quale mi ha messo in contatto con il direttore dell'Italian Film Festival di Bangkok, il regista e attore Maurizio Mistretta.

AAJ: Come hai scelto i musicisti per questo progetto? Li avevi già in mente quando hai composto le musiche?

AD: I musicisti che ho scelto sono persone che già conoscevo e con cui avevo già avuto modo di suonare, anche se in situazioni ben diverse. Una volta stabilito l'organico ho iniziato a comporre i brani, cercando quindi di sfruttare le potenzialità di ogni strumento al meglio. Sono tutti musicisti eccezionali e sin da subito c'è stata una grande intesa, oltre che un gran divertimento!

AAJ: Come sei arrivata alla scelta di Another Music Records per la pubblicazione del CD? Prima di loro hai avuto contatti con altre etichette?

AD: Si è trattato di un incontro del tutto naturale. Molto spesso al giorno d'oggi (esclusi i circuiti di più alto rango) quando entri in studio a registrare un disco, lo fai senza avere nessuno alle spalle. Una volta registrato, puoi metterti alla ricerca di un'etichetta che si interessi al tuo lavoro. Questa volta è stato diverso: Another Music Records si è interessata a questo progetto quando ancora non c'era pressoché nulla, se non tante idee e tanti bravissimi musicisti coinvolti. Tutto ciò mi ha permesso di entrare in studio di registrazione ed affrontare tutto ciò che ho fatto finora con un appoggio su cui contare, un punto di riferimento costante e presente.

AAJ: I tuoi interessi musicali spaziano a lungo raggio, dal jazz alla classica, dal country al rock. Come riesci a destreggiarti su tanti generi diversi? Tendi a farne una sintesi tipo fusion, o preferisci mantenerli separati?

AD: Questo è un bel problema! Sono sempre stata molto curiosa e, tranne in rari casi, è difficile che qualcosa non mi piaccia. L'avvicinamento a un genere piuttosto che a un altro è sempre stato deciso dalle opportunità lavorative che mi venivano offerte. Nel corso di questi anni ho approfondito tanti stili diversi, in ognuno dei quali esiste un linguaggio codificato a cui far riferimento. L'ascolto è stato il mio più grande maestro. Riuscire ad inserire il mio strumento in contesti così diversi tra loro entrando al mio meglio nel genere è sempre stato un grande obbiettivo per me; è un po' come imparare a parlare tante lingue. Non sempre è facile e, soprattutto nei primi anni. Come dicevo prima, per molto tempo ho avuto una grande confusione mentale. Poi un po' per volta, in maniera naturale, ogni tassello (o quasi!) è andato al suo posto e riesco ad utilizzare uno stile piuttosto che un altro a seconda di cosa sto suonando. Ovviamente una cosa influenza l'altra, quindi un po' di fusione tra tutto c'è per forza: utilizzo questo fatto a mio favore, cercando di essere il più possibile settoriale quando il contesto lo richiede, e di giocare tutte le mie carte quando so che sono libera di farlo!

AAJ: Hai avuto una educazione prevalentemente accademica, in Conservatorio. Ti ha causato problemi o condizionamenti nel tuo relazionarti con generi extracolti?

AD: Ricordo quando, col mio gruppo folk, abbiamo deciso di suonare ”Minor Swing”, celebre standard jazz-manouche (nonché colonna sonora di un bellissimo film): il tema di questo brano è composto da poche note, dopodiché iniziano le improvvisazioni su quello che ora posso definire essere un semplicissimo blues minore! Ebbene, lì mi si è aperta una voragine di panico e curiosità: non riuscivo a suonare nulla, ed è stato lì che forse è iniziato tutto. L'ambiente in cui sono cresciuta è stato sì rigido, anche se direi che la parola giusta è "rigoroso," ma non mi sono mai sentita oppressa, né dagli insegnanti e men che meno dalla mia famiglia. Come in tutte le cose, appena inizi a farle sbagli, cadi e ti inceppi, perciò provare a suonare qualcosa che non fosse stato precedentemente scritto è stato difficile, ma col tempo e con la pratica le cose sono migliorate molto. Ora leggo a prima vista più facilmente una successione di accordi in sigla che un pentagramma!

AAJ: Come hai sviluppato la tua tecnica strumentale sul violino per poter affrontare i generi musicali non classici come il jazz e il country? hai avuto dei modelli di riferimento?

AD: Dal punto di vista prettamente tecnico ho dovuto cambiare alcune cose, per ottenere un certo suono o un certo fraseggio, proprio perché mi ci sono dedicata con l'attenzione e la cura con cui solitamente un musicista classico si dedica allo studio di una sonata, o di un concerto, cercando di assorbire lo stile musicale del compositore e della musica. Come dicevo prima, il grande lavoro è l'ascolto di riferimenti, oltre che poi la pratica in campo. Con ogni genere in cui mi destreggio ho avuto la fortuna di esibirmi tantissimo dal vivo, studiando tantissimi repertori (tutti a memoria praticamente) e provando di volta in volta a sperimentare cose nuove. Alcuni tipi di musica, come la musica popolare in genere, prevedono il violino e quindi è stato più facile imparare. Nel jazz invece, pur essendoci comunque alcuni esempi anche illustri di violinisti, ho sempre preferito prendere come riferimento altri strumenti. Il primo insegnante che ho avuto, a Londra, è un sassofonista, per l'appunto. Ho inoltre una "rubrica" su youtube dove periodicamente pubblico un video in cui eseguo un assolo, precedentemente trascritto, particolarmente difficile e interessante, e la maggior parte di questi assoli sono di altri strumenti: questo ti insegna a ragionare non da violinista ma da musicista, a non cadere sulle idee più comode tecnicamente e a sviluppare anche fraseggi diversi.
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