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Pat Metheny al Parco della Musica di Roma

Mario Calvitti By

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An Evening With Pat Metheny
Parco della Musica
Roma
08.05.2017

Quella di Roma è stata l'ultima delle sei date italiane con cui il chitarrista Pat Metheny ha aperto il tour europeo 2017, alla testa di un quartetto di musicisti tra cui spicca il batterista Antonio Sanchez, già al suo fianco in numerose occasioni negli ultimi quindici anni, e completato da due giovani musicisti di talento, il pianista inglese Gwilym Simcock e la contrabbassista australiana di origine malese Linda May Han Oh.

Il progetto, partito con una serie di concerti già nel 2016, è basato su una rivisitazione di una buona parte della musica che il chitarrista ha composto e suonato nei suoi quaranta anni di carriera, soprattutto con il Pat Metheny Group che gli ha garantito un successo planetario. La ventina di brani proposti dal vivo ha rappresentato una bella fetta della sua produzione, e il formato del quartetto ha fatto pendere la selezione verso un approccio più jazzistico, lasciando da parte i brani più pesantemente caratterizzati dai sapori latini dati dalle percussioni e dalle voci aggiunte che per molto tempo hanno identificato il sound del Pat Metheny Group.

Il concerto tenuto al cospetto di una sala gremita si è aperto con "Into the Dream," un brano eseguito in solitudine sulla Pikasso guitar, una chitarra speciale con 42 corde, e proseguito con alcuni dei brani classici tra cui "So May It Secretly Begin," "Have You Heard," "James" e "Farmer's Trust." Sono presenti in scaletta anche titoli come 'Sirabhorn' e 'Midwestern Nights Dream' tratti dal lontano album d'esordio del chitarrista, Bright Size Life .

La musica procede senza soste, Metheny è il protagonista assoluto della serata, alternandosi tra la semiacustica, l'acustica e la chitarra-synth, efficacemente sostenuto dai compagni. Sanchez è il solito propulsore pirotecnico, la Oh mostra assoluta padronanza del suo strumento sia in versione acustica che elettrica, e Simcock, chiamato al difficile compito di non far rimpiangere Lyle Mays, se la cava bene nonostante il pianoforte rimanga a volte in ombra, non aiutato da un non perfetto mix sonoro e un'acustica non ottimale. Come suo solito il leader non si risparmia, le due ore di concerto sono già abbondantemente trascorse quando si accomiata dal pubblico al termine di tre brani eseguiti in duo con ciascuno dei membri del suo gruppo, a turno: "Unity Village" con la Oh, "Phase Dance" con Simcock e "Question & Answer" con Sanchez. Il bis, richiesto a gran voce dal folto pubblico presente, non si fa attendere a lungo, e il chitarrista torna sul palco prima da solo per un medley acustico di alcuni suoi temi, e poi raggiunto dagli altri per il definitivo finale con "Song for Bilbao."

Ormai il chitarrista è entrato da tempo nell'olimpo dei grandi interpreti del suo strumento, e le polemiche del passato che accusavano la sua musica di eccessiva commercialità non hanno più motivo di essere. Il suo animo sinceramente jazzistico e la passione che mette in ciascuno dei suoi progetti e in ogni esibizione non possono essere messi in discussione. È innegabile che la chitarra jazz degli ultimi 30 anni gli deve molto, e finché continuerà a trasmettere il contagioso entusiasmo con cui affronta ogni concerto il suo successo risulterà ampiamente meritato.

Foto (di repertorio): Roberto Cifarelli

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