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Amok Amor al Club Sudwerk di Bolzano

Giuseppe Segala By

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Club Sudwerk
Bolzano
18.11.2015

La tromba funambolica di Peter Evans ha incrociato la batteria rutilante di Christian Lillinger nel trio Amok Amor, già attivo e apprezzato sulla scena berlinese, facendo nascere vere e proprie scintille. La scorsa estate il quartetto, completato dal contrabbassista Peter Eldh e dal sassofonista alto Wanja Slavin, ha registrato un CD dal titolo omonimo per l'etichetta Boomslang Records e nel mese di novembre ha effettuato un tour europeo, toccando tra l'altro Londra, Berlino e Graz, la cui unica data italiana approdava a Bolzano, al Club Sudwerk.

Le nobili e mobili frontiere dell'organico di quartetto con sax alto, tromba, contrabbasso e batteria, originato dal genio di Ornette, ricevono in questo caso una bella sublimazione. Il delizioso inserimento del trombettista americano coincide praticamente con la sua uscita dall'esperienza di Mostly Other People Do The Killing, altro quartetto con lo stesso organico strumentale. Non mancano i punti di contatto con quell'esperienza, nei temi fulminanti e accidentati, come nel gusto dello spiazzamento costante dell'ascolto. In questo caso, l'incontro con il batterista germanico provoca risultati di alto voltaggio energetico, con Lillinger che irrompe nello spazio e lo satura sia sotto l'aspetto del tempo, veloce al limite del possibile, che per la quantità di figure ritmiche in accavallamento, in successione, in folle addensamento e rotolamento.
Nel concerto di Bolzano è proprio la coppia di batteria e contrabbasso che dà fuoco alle polveri, aprendo la performance con una partenza che lascia senza fiato gli ascoltatori. È un'esuberanza controllata, nonostante lo sfogo di libera energia e velocità, nonostante il flusso sia sempre sul punto di frantumarsi in mille schegge. Il walking del contrabbasso affianca il gioco frenetico tra piatti e tamburi, nel quale è però sempre riconoscibile un disegno di finissima fattura.

L'inserimento dei fiati, dopo pochi minuti di tale introduzione abbagliante, fa pensare a Ornette, con unisoni brevi e brucianti, minuscoli spostamenti del timbro, dell'intonazione e dei piazzamenti ritmici, che si smembrano in contrappunti espressionisti, con contrasti intervallari dissonanti, con stop improvvisi e riprese che spiazzano l'ascolto e lo sorprendono. Il contrasto espressivo tra la tromba e il sax alto emerge negli episodi in assolo. Evans esplode di energia già negli attacchi scoppiettanti; la sua tromba è compressa, acrobatica nella fusione di motivi melodici, di articolazioni ritmiche, di passaggi dinamici. Slavin inizia spesso in modo pacato, in contrasto con quanto fatto dalla tromba, ma è pronto ad accendersi e addensarsi in fraseggi che toccano vasta parte della storia, passando da Parker e McLean, da Ornette a Berne con un raro senso della sintesi stilistica e della costruzione.

Il lavoro del quartetto guarda a Ornette, al suo modello libertario, immergendolo nella frenesia di un mondo caotico metropolitano contemporaneo. Fatte le dovute distinzioni di ispirazione e impostazione, si potrebbe fare un parallelo con il quartetto Masada di John Zorn, che almeno sotto il punto di vista emozionale metteva in atto un divertimento virtuosistico interno al gruppo di natura molto simile. Allo stesso modo ludica, l'esperienza precedente di Evans con Mostly Other People Do the Killing si collocava però su un versante post-moderno, di collage virtuosistico alla fine più uniforme.

In questo caso il virtuosismo, espresso in particolare da Lillinger ed Evans, cerca un senso nella sintesi dei materiali, nel loro accostamento dialettico, nelle polarità tra le quali si accumula energia, si generano le scariche di forza e invenzione. Rispetto alla registrazione, composta da brani in prevalenza brevi, la musica dal vivo si dipana in lunghe sequenze senza soluzione di continuità, nelle quali emergono gli stessi materiali composti. Che acquistano in questo modo una ben maggiore pregnanza e un respiro poderoso.

Foto
Michele Lonardi.

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