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AMM

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Area Sismica - Forlì - 17.1.2009

Gli AMM sono un pezzo di storia della musica: fra i padri dell'improvvisazione radicale ed elettro-acustica, il loro nome ha quasi il sapore della leggenda, evoca l'eco di un'epoca eroica (gli anni '60) in cui ribollivano fermenti d'innovazione e scoppiavano rivoluzioni di ogni genere. Un loro concerto quindi non può che essere un evento, e per Area Sismica è perfino un sogno, inseguito per circa un decennio.

Anche per questo, non è semplice recensire un concerto degli AMM: da un lato si ha la sensazione di dover scrivere un capitolo di un libro voluminoso e importante, e ci si vorrebbe sforzare di adeguare e inserire opportunamente il capitolo in questo grande libro; d'altro canto, nel rispetto della stessa etica musicale AMM, è giusto trattare ogni manifestazione della loro creazione musicale come autonoma e autosufficiente, dotata di vita propria, senza forzarla a rientrare in uno schema e in un disegno prestabiliti, giacché del rifiuto di ogni schema gli AMM fecero la loro prima bandiera.

La musica degli AMM deve avere un'intima affinità con le arti visive. Quando si cerca di descriverla, si affacciano alla mente termini e analogie che riguardano il colore, la tinta, la materia; forse per il suo carattere impressionistico, per l'accento posto sulla stessa trama costitutiva del suono, sulla sua matericità, viene spontaneo accostarla alla pittura e - nei passaggi più "fisici" - alla scultura; come se Prevost e Tilbury (i due musicisti che incarnano oggi la sigla AMM) lavorassero con pennello e dita - nei momenti delicati e di attenzione ai dettagli acustici - e con lo scalpello nei momenti più potenti, in cui il suono viene scolpito come un blocco di granito. E forse non è casuale che un altro membro fondatore degli AMM, Keith Rowe, fosse anche pittore.

Nel concerto, dunque, hanno prevalso le tinte terrigne, e il suono ha non di rado assunto dimensioni telluriche.

Si è partiti dalla ricerca del silenzio (anche con la richiesta insistente dei due musicisti di eliminare qualsiasi rumore di fondo dell'ambiente che potesse inquinarlo); un silenzio come orizzonte/scaturiggine, come fondale e base di partenza, che magnificava ed esaltava, per contrasto, gli eventi e i dettagli sonori anche più minimi e minuscoli. Un suono che a volte rimaneva esile, frammentato, impressionista, come pennellate sulla tela; a volte invece si ergeva imponente e quasi spaventoso, come un bastione o una parete rocciosa, carico di vibrazioni basse e telluriche e di risonanze a cute e stridenti. Soprattutto l'inizio ha avuto un impatto quasi minaccioso, con suoni oscuri, bassi e profondi, che assomigliavano a tuoni rombanti in lontananza, che si avvicinano minacciando tempesta.

Prevost dei due è quello che fornisce la trama di fondo e costante della materia sonora, coi suoi sfregamenti sul metallo del tam-tam (una specie di gong, dalla sonorità ricca di armonici), coi suoi giochi di risonanza e rifrazione, come se l'aria fosse uno specchio d'acqua in cui le onde (così come quelle sonore) si muovono e cambiano i riflessi della superficie. C'è una forte carica di concretezza materica, un rapporto con la pelle e col metallo, in questa musica, per quanto essa possa suonare fortemente astratta e intellettuale. Tilbury spesso asseconda, con tocchi sulla cordiera anch'essi giocati sulla ricerca delle rifrazioni e dei riverberi del suono.

Se la musica degli AMM per vocazione non vuole ricordare o richiamarsi a nient'altro che a se stessa, sotto le dita di Tilbury si avverte però chiaramente il bagaglio culturale della musica contemporanea. Quando è lui a prendere l'iniziativa sonora, ciò che emerge sono frammenti armonici e melodici fortemente poetici, evocativi e "dolci," per quanto straniati, che ricordano molto, ad esempio, le atmosfere dei brani pianistici di John Cage ("In A Landscape"...).

Chissà quanti capitoli avrà ancora in serbo il libro AMM?

Foto di Claudio Casanova

Ulteriori immagini tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.

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