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Alberto Pinton: la nostra parte del puzzle

Marco Colonna By

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AP: Io sono arrivato qui a metà anni ottanta. Poi me ne sono andato e sono ritornato due volte (le borse di studio americane mi hanno fatto passare quattro anni (due a Boston e due a New York) negli States. Per cui si può dire che ho ricominciato da zero per un totale di tre volte. L'espressione sembra esagerata, ma chi fa il musicista free-lance sa esattamente cosa intendo. Ci vuole tempo a farsi conoscere, mostrare le proprie capacità e disponibilità alla scena locale, per poi magari muoversi anche fuori, far girare il nome. Da straniero, questo è senz'altro ancora più complicato. I musicisti stranieri inseriti nella scena non sono tanti neanche qui. Devi mostrare, dimostrare e ridimostrare quello che hai da offrire, cosa che credo sia una cosa che tutte le minoranze hanno in comune. Nel mio caso, un vantaggio credo sia stato che polistrumentisti preparati al mio livello non ne crescono sugli alberi neanche qui. Suonare, e averli nell'arsenale, sassofoni, clarinetti e flauti di ogni dimensione non è da tutti. Uno svantaggio, invece, è che non sono mai stato, nè mai sarò, disposto a non essere me stesso, facendo compromessi stilistici o sociali. Senza entrare troppo in dettagli o raccontare aneddoti, diciamo che non essere nato qui si percepisce a volte in maniera molto trasparente. Detto questo, trovo che qui ci sia una scena sana, di bravissimi strumentisti, che si rispettano a vicenda ed apprezzano gli sforzi che ognuno fa per presentare la propria visione creativa.

MC: Con chi ti senti affine fra i musicisti a te contemporanei? E quindi in quale direzione evolvi, e quanto il confronto con i maestri ed i colleghi ti ha rafforzato nelle tue convinzioni?

AP: In tutta sincerità non ascolto musica tutto il tempo libero, e non mi sento completamente al corrente di quello che succede adesso. Quando mi siedo al piano per comporre o butto giù qualche idea suonata tra un tour e l'altro cerco di farlo da un punto di partenza neutrale. Non credo di avere trovato un concetto compositivo, o improvvisativo, particolare, e mi piace, anzi lo trovo necessario, mettermi in discussione, provocarmi. L'autunno scorso ho scritto musica per un sestetto che ho allestito in occasione di un concerto, e mi ricordo di essermi dato, al tempo, delle linee da seguire che solitamente non seguo necessariamente. Il risultato è stato interessante ed apprezzato. La musica è senz'altro mia, ma più di uno che era al concerto mi ha detto che c'era un'apertura diversa. Più spazio. Questo a me fa piacere, mi interessa esplorare, evitare il più possibile di ripetermi. Se penso alla traiettoria compositiva e improvvisativa di un John Coltrane, o Roscoe Mitchell, mi rendo conto di avere appena graffiato la superficie. Artisti contemporanei che ascolto con una certa frequenza sono Tim Berne, Vijay Iyer, Vinny Golia (ci spediamo musica abbastanza regolarmente, per qualche motivo gli piace ed apprezza ciò che faccio, e lui per me è uno dei pionieri del polistrumentismo) MC: Nel mio percorso ho sperimentato praticamente qualunque tipologia di scrittura e di organizzazione dei materiali. Dalla notazione tradizionale, ai grafici, ma ammetto che la fluidità delle idee e la partecipazione emotivo-sintattica dei musicisti non hanno paragoni nelle forme aperte e completamente improvvisate. Questo però risulta essere un grave limite in quanto la capacità di costruire logos attraverso l'improvvisazione riduce drammaticamente il numero di musicisti con cui poter aspirare ad una forma "alta" all'oggetto musicale. Qual è il tuo rapporto con l'improvvisazione (sia solistica che diciamo "sintattica")? Da dove nasce il tuo essere polistrumentista?

AP: Fin dal primo CD a mio nome decisi di registrare dei momenti e brani completamente improvvisati. Ho mantenuto questa "formula" in ogni produzione o quasi. Questo per sottolineare il fatto che mi trovi assolutamente d'accordo, per quanto riguarda la fluidità, e la partecipazione emotiva e sintattica dei musicisti. Detto questo, trovo estremamente interessante l'inserimento di situazioni completamente aperte all'interno di parti scritte. Ho sperimentato con momenti di transizione tra varie sezioni di una composizione, introduzioni, code, "vamps" più o meno complesse ritmicamente e/o melodicamente, progressioni armoniche, scale costruite da intervalli contenuti nella composizione, attaccare due o tre brani (o un set intero) con soli, duetti, trii etc.

Un brano registrato nel mio secondo CD intitolato Marching Man ha una linea melodica statica e riconoscibile che, uno alla volta, batteria, basso e tromba mollano ad ogni nuovo chorus, creando una sorta di disfacimento ritmico e melodico dove io (il marching man) mantengo la direzione, suonando il tema senza variazioni. Questo fu uno dei molti esperimenti. Quello che non faccio mai, per scelta e per (ancora una volta) soddisfare la mia curiosità e bisogno di farmi sorprendere è dare istruzioni specifiche ai membri dei miei gruppi. Sono un bandleader e compositore estremamente democratico. Suggerimenti fatti durante prove, o alla fine di un concerto, sono sempre benvenuti, anzi spronati, e nove volte su dieci messi in prova al concerto seguente. Questo crea, secondo me, una situazione di lavoro rilassata, dove la creatività individuale e collettiva può esprimersi al meglio.

Il polistrumentismo l'ho inseguito fin dai miei primi passi di sassofonista. L'Art Ensemble Of Chicago suonò a Mestre, dove sono cresciuto, e vedere questo palco coperto di fiati mi fece impressione. Decisi subito che lo volevo fare anch'io. Polistrumentisti che ho seguito durante gli anni sono il già citato Vinny Golia, Marty Ehrlich, Roscoe Mitchell, Anthony Braxton, Henry Threadgill con l'Air trio, Eugenio Colombo. Aggiungo alla lista il mio primo maestro, Renato Geremia, musicista carismatico e incredibilmente creativo, che mi stava seduto davanti, durante le nostre lezioni completamente aperte, e suonava flauto, sax soprano, alto, tenore, clarinetto, violino, pianoforte, per dimostrare i suoi concetti sul suono, o l'intonazione, o il linguaggio improvvisato.

MC: Il polistrumentismo, che nel mio caso si riduce ad un poli-clarinettismo mantenendo il sax baritono come unico sassofono e qualche rapporto occasionale con i flauti, lo associo alla figura di Roland Kirk. Anche se le vere investigazioni sono cominciate con l'ascolto di Braxton, la musica di Kirk la trovo completamente destabilizzante, con il suo essere popolare e iconoclasta allo stesso tempo. In qualche modo da solo era tutto l'Art Ensemble... Come vedi la dicotomia ricerca/popolarità? Spesso nella musica che amiamo le avanguardie hanno testimoniato un'esigenza dal basso reinventando le chiavi di lettura delle persone e facendo numeri che per noi (a qualsiasi latitudine) sono inimmaginabili. Quale futuro per noi? Come vedi l'evolvere dei linguaggi contemporanei verso le persone? Io noto una drammatica sterzata verso l'accademismo, e un privilegiare atteggiamenti "colti" (o simil tali) ed esclusivi, mentre il motivo fondante per cui riconosco ancora nella parola "jazz" un qualche valore e la sua radici di inclusività e rigenerazione.

AP: Roland Kirk! Introducing Roland Kirk, con Ira Sullivan, Out of the Afternoon, Kirk's Work... musica che comprai in cassetta o vinile, che ascoltavo e riascoltavo quotidianamente. Ho fatto dei tentativi di suonare due o tre fiati contemporaneamente (come ti ho visto e sentito fare con bravura) ma non ho mai approfondito la ricerca. Sinceramente trovo la creatività e livello di output di Roland Kirk praticamente inarrivabile, per un comune mortale come me. La tua descrizione di quello che è e rappresenta la sua musica è perfetta.

Mi viene in mente un altro LP che ho praticamente consumato, Roscoe Mitchell and the Sound and Space Ensembles, sulla leggendaria etichetta Black Saint. I brani si alternano tra composizioni/improvvisazioni cameristiche, con intervalli dissonanti, sparsi, la voce operistica del baritono di Thomas Buckner, a pezzi superfunky (abbastanza "storti," alla AEOC) che arrivano direttamente alle viscere. Questo è un approccio alla composizione, esecuzione e improvvisazione con cui mi identifico, lo trovo interessante, stimolante, inclusivo e rigenerativo, allo stesso tempo presentato con modestia e semplicità, uno statement di "this is what we do," senza false pretese. Credo di capire ciò che intendi per accademismo e atteggiamenti colti; l'esclusivismo che eventualmente ne risulta spero non sia scelta cosciente. Detto questo, sento tanta musica in giro che mi lascia completamente freddo. Un livello di complessità compositiva e improvvisativa che sento fine a se stesso, come se tutte le strade espressive siano ormai esaurite, giunti come tutti siamo verso la fine del secondo decennio degli anni duemila, e bisogna a tutti i costi cercare il "diverso," il "di più." Ma non sono un purista, ed il mio atteggiamento di partenza è, come ho già menzionato altrove, mettere in questione me stesso, le mie scelte espressive, gli intervalli che metto insieme, i suoni che tiro fuori dai miei tubi.

MC: Chiudo questa chiacchierata provocandoti un po' e chiedendoti cosa vuoi dire ora. Quale è la tua necessità comunicativa del momento fuori dai macrosistemi espressivi di cui abbiamo parlato. Perchè Alberto Pinton soffia dentro un sassofono, oggi?

AP: Crescita interiore. Meditazione quotidiana. Esigenza di ricerca (il "cleaning the mirror" di John Coltrane), sentirmi (ogni tanto) soddisfatto di quello che so fare ed esprimere sui miei strumenti. Non credo in tutta sincerità di essere particolarmente dotato, dal punto di vista di facilità di apprendimento. Per citare un'altro sassofonista di cui lessi un'intervista anni fa: "all I could play were a few bad notes, in the beginning...." Mi identificai immediatamente in quella frase semplice, al tempo. Ma sono passati gli anni, ed un bel numero di ore di studio, lezioni, concerti, esperimenti. Per cui oggi quando imbocco lo strumento c'è già una base su cui poi costruire un gesto improvvisato o anche solamente delle scale, degli esercizi.

Questo per quanto riguarda il "me, myself and I." In un contesto allargato, ed a rischio di essere forse un pò "mistico," ho da anni la sensazione che alla fine non sia stato io a scegliere questa strada, ma viceversa, cioè che la musica abbia scelto me. Prendo seriamente il mio ruolo di outsider/visionario, nel mio piccolo. Cioè: noi musicisti non siamo in tantissimi, alla fin fine. Dove sono cresciuto io, Porto Marghera, o si facevano i concorsi, o si studiava all' Università, o si lavorava in fabbrica. Il tutto dipendeva, di solito, dalla fascia sociale ed economica a cui si apparteneva.

Io scelsi di suonare il sassofono, con una testardaggine, convinzione e ambizione che sono a tutt'oggi (forse anche più di allora) ancora vive. Voglio prima o poi trovare tempo per un progetto in solo (ammiro te ed altri che hanno il coraggio di esporsi in quel meraviglioso contesto), la musica per sestetto che ho menzionato verrà registrata ad aprile (perlomeno in parte, più gente c'è in un gruppo e più difficile è la logistica), a fine maggio farò un concerto con un nuovo trio per cui spero di scrivere dei nuovi pezzi. C'e troppo da studiare e scoprire. E poi chissà, che alla fine anche non riesca a far sentire la mia musica ad un pubblico più allargato.

Foto: José Figueroa

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