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Ai Confini tra Sardegna e Jazz - XXXIV Edizione

Paolo Peviani By

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Ai Confini tra Sardegna e Jazz
Sant'Anna Arresi
30.08.2019 -08.09.2019

"Dobbiamo prendere atto che il percorso del festival si è concluso... Forse siamo caduti nella trappola auto-costruita della piccola comunità... Il festival era un pretesto per parlare nuovi linguaggi ... Le questioni artistiche vanno bene ma oggi il festival esprime poco ... Forse anche il jazz non è più in grado di rappresentare l'esistente ... L'associazione si deve riprendere la libertà di realizzare le sue idee".

Non è la prima volta che il direttivo del festival Ai Confini tra Sardegna e Jazz, ed in particolare il suo direttore artistico Basilio Sulis, accenna alle difficoltà insite nel fare cultura in questo angolo di periferia dell'impero. Cultura intesa non come semplice evento, ma come chiavistello per imprimere modifiche di carattere sociologico. Sono parole che abbiamo sentito numerose volte, nel corso degli anni. Ma sempre in forma di dialogo confidenziale e privato. Quest'anno invece l'amarezza ha assunto contorni ufficiali, è stata espressa in un incontro pubblico con la stampa convocato all'ultimo giorno di festival.

Al netto di qualche provocazione (se il jazz, con la sua capacità di assimilare e contaminare, non è in grado di rappresentare l'esistente, quale forma d'arte lo è?), resta il nodo del difficile rapporto con le istituzioni. Il valore artistico del festival è indubbio. Il sostegno della comunità locale, l'erogazione dei finanziamenti regionali in tempi certi, sono elementi fondamentali per la pianificazione e la buona riuscita della manifestazione. Trovare un'intesa su questi punti è di vitale importanza.

Poi, certo, il festival presenta alcune criticità che non ci nascondiamo.

Ad esempio l'eccessivo numero di variazioni dell'ultima ora al programma dei concerti. Quest'anno fenomeno particolarmente doloroso data l'importanza dei musicisti annunciati e che invece non si sono presentati: il Black Earth Ensemble di Nicole Mitchell, il supergrupppo Pocket Science di Khalil El Zabar, Ben Lamar.

Oppure il modesto indotto generato in termini di presenze turistiche e di spettatori ai concerti. Problema che si potrebbe facilmente risolvere, come ha dimostrato quest'anno il festival invitando (provocatoriamente?) Giovanni Allevi. Ma queste sono scorciatoie che, ne siamo certi, gli organizzatori non vogliono percorrere. E tuttavia, guardando al successo di esperienze dal profilo artistico simile che si svolgono all'estero, resta da capire perché a Sant'Anna Arresi una programmazione musicale eccellente, abbinata ad un mare con pochi eguali al mondo e a risorse eno-gastronomiche straordinarie, fatichi ad attirare spettatori.

Passando alla cronaca dei concerti, l'edizione di quest'anno è stata segnata dalla meravigliosa Burnt Sugar the Arkestra Chamber, che prima sul repertorio di David Bowie, poi su Porgy And Bess (tema del festival), ci ha deliziato con due concerti che hanno spaziato lungo tutti gli orizzonti della musica nera, dal soul al freestyle, dal reggae al funk. Con una fortissima presenza scenica e con una profondità di analisi, una capacità di andare al cuore della musica, notevole.

Doppio concerto anche per il cantante Dwight Trible, che con il suo quartetto ha ripercorso brani tratti dai suoi album, mentre in duo con Khalil El'Zabar si è confrontato con i temi di Gershwin, con esiti alterni. Alla morbidezza del timbro, alle indubbie capacità vocali, gioverebbe a nostro avviso una maggiore sobrietà interpretativa. A volte, basterebbe cantare la melodia ...

C'era grande curiosità per Lonnie Holley, artista qui per la prima volta in Italia. Un'esistenza complicata (la sua biografia racconta che ha oltre 20 fratelli e che da bambino è stato scambiato per una bottiglia di whisky), tutta ben percepibile nel suo modo di stare sul palco e di cantare. Diretto e sincero, umanamente coinvolgente, ma musicalmente molto limitato.

Molto limitato, a nostro modo di vedere, anche il concerto del quintetto di Joshua Abrams, una lunghissima iterazione ipnotica fatta di micro-variazioni, per certi versi un set didattico. Forse interessante se di durata ragionevole, ma qui tirato troppo in lungo.

Ottimi invece i due set che hanno avuto per protagonista Matthew Shipp. Nel primo, in compagnia di Michael Bisio al contrabbasso e Newman Taylor Baker alla batteria, il pianista ci ha condotto lungo un impegnativo percorso di scomposizione e ricomposizione, frammentazione e ricostruzione. Nel secondo, Shipp ha replicato questa logica al piano solo, lanciandosi in una lunga improvvisazione organizzata per sezioni che coglievano spunti da Porgy And Bess, intervallate da ostinati che svolgevano funzione di collegamento.

Due concerti anche per Rob Mazurek, uno dei beniamini del festival, qui con la sua Exploding Star Orchestra. Nel primo, di impronta vagamente psichedelica, ha suonato molto poco, lasciando ampio spazio all'elettronica e ritagliando per sé un ruolo da organizzatore di suoni, alla maniera dell'ultimo Miles. Nel secondo, molto vagamente ispirato a Porgy & Bess, i suoni sono diventati più acustici, le melodie più delineate, i pedali più movimentati ritmicamente, gli intrecci tra il clarinetto di Jason Stein e il violoncello di Tomeka Reid più fitti. E la cornetta di Mazurek ha volato alto. Molto alto.

Dopo concerti così, chi può davvero pensare che il jazz non sia più in grado di rappresentare l'esistente?

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency)
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