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Ada Montellanico: il jazz militante

Ada Montellanico: il jazz militante
Daniele Vogrig By

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Coltivare un terreno comune intorno al nostro lavoro l'ho sentito come un dovere.
Jazz. Ma non solo jazz. Dentro e fuori la sua musica pulsa un impegno che negli ultimi anni ha rivoluzionato il modo di intendere e, soprattutto, il modo di vivere collettivamente la comunità jazzistica italiana. Perché intorno ad essa possa fiorire una nuova cultura, nel senso più lato e profondo del termine.

Abbiamo incontrato Ada Montellanico per un'interessante chiacchierata intorno alle sue collaborazioni, ai suoi più recenti progetti e, naturalmente, intorno alla realtà Associazione Italiana Musicisti di Jazz (MIDJ).

AAJ: Parlando della tua formazione e dei tuoi esordi quale maestro ricordi con particolare affetto e stima? Quali sono stati i modelli e gli ascolti di gioventù ai quali ti sei ispirata per la tua carriera?

AM: Quando ho iniziato alla fine degli anni Ottanta già c'erano cantanti affermate come Tiziana Ghiglioni, Maria Pia De Vito o Carla Marcotulli. Erano le cantanti che giravano e che io andavo a sentire dal momento che in quegli anni ero appena entrata nel mondo del jazz. A quei tempi non abbiamo avuto particolari scuole o maestri a cui chiedere consigli riguardo il linguaggio o il canto o la ricerca vocale, perché non era ancora ben definita una linea teorica relativa al canto jazz moderno. Per cui i miei maestri sono stati i musicisti con i quali ho avuto la fortuna di suonare e collaborare, come Enrico Pieranunzi o Jimmy Cobb, con il quale ho avuto la fortuna di fare tre tournée. Poi ovviamente ho ascoltato e consumato tantissimi dischi poiché la nostra scuola si basava soprattutto sull'ascolto dei grandi musicisti e delle grandi voci, come Chet Baker , Betty Carter... Fu bellissimo un concerto di Ella Fitzgerald insieme a Joe Pass che vidi al Circo Massimo. Quindi molte cose le ho imparate direttamente sul e dal palco, così come ho ascoltato davvero molta musica. Ed è un approccio che a mio avviso oggi manca molto.

AAJ: Il prossimo marzo MIDJ, confluita poi nella Federazione Nazionale Jazz Italiano, compirà i suoi primi cinque anni di attività. Quali sono stati i momenti salienti, gli obiettivi preposti e raggiunti lungo quest'ultimo lustro? Quando, come e perché hai sentito l'urgenza di un impegno anche sociale nel campo della musica e del jazz in particolare?

AM: Adesso faccio parte della Federazione ma ho completato il mio secondo mandato, dal momento che la carica di presidente è stata rilevata da Simone Graziano.

MIDJ è stata fondata l'8 marzo 2014, ci siamo posti sin dall'inizio alti obiettivi e sono molto orgogliosa del lavoro svolto finora. Personalmente in quattro anni mi sono spesa molto, tuttora opero costantemente all'interno di questa zona culturale e politica, facendo fronte a impegni talvolta trasversali rispetto alla musica. Il primo obiettivo che ci siamo posti è stato quello di tessere e ricucire il nostro ambiente, i rapporti tra noi musicisti. Fino ad alcuni anni fa non esisteva nemmeno il concetto di una comunità jazzistica, prevalevano spesso rancori e diatribe, soprattutto ciascun musicista lavorava senza maturare un preciso senso di appartenenza.

Al giorno d'oggi mancano ancora molti musicisti all'appello di MIDJ ma per molti altri l'associazione è diventata un vero e proprio punto di riferimento, alla quale è possibile rivolgersi per qualsiasi tipo di problema, per non trovarsi mai soli e per avere la possibilità di confrontarsi collettivamente. Abbiamo sicuramente svolto un lavoro che in quattro anni, e a dirlo non sono solo io, ha riportato risultati incredibili. Innanzitutto abbiamo iniziato a dialogare e a lavorare con le istituzioni, siamo stati convocati al Senato per discutere a proposito del codice sullo spettacolo, abbiamo iniziato a collaborare con la SIAE riguardo i diritti sull'improvvisazione.

Tutte cose che non era mai accadute, almeno nel mondo del jazz. Abbiamo attivato un processo di aggregazione e favorito una presa di coscienza nell'affrontare problemi enormi ai quali non era più possibile far fronte individualmente e, spesso, con una sorta di rassegnazione in partenza. Io stessa sono stata promotrice insieme a Paolo Fresu di un'associazione a tutela dei jazz club, per febbraio mi hanno chiesto di rilevare la presidenza dell'associazione sulla didattica del jazz a scuola.

Abbiamo quindi operato su due fronti, quasi fossero binari paralleli: in primis il rapporto con le istituzioni per quel che concerne il lavoro e la previdenza, poi la realizzazione di grandi progetti culturali, come ad esempio il progetto AIR (Artisti In Residenza), tra i più recenti. Abbiamo acceso una specie di miccia che ha innescato una serie di reazioni e relazioni. E quando mi dicono o riferiscono che la grande differenza in tutto ciò sia stata merito anche del fatto che alla presidenza c'è stata una donna io mi sento molto orgogliosa. Continuo a cantare e a realizzare nuovi progetti ma con la consapevolezza di aver acquisito uno spazio ben definito all'interno di questa musica e di questo ambiente. Coltivare un terreno comune intorno al nostro lavoro l'ho sentito come un dovere.

AAJ: Il 2018 è stato l'anno della quarta e ultima edizione de "Il Jazz Italiano per le terre del sisma." Quali sono i bilanci, le riflessioni e le conclusioni maturate al termine di questa lunga e intensa esperienza? Quali legami e sinergie si sono instaurati con la comunità abruzzese, ancora pesantemente ferita sotto questo punto di vista?

AM: Il progetto è partito da Paolo Fresu al fine di sollecitare l'attenzione pubblica intorno a un concreto processo di ricostruzione. E devo dire che i risultati si sono visti subito. Già dalla prima edizione fu chiaro il sentimento di aver messo in piedi l'evento musicale dell'anno e, cosa più importante, di aver focalizzato l'attenzione sul tema della ricostruzione abruzzese. In tutto ciò abbiamo portato il jazz a L'Aquila, abbiamo fatto conoscere questa musica ai non addetti ai lavori, così come a chi ne era digiuno, abbiamo acquisito molti sostenitori e l'evento ha avuto una grande risonanza presso radio, televisioni, giornali. Dopodiché il tutto si è replicato ogni anno e ogni anno siamo riusciti a dare forma non solo a un grande evento ma anche a un concreto ideale di solidarietà, grazie al quale è stato possibile sollecitare una ricrescita economica per quel che riguarda anche le attività commerciali di quei luoghi.

Sono state giornate attese da molti ma la cosa ancor più bella è che il jazz ha risuonato intorno a molte persone. E per quel che ci riguarda, il tutto ci ha resi ancor più coscienti della nostra identità, della forza di questa musica nelle sue più varie forme di espressione, così empatica e comunicativa. Per non dimenticare il grande abbraccio e il profondo rapporto instauratosi con la città e con le terre abruzzesi. Sicuramente il nostro intento è di proseguire il discorso intrapreso, per non vanificare quanto di buono fatto finora.

AAJ: Pochi mesi fa è ricorso il decennale della pubblicazione di Omaggio a Billie Holiday. Che significato ha per te quel progetto?
Come sono evoluti quegli arrangiamenti nel corso di quest'ultima decade?

AM: Molti progetti sembrano nascere quasi per caso... Inizialmente percorro una strada a me sconosciuta con la quale poi acquisisco una certa familiarità. Questo è uno dei miei progetti "forti," nonostante il passare degli anni. Quando mi trovo a suonare quel repertorio ho sempre la sensazione di avere a che fare con qualcosa di fresco, moderno e attuale. Parliamo della voce forse più importante del jazz, almeno per quel che mi riguarda, e proprio per questo sin dall'inizio mi sono posta nei suoi confronti con grandissima reverenza. Tuttora canto quei brani con grande umiltà ma allo stesso tempo con la voglia di raccontare la mia storia attraverso la sua.

AAJ: "Strange Fruit" è probabilmente il pezzo più forte di quell'album. Quanto ritieni attuali i suoi contenuti?

AM: "Strange Fruit" è un brano ancora molto attuale, purtroppo, in tutta la sua drammaticità. Ad ogni concerto, prima di intonarlo, racconto la genesi di quel pezzo. Parlo del linciaggio, della discriminazione razziale e di quanto sia ancora tristemente attuale quella storia, per quel che riguarda il rapporto con le persone di colore, con i migranti, con la questione delle deportazioni e dei porti chiusi, con tutto ciò che ancora oggi viene etichettato come "diverso." C'è qualcosa di tremendamente attuale in quel brano ma allo stesso tempo ha definito la mia posizione nella lotta contro il razzismo e contro ogni tipo di discriminazione, oltre al rifiuto di qualsiasi tipo di disuguaglianza tra gli esseri umani.

All About Jazz: Cosa significa, al giorno d'oggi, essere donna nel mondo del jazz?

Ada Montellanico: In questo momento ci sono molte più donne nel jazz rispetto a quando io ho cominciato a cantare. Tuttavia alcuni problemi persistono... Purtroppo per quel che ci riguarda esiste ancora una grande difficoltà nel farci riconoscere come musiciste. Sicuramente ogni persona possiede una propria sensibilità, chiunque reca con sé personali caratteristiche per quel che riguarda l'approccio alla musica. Ma per certi aspetti non sono cambiate molto le cose, nel senso che noi donne ci troviamo ancora nella difficile condizione di dover dimostrare il nostro valore, la nostra capacità di ideare progetti e portare avanti una carriera più intensamente rispetto agli uomini. Accade anche che molte, ma per fortuna sempre meno jazziste, cerchino di "maschilizzarsi" quando in realtà dovrebbe essere sempre e comunque salvaguardata la nostra femminilità. Questo purtroppo è un prezzo che si paga ancora e spero non debba essere più pagato da parte nostra. Deve essere sicuramente riconosciuto quel che si fa, per quel che vale, a prescindere dai gusti e dal genere.

AAJ: Tra le tue collaborazioni spiccano i nomi di Jimmy Cobb e Lee Konitz.
Che ricordo hai di quelle esperienze?

AM: Di Jimmy Cobb ho un ricordo pazzesco. Nel corso delle tre tournée in cui abbiamo suonato insieme fu per me un grande padre musicale. Inoltre il mio primo disco l'ho registrato con lui. Ci chiesero di incidere in un paio di ore e il tutto riuscì perfettamente, quasi come se fossimo in concerto per quanto fu spontaneo. È stato un grande maestro perché mi ha corretto e consigliato su molte cose, come ad esempio riguardo la costruzione di una scaletta e sul fatto che le scalette non si cambiano, come Sarah Vaughan che cantava la stessa scaletta e gli stessi brani per anni, perché evidentemente quando si imparano e soprattutto si assimilano bene i pezzi di conseguenza si riesce a dire qualcosa di personale. Mi ha insegnato che i brani si cantano prima per quel che sono, per come sono stati scritti e solo dopo è possibile variarli. Insomma mi ha dato tanto musicalmente, tenendo conto che ero ai miei esordi. Ricordo la prima prova che feci con lui, vederlo seduto alla batteria davanti a me fu una grande emozione. Poi mi rese partecipe dei suoi tanti racconti, della sua vicinanza ai giganti del jazz e a gente che ha vissuto il jazz in anni difficili. È stato per me un onore averlo avuto vicino.

Lee Konitz è stato un altro grandissimo. Il mio primo incontro con lui fu quando abbiamo inciso Ma l'amore no e forse in quell'occasione non instaurammo subito un rapporto forte e diretto. Successivamente mi chiesero di fare un concerto con lui ospite, per cui gli scrissi. Lui venne e facemmo questo concerto bellissimo e indimenticabile a Mosciano Sant'Angelo, circa dieci anni fa. Imparai alcuni suoi pezzi e cercai di cantare al meglio che potessi fare per metterlo a suo agio. Nonostante possa apparire un po' burbero fu con me molto gentile e cortese. Tra l'altro mi chiese anche di scrivere le parole per alcuni brani strumentali. Iniziai a lavorarci, poi ci furono delle difficoltà di vario tipo e non se ne fece più nulla. È un mio grande rammarico, ogni tanto ci penso. Diciamo che al momento è un proposito in stand by.

AAJ: Il tuo progetto su Luigi Tenco affonda le origini in incisioni quali L'altro Tenco con Enrico Rava e Danza di una ninfa con Enrico Pieranunzi, fino al recente tour Tencology. Quali sono gli aspetti musicali, umani e soprattutto lirico-testuali che hanno suscitato in te un così profondo e lungo interesse nei confronti di Luigi Tenco?

AM: A mio avviso Tenco ha scritto brani che raggiungono un altissimo livello di fusione tra parola e musica, dotati di una semplicità disarmante ma allo stesso tempo di una incredibile profondità. Il grande spessore che caratterizza la sua scrittura è qualcosa di difficilmente riscontrabile altrove. Inoltre ho avuto la possibilità di trattare con molta naturalezza le trame armoniche e melodiche che caratterizzano il suo materiale, cosa che generalmente non accade in altri contesti in cui si è maggiormente indotti a stravolgere le strutture. C'è da dire che generalmente non tendo mai a un certo tipo di soluzione perché è un modo di lavorare che esteticamente a me non piace. È un modo di procedere che riguarda anche la mia personale ricerca sull'italiano, che è una lingua apparentemente semplice ma in realtà molto difficile da trattare in rapporto al canto.

In tal senso ho sicuramente una maggiore dimestichezza con il repertorio afroamericano, ma d'altro canto non tendo mai a stravolgere la lingua italiana per dargli magari un ritmo o un colore particolare. Alla luce di ciò ho ripreso il repertorio di Luigi Tenco circa tre anni fa realizzando il progetto Tencology, dopo aver messo mano ai suoi brani insieme a Jacopo Ferrazza, Enrico Zanisi e Alessandro Paternesi. Tuttavia Tencology non riguarda solo Luigi Tenco ma si allarga anche a quel tipo di cantautori che hanno prestato attenzione proprio a questa dicotomia tra parole e musica, come Ivano Fossati, Francesco De Gregori e Samuele Bersani.

AAJ: Tra i tuoi più recenti lavori spicca invece Abbey's Road. Quanto e come ti senti vicina a una donna come Abbey Lincoln, musicalmente e concettualmente?

AM: Mi sento molto vicina ad Abbey, in egual modo, sia musicalmente che concettualmente. Abbey Lincoln è stata per certi versi la prosecutrice della strada intrapresa da Billie Holiday e da Nina Simone , con le quali costituisce a mio avviso un trio imprescindibile. Sono state grandi cantanti ma soprattutto grandi interpreti che hanno sempre saputo personalizzare e far proprio qualsiasi brano insito nel loro repertorio. Un aspetto davvero congeniale al mio modo di intendere la musica. La cosa che più mi piace di Abbey è il suo essere molto piana e tradizionale nel canto, nonostante abbia collaborato con musicisti moderni e sperimentatori, ed è questo un tipo di contrasto, tra tradizione e modernità, che a me interessa molto. Non a caso per questo disco ho scelto un organico un po' ardito composto da Giovanni Falzone, Filippo Vignato, Matteo Bortone ed Ermanno Baron. Naturalmente condivido anche i suoi contenuti in quanto donna artista e combattente. Non a caso ho scelto proprio lei in questa fase della mia vita, una volta intrapresa con MIDJ la strada dell'impegno sociale. Ho cercato di essere il più possibile coerente su entrambi i fronti, ricercando artisti e repertori con i quali ho avuto la possibilità di rispecchiarmi appieno.

AAJ: Nei tuoi attuali ensemble sei affiancata dalla giovane generazione di jazzisti italiani che non ha bisogno di presentazioni. Vuoi parlarci di loro?

AM: Ormai collaboro da quasi dieci anni con Jacopo Ferrazza, Enrico Zanisi, Alessandro Paternesi ma anche con Valerio Vantaggio , Ermanno Baron, Filippo Vignato, Francesco Diodati. Mi trovo benissimo con loro. Mi capitò di ascoltarli e di rimanere molto colpita non solo dalla loro indiscutibile bravura tecnica e strumentale ma anche dalla loro freschezza e dalla loro creatività. Inizialmente ho iniziato a collaborare con Francesco Diodati, poi con Enrico Zanisi e di seguito con tutti gli altri. Nonostante la differenza di età mi trovo molto bene con loro, umanamente e musicalmente. Sono grandi professionisti ma anche musicisti dal grande cuore, dal grande trasporto quando ci si trova sul palco a condividere emozioni e sinergie, quando si prova, quando si realizza un progetto insieme. Si creano situazioni sempre molto coinvolgenti e corali. È un grande movimento musicale il loro, rappresentano un po' il rinascimento del jazz italiano in quanto ragazzi di buona testa, buon cuore, dotati di grande responsabilità e onestà nei confronti della musica. Sanno come lavorare con una voce, cosa che non è da tutti, con una sensibilità che li mette spontaneamente in condizione di abbracciare la narrazione offerta dalla cantante. Ed è il tratto che permea il loro modo di esprimersi.

AAJ: Lo scorso agosto hai ricevuto la cittadinanza onoraria del Time in Jazz. Cosa rappresenta per te questa rassegna e quale rapporto ti lega a Paolo Fresu?

AM: Paolo lo conoscevo per il grande artista quale è sempre stato, poi ho avuto modo di conoscerlo più da vicino all'interno del direttivo MIDJ quando ero ancora presidente e quando l'idea di una federazione era ancora impensabile. In Paolo ho trovato una spalla, un amico, una persona che mi è sempre stata vicina in questi ultimi quattro anni. Abbiamo affrontato insieme problemi e diffidenze sorte intorno all'associazione e dato prova di essere "semplicemente" rappresentanti di una categoria e mai sfruttatori di interessi o ruoli altrui.

Da Paolo ho imparato e continuo a imparare molto, è un uomo di grande cuore e di alto livello intellettuale. Ha una visione della realtà molto ampia e nobile, ragion per cui quando si pone delle sfide inevitabilmente riesce a contagiare con il suo entusiasmo e con la sua energia chiunque gli capiti vicino. Uno fra tutti Dario Franceschini, dal quale partì la proposta di organizzare i concerti in terra abruzzese. Tutto ciò significa fatica e impegno ma è una persona incredibilmente caparbia e ostinata. Abbiamo in comune la determinazione, la forza, l'impegno, il senso di responsabilità nei confronti del nostro lavoro e delle cose che abbiamo a cuore. È una persona rara, sono onorata di essere sua amica e orgogliosa di quanto costruito finora insieme.

Riguardo la cittadinanza onoraria è stata per me una bellissima sorpresa. Ero nel programma del Time in Jazz e feci alcune date all'interno di quell'edizione. Quella sera mi chiamarono sul palco, pensavo per chiedermi qualcosa a proposito dei miei concerti o delle iniziative del giorno. Invece a mia totale insaputa mi donarono le chiavi del festival. Fu un momento meraviglioso, di grande emozione e commozione. La cittadinanza onoraria poi ha un valore altamente simbolico, la conferiscono a persone che da anni lavorano nel festival o sono impegnate nell'ambiente. Ha suggellato un percorso a dimostrazione di un affetto profondo e reciproco.

AAJ: Sei docente di canto jazz presso il Conservatorio "Lorenzo Perosi" di Campobasso. Come è Ada Montellanico insegnante?

AM: Credo che l'insegnamento sia una questione molto seria e di grande responsabilità, al di là del lavoro in se. Soprattutto insegnare canto è qualcosa di molto complesso. Ai miei inizi ho avuto purtroppo diverse cattive insegnanti, che mi hanno causato difetti per i quali ho impiegato anni prima di poterli eliminare. Ho sempre pensato che per insegnare fosse necessaria una certa età ma soprattutto un buon bagaglio di esperienze, ragion per cui ho iniziato a insegnare solo cinque anni fa. Per certi aspetti mi reputo un'insegnante alla vecchia maniera, lavoro molto sull'ear training, sulle fonti musicali, sul senso del jazz, sulla sensibilità dell'ascolto. Penso di essere comprensiva e umana nei confronti dei miei studenti ma allo stesso tempo molto esigente.

A mio avviso, un insegnante di canto non è soltanto un insegnante di canto, ma deve essere anche un piccolo psicoterapeuta in grado di percepire la psiche dell'allievo. La cosa bella che mi è capitata in questi ultimi anni è stata l'aver fatto nascere in molti ragazzi e ragazze l'amore per il jazz, che prima di incontrarmi non conoscevano. Questa è stata per me una grande soddisfazione, ma in generale ritengo che il saper trasmettere competenze ed emotività, al di là di qualsiasi elemento prettamente tecnico, sia una missione che deve assumersi qualsiasi buon maestro.

AAJ: Quali sono i tuoi progetti e desideri futuri?

AM: Il mio intento primario è proseguire il discorso intrapreso con tutti i progetti di cui abbiamo parlato finora. Recentemente ho ricevuto un invito da Paolo Damiani per "Una striscia di terra feconda," festival italo-francese che si terrà a settembre e per il quale mi ha chiesto di creare un ensemble all'interno del quale figurasse un musicista francese. Perciò ho coronato un mio sogno, vale a dire suonare con Michel Godard. Amo i timbri gravi e lui è il più grande suonatore di tuba e serpentone al mondo. Ho quindi messo su questo gruppo composto da Simone Graziano al pianoforte, Francesco Ponticelli al contrabbasso, Francesco Diodati alla chitarra e, ovviamente, Michel. Stiamo scrivendo brani per questo progetto, a settembre ci sarà la prima e devo dire che è un progetto a cui tengo particolarmente.

Foto: Tommaso Rosa

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