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"A Multitude of Angels" di Keith Jarrett Secondo Stefano Battaglia

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La ECM ha appena pubblicato A Moltitude of Angels, un cofanetto di quattro dischi che documentano altrettante staordinarie performance solistiche di Keith Jarrett registrate in Italia nel 1996. Ne abbiamo approfittato per chiedere ad uno dei principali pianisti italiani, Stefano Battaglia, una riflessione su questo ambizioso progetto discografico.

Quello che Battaglia ci ha inviato, è molto di più. Unendo la passione di fan di Jarrett con l'acume tecnico di straordinario improvvisatore, Battaglia (che a sua volta pubblicherà un doppio CD dal vivo per la ECM tra qualche mese), offre una delle più appassionanti analisi dello spirito Jarrettiano mai pubblicate, scritta con la consapevolezza e l'introspezione che l'ascolto di ogni performance solistica del pianista di Allentown merita e richiede.

Pubblichiamo quindi l'articolo in maniera integrale, con tutte le sue osservazioni, digressioni e riflessioni, senza editing, quasi fosse un concerto solistico di Jarrett registratto dall'inizio alla fine. Manca solo un bis (almeno per ora).

Improvvisazione spontanea

La musica è uno dei principali canali per l'evoluzione dell'uomo. Raggiungere e ritrovare la natura spontanea della musica è oggi in sé un successo straordinario, perché riporta al senso originario della musica sul pianeta e al senso stesso dell'improvvisazione, una prassi in via di estinzione che ha a che fare con la libertà e ben due verità simultanee: la verità individuale e la verità del momento presente. E per questo andrebbe protetta e insegnata meglio e di più, proprio per i valori che veicola.

Oggigiorno la spontaneità è in sé un valore speciale e prezioso, difficile da raggiungere, ottenere e quindi proteggere: si è naturalmente spontanei sino a quando non si hanno strumenti di tecnica e di consapevolezza utili ad esprimersi compiutamente, ma appena aumentano questi strumenti, e incominciamo ad affinarli, scolpirli e intonarli con la nostre proprie caratteristiche identitarie, rimanere naturalmente spontanei presuppone una grande capacità di abbandono e, cosa più dolorosa, di distacco dalle zone del sé a cui attribuiamo maggior evoluzione. Non è così facile come si è portati a pensare, perché tutto fuori da noi ci chiede continuamente di aumentare conoscenza, elaborazione e sofisticazione. E questo inevitabilmente può farci perdere purezza ed innocenza.

Da sempre, i grandi improvvisatori della storia della musica, dal rinascimento ad oggi, sono stati musicisti sofisticati e pieni di conoscenza. Spesso dei virtuosi del proprio strumento. Dunque questa spontaneità, questa meraviglia, questo incanto della ricerca e della scoperta rimaneva per lo più un gioco segreto per musicisti naif o dilettanti, dunque con legittime ambizioni espressive ma nessuna ambizione formale.

Inoltre gli strumenti a tastiera, relativamente moderni, condizionati dal temperamento e dunque già completamente separati dalla natura primitiva dello strumento, sono l'emblema della sofisticazione. Il pianoforte, tra tutti gli strumenti a tastiera, è certamente il più sofisticato, e i più grandi improvvisatori solitari degli ultimi quattro secoli sono indubbiamente pianisti perché il piano è certamente uno strumento fatto apposta per favorire la prassi solitaria.

Come è noto tutti i più grandi concertisti di clavicordo e clavicembalo nel sei e settecento e molti tra i più grandi pianisti dell'ottocento avevano almeno l'esperienza dell'improvvisazione. Alcuni erano addirittura grandi improvvisatori. Quasi sempre era sufficiente un basso continuo, una progressione armonica, una piccola cellula melodica, e la mente e il corpo (la tecnica) favìcevano il resto. Ma sempre con un canovaccio di partenza: che fosse un'aria popolare, una cadenza interludio o un semplice ritornello, tutto era potenzialmente utile per sfoggiare virtuosismo e arte della variazione ritmica, melodica e armonica. Ma la composizione no, quella ha sempre avuto i suoi tempi meditati, la forma deve poter essere dominata e controllata, nulla può essere lasciato al caso o alla pura emozione.

Il percorso artistico di Keith Jarrett contiene due caratteristiche straordinarie: il pianista di Allentown è certamente un grande improvvisatore, e lo sarebbe qualsiasi strumento suonasse, anche fosse uno strumento primitivo o una zucca vuota, ma anziché vivere l'improvvisazione come gesto liberatorio, compone. Compone in tempo reale pur sapendo -immagino-che nessuna improvvisazione potrà giungere a risultati formali sublimi come è in grado la composizione, ma è disposto ad accogliere la sfida sapendo che, per contro, nessun interprete al mondo, anche il più sublime, riuscirà mai raggiungere una verità tanto sincera e dunque una temperatura espressiva, quanto un sapiente improvvisatore.

Repertorio, improvvisazione e composizione istantanea

Per questo il piano solo, così come siamo ormai abituati a considerarlo oggi, prima di Keith Jarrett non esisteva: persino nel jazz del '900 i grandi virtuosi dell'improvvisazione al pianoforte tenevano rari concerti in solitudine (più facilmente si ritagliavano degli squarci solistici nell'ambito di concerti con il gruppo), e anche quando lo facevano, né più né meno come i loro predecessori del barocco e del romanticismo, aderivano ad un repertorio, in qualche modo dunque riproponendo da un punto di vista formale la formula del concertismo classico, con una precisa drammaturgia predeterminata dalla combinazione di brani.

Art Tatum, Thelonious Monk, Erroll Garner, Bud Powell, Oscar Peterson, Bill Evans, combinavano l'improvvisazione ad un repertorio definito e pre-esistente, sia che fossero standards dalla grande tradizione di Broadway e Hollywood, sia che si trattasse di composizioni originali.

Appena dopo Facing You, il suo album capolavoro d'esordio che si basava su brani e improvvisazioni in forma relativamente breve, la performance di Jarrett si è cristallizzata su forme meditative, un flusso continuo e senza soluzione di continuità, che combinava la temperatura espressiva -in quegli anni elevatissima-tipica dell'improvvisazione spontanea con una forte tensione formale, da macrostruttura unitaria e compatta, sebbene assai eterogenea idiomaticamente. Queste due caratteristiche combinate (lunghezza dei brani e contenuti sempre diversi e imprevedibili) si rivelarono da subito assai adatte per creare delle forme concerto molto varie e libere nei contenuti e cangianti stilisticamente: il gospel e il blues assorbito agli esordi con i Messengers di Art Blakey, la passione per molte tradizioni diverse del repertorio occidentale europeo, dal barocco al classico, dal romanticismo al novecento; quindi alla adesione, a volte quasi miracolosa per forza espressiva, a certe tradizioni extra-europee dell'Anatolia, probabilmente veicolate dalla sua adesione al lavoro di Gurdjieff e forse, ipotizzo, dal sodalizio con Paul Motian, di origine armena.

Performance

Il percorso artistico di Keith Jarrett è certamente tra i più intensi e articolati di tutta la storia del jazz, sia per l'ampiezza del raggio creativo che per la durata del suo zenith, lungo ben trent'anni, cominciato alla fine degli anni sessanta e durato sino alla fine degli anni novanta, quando la salute del pianista è stata minata dalla rara malattia che lo ha costretto dapprima ad un forzato riposo, quindi di lì in avanti a gestire diversamente il rapporto con l'energia psicofisica e dunque la performance.

Chi segue i suoi recital di piano solo sin dai primi anni settanta, sa che sino a quel momento la struttura formale dei concerti era costruita attorno all'improvvisazione totale di due lunghi brani, quasi sempre abitati da più sezioni interne, talvolta con importanti cambiamenti narrativi ed idiomatici, e totalmente centrata sul concetto letterale di performare: cioè dare forma, nello specifico, a qualcosa che prima di essere suonato nel rito-concerto, semplicemente, non esiste, e dunque elaborando in tempo reale una composizione vera e propria senza alcun materiale musicale preesistente. Una forma macrostruttura da circa un'ora di improvvisazione spontanea o, meglio ancora, di composizione istantanea.

Si sono dati a questa prassi esecutiva nomi diversi, ma nel concreto la chiave privilegiata per comprendere profondamente questi concerti è proprio l'impegno straordinario e simultaneo di corpo, mente e spirito, dove tutti e tre i centri sono presenti contemporaneamente in modo totalizzante e tra loro armonizzato.

In questo senso il termine performance rimanda anche ad un'idea di sforzo straordinario (in senso letterale, cioè raro, extra-ordinario), usato per lo più tra gli sportivi e gli attori. Da cui si comprende facilmente il motivo per il quale dopo questi concerti italiani e l'inizio della malattia la formula è stata abbandonata.

Va detto però che più difficilmente si giunge a risultati convincenti quando si aderisce ad un pre-testo rappresentando un copione pre-esistente ripetuto infinite volte nelle prove (attori, danzatori, musicisti esecutori) e allenamenti (sportivi).

L'improvvisatore al contrario si offre la possibilità privilegiata di essere lì in quel momento a raccontare con la musica esattamente ciò che vuole e può raccontare in quel momento secondo lo strumento che gli capita, alla sala che trova, all'audience che partecipa, cioè la sua verità nel momento presente. Tempo presente che è l'unico tempo che conta, essendo il passato scomparso ed il futuro ancora lì da venire.

Dunque manifestarsi anziché rappresentare: una sfida stimolante, improba quanto affascinante.

Manifestazione

Questa è anche una delle chiavi per comprendere il largo consenso di Jarrett: la partecipazione ad un processo di manifestazione, la natura speciale di questa esperienza quando condivisa. Esperienza che il pubblico sente come straordinaria rispetto agli infiniti concerti-rappresentazione a cui è abituato. E non importa se questo sentire è lucido e/o consapevole. La potenza della manifestazione è letteralmente incomparabile, anche se confrontata alla più sublimi delle rappresentazioni. È proprio un'altra esperienza. È la differenza tra una messa cantata, con la sua liturgia rappresentata e le prove del coro, ed un rito esoterico. Non voglio qui parlare di magia, ovviamente, e scrivo esoterico in senso letterale (esoteros, interiore), dove appunto attraverso lo svelamento delle zone più segrete e intime di un'individuo, in questo caso il performer-sciamano, tutti gli individui si rivelano, si riconoscono.

Il microcosmo individuale del pianista rivela un macrocosmo che comprende più individui, giungendo attraverso la musica ad una possibile comprensione collettiva. È questo il mistero della musica, lo è sempre stato e sempre lo sarà. La comprensione di questo mistero non è intellettuale, ma spirituale. Non si afferra in quanto dinanzi a me, fuori da me, ma attraverso un processo empatico (en-dentro, pathos-sentimento) che collega direttamente il pubblico al cantore. Pubblico che partecipa dunque ai travagli dell'improvvisatore, quindi potenzialmente provando gli stessi travagli e dunque, in senso originario del termine, compassione (cum-pathos). E anche con-passione! Questa spiega benissimo il motivo per cui la pletora di imitatori del pianista-Jarrett non si avvicinano mai ai risultati musicali del loro modello: senza verità individuale, devozione e manifestazione, la musica è svuotata al solo oggetto, che, sebbene sublime, perfetto e ben congegnato non è paragonabile all'altro tipo di esperienza, che è al contempo musicale ed extra-musicale.

Angeli

Lo spirito sembra dunque essere la porta principale, ed è proprio Jarrett nel libretto che accompagna il cofanetto ad offrire delle chiavi per comprendere il senso profondo della sua prassi solistica di performer-improvvisatore: sia attraverso un titolo rivelatore che evoca la moltitudine di angeli e spiega che hanno circondato il suo lavoro negli anni, e in particolare in quei concerti, durante i quali oltre ad essere il performer, Jarrett si era forzatamente ritagliato un ruolo di produttore e tecnico del suono, registrando autonomamente con un Dat Sonosax (angelico perchè ha sempre miracolosamente funzionato, appunto) appoggiato ad una sedia sul palco. E rivela quanto decisivo sia nel rito la presenza vibrante e concentrata dell'altro, inteso come audience. Dunque, come dicevo anche gli strumenti, le stanze entro cui avveniva il rito, ecc. Decisivo anche in senso negativo, naturalmente, individuando negli angeli della morte i demoni che ostacolano il processo creativo: la salute, sua e dell'audience (quanti colpi di tosse, doveva essere stata una stagione probante in Italia il 1996!) e i vari rumori più o meno inevitabili di quando si compie un'esperienza condivisa con centinaia di persone, tutte diverse.

Musica devozionale
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