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A dialogo con Silvia Bolognesi

Neri Pollastri By

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Silvia Bolognesi, contrabbassista, compositrice e band leader senese, è tra le più interessanti personalità del jazz italiano. Recentemente ha inoltre ricevuto un riconoscimento internazionale tanto lusinghiero, quanto meritato: la chiamata di Roscoe Mitchell per entrare a far parte del sestetto da lui formato per un progetto in onore di John Coltrane, del quale ricorre quest'anno il cinquantenario della scomparsa. L'abbiamo incontrata per fare il punto della sua brillante attività artistica.

All About Jazz Italia: È il terzo anno che a Pisa viene organizzato un evento interamente dedicato alla tua etichetta discografica, Fonterossa Records, che è come dire dedicato a te. Com'è nata l'iniziativa e come la stai vivendo, visto che la cosa continua con successo?

Silvia Bolognesi: Penso che certe cose, nella vita, accadano quasi senza cercarle o volerle. Fonterossa, e l'evento pisano a lei dedicato, appartengono a questo genere di cose: è come se fossero nate in modo "naturale," per poi svilupparsi da sole. Fonterossa Records è il risultato di una mia esigenza personale: visto che presso le etichette esistenti, specie italiane, non trovavo il giusto interesse per i miei lavori, ho deciso di autoprodurmi. Realizzando il primo titolo mi sono resa conto che l'autoproduzione era una prassi attraverso la quale potevo seguire con cura tutti i passaggi, molto impegnativa in termini di energie ma anche esaltante e, alla fine, perfino più economica.

Così ho deciso di continuare, producendo sotto il nome Fonterossa anche i lavori di alcuni amici dei quali apprezzavo la musica e che avevano le medesime mie difficoltà -o coproducendo, perché non sempre sono produttrice unica, come nel caso di L'uomo poco distante dell'Ottetto di Tony Cattano o di Desmadre di Marco Colonna e Augusti Fernandez. In questo modo, invece di fare ciascuno la propria autoproduzione, ci siamo messi tutti sotto il medesimo nome, uniti comunque da preferenze artistiche, ascolti, continue frequentazioni e collaborazioni. E poiché stare assieme è importante e fa stare bene, è poi nata anche la giornata pisana. La quale, peraltro, esiste solo grazie a Francesco Mariotti: è stato lui, persona fantastica sempre così attenta al territorio, a raccogliere subito entusiasticamente la mia prima idea di presentare le proposte e i dischi dei musicisti che gravitavano attorno a Fonterossa. E, quest'anno, è stato ancor più entusiasta dell'idea di porre al centro della giornata un laboratorio didattico qual è l'Open Orchestra, perché questo permetteva di far vivere tutto l'anno un'attività condivisa di pratica e studio. Attività che è stata anche particolarmente complessa, perché il progetto era dedicato alle partiture non convenzionali e pertanto ha visto la partecipazione anche dei musicisti che svolgevano il ruolo di compositori e direttori.

Io, che sono sempre stata una grande appassionata dei lavori in gruppo perché mi piace stare in compagnia e collaborare, mi sono trovata a meraviglia con Francesco nell'organizzare questi eventi. Che poi, alla fine, sono una festa prima ancora che un evento artistico e che a ben guardare vedono sempre una partecipazione più ampia rispetto ai musicisti dell'"area" Fonterossa.

AAJ: Sette ore di musica, cinque concerti, due locations, circa cinquanta musicisti: organizzare non dev'essere semplice...

SB: Faticosissimo, ma è anche una grandissima gioia!

AAJ: La rassegna ha vissuto un'interessante evoluzione: la prima edizione ha presentato l'etichetta e i musicisti che la animano; la seconda ha visto un ampliamento, in particolare grazie alla tua conduction in memoria di Lawrence D. “Butch” Morris, con la partecipazione di parecchi musicisti esterni a Fonterossa; quest'anno, infine, c'è stato un ulteriore allargamento delle partecipazioni, grazie alla presenza degli allievi dei laboratori, quelli di Open Orchestra e di Conga Lab di Simone Padovani. Tra l'altro, spesso non professionisti.

SB: In realtà, mescolato tra gli altri, qualche professionista c'era: per esempio Michela Lombardi, Emiliano Nigi ed Elisabetta Maulo alle voci; Massimiliano Furia, Nicola Perfetti e Federico Gerini che hanno un trio stabile molto attivo, oof3; poi Carlotta Vettori al flauto, Mirco Ballabene al contrabbasso, Filippo Ceccarini alla tromba, Mauro Rolfini al clarinetto basso, oltre qualche giovane che sta venendo fuori adesso come il nostro vice direttore Tobia Bondesan. E comunque il livello era davvero alto, perché anche quelli meno noti hanno avuto esperienze lavorative in ambito jazz o sono allievi di corsi e laboratori di ricerca. Ma la cosa più bella di quest'orchestra è che fin dal primo giorno i musicisti hanno costruito un grande affiatamento: un gruppo di lavoro straordinario che ci ha dato molta soddisfazione, perché per me per comporre/creare la musica sono necessarie l'attenzione e lo studio, ma anche il legame umano e la condivisione.

AAJ: Ma l'anno prossimo quale ulteriore passo avanti farà il Fonterossa Day? Anche se forse è ancora presto per chiedertelo...

SB: Come ho detto, spossata, a un amico durante la giornata: l'anno prossimo faremo soltanto il mio solo! Scherzi a parte, sì, è davvero troppo presto, dobbiamo ancora riprenderci dalla fatica, vedere quale curva seguirà l'entusiasmo dell'orchestra, valutare i progetti artistici in fase di elaborazione. Del resto Fonterossa è composta perlopiù da musicisti che ho incontrato nel mio peregrinare -e io sono una che gira tanto! -che mi sono piaciuti e con i quali, anche attraverso l'etichetta, vorrei tracciare un'immagine che sia al tempo stesso quella delle mie frequentazioni artistiche e di una certa scena musicale che esiste oggi in Italia. E non solo qui, in realtà, perché c'è anche la scena chicagoana, il mio "altro circuito," che ha già trovato rappresentazione con il disco Chicago Sessions e con la presenza, quest'anno, di Dee Alexander al Fonterossa Day.

AAJ: Il tuo "altro circuito," ovvero la parte della tua vita che passi negli USA: come ci sei arrivata e come la stai coltivando?

SB: Il primo vero e proprio inizio è stato a Sant'Anna Arresi, quando andai a fare dei corsi -credo fosse il 2005 -e vinsi una borsa di studio che prevedeva degli scambi con un'associazione che allora era diretta da Ernest Dawkins, contraltista di Chicago. Il gruppo dei vincitori di borse di studio, Guitto Gargle, era composto da Piero Bittolo Bon (poi rimasto molto presente nella mia vita musicale), Simone Schirru alla chitarra, Alberto Fiori al pianoforte e Simone Sfameli alla batteria. Con questa formazione andammo a Chicago nel settembre del 2009 e avemmo occasione di suonare in alcuni club importanti, tra cui il Velvet Lounge allora gestito da Fred Anderson, ove conobbi vari musicisti, tra i quali il batterista Vincent Davis, che poi ho ritrovato nel gruppo di Roscoe Mitchell e con il quale ho legato molto. Ho poi avuto modo di riprendere queste conoscenze, aggiungendone altre, quando ho conosciuto Tomeka Reid, che è chicagoana e con la quale abbiamo formato il trio Hear In Now, grazie al quale siamo tornate più volte a Chicago. Lo stesso Ernest Dawkins, sempre a Sant'Anna Arresi, mise in piedi un omaggio alla Freedom Now Suite di Max Roach e mi chiamò a farne parte, occasione nella quale conobbi anche Dee Alexander, che era alla voce. In questo modo ho finito per conoscere un sacco di musicisti di Chicago; quando ci tornavo c'era sempre qualcuno che mi chiamava per suonare e il circuito si allargava ancora. Così, pian piano, Chicago è diventata una seconda casa.

AAJ: Quindi ormai si può dire che il legame sia davvero molto forte.

SB: Beh, sì! Inoltre posso assicurare che il pubblico di Chicago è davvero meraviglioso: io non ho girato tutto il mondo, ma un'accoglienza così non l'ho mai trovata altrove. E lo stesso vale per la scena musicale: molto unita, estremamente accogliente. Andare là mi rigenera tantissimo, per questo e perché ho modo di avere nuovi stimoli, toccare cose diverse che spesso mi generano idee e progetti. L'audience americana è molto diversa da quella italiana, il pubblico è educato in un altro modo alla frequentazione e all'ascolto dei concerti, c'è molta più partecipazione, rispetto e supporto, cosicché fare il mio mestiere mi sembra più naturale, "normale."

AAJ: E la frequentazione di Chicago è poi sfociata in questa cosa bellissima che è la tua partecipazione al gruppo Roscoe Mitchell.

SB: Ancora una volta è nato tutto dal trio Hear In Now, con il quale abbiamo fatto un piccolo tour in California nel settembre del 2014 passando anche vicino al "Mills College," dove insegna Roscoe, cosicché abbiamo deciso di andare a trovarlo e, nell'occasione, gli abbiamo regalato il nostro primo CD. Il giorno dopo ci ha chiamato per dirci che gli era piaciuto tantissimo e che prima o poi gli sarebbe piaciuto coinvolgerci in un progetto. Cosa che infatti qualche tempo dopo è successa!

AAJ: Com'è suonare con Roscoe Mitchell?

SB: Un'emozione fortissima, fin dall'inizio: quando mi è arrivata l'email che mi confermava la parte nella sua formazione credo di essere stata in silenzio per un'ora... non ci volevo credere...! In realtà i concerti li abbiamo iniziati quasi un anno dopo e tutto quel tempo l'ho passato a prepararmi. Poi, quand'è arrivato il momento, è stato solo come me lo aspettavo: bellissimo! Tutto: la persona, perché Roscoe è serio, profondo, gentilissimo, rispettoso; il musicista, perché sul palco tira fuori un'energia incredibile; la musica, che anche dall'interno ti affascina e ti coinvolge, e che andando avanti con i concerti cresceva sempre di più. Io mi sono trovata subito a mio agio perché conoscevo bene Vincent, il batterista, e avevo già avuto modo di lavorare in gruppi con due contrabbassi proprio con lo stesso Junius Paul. E poi, al centro del sestetto c'era il trio: perché Roscoe aveva proprio voluto riprendere il nostro suono per costruirgli attorno la formazione in sestetto. È anche per questo che, concerto dopo concerto, ci ha lasciato sempre più spazio, facendo per lunghi tratti suonare il trio da solo: una cosa di cui siamo orgogliose e che ci ha dato molto entusiasmo. Anche per il futuro del trio, che -come si può immaginare -fa un po' di fatica ad andare avanti, soprattutto per la distanza che ci separa fisicamente: facciamo pochi tour, il nuovo disco che sta uscendo è stato registrato in due tranche distanti nel tempo tra loro.

AAJ: Spero che la formazione con Mitchell abbia un futuro. Intanto tu vivi sempre a Livorno?

SB: No, sono tornata a Siena, un po' perché insegno a Siena Jazz e presso l'Associazione Mosaico di Colle Val d'Elsa, un po' perché mi piace stare vicino alla mia famiglia. Però vorrei tornare più spesso a Livorno perché i musicisti della "West Coast toscana" mi mancano. Tony Cattano, Gabrio Baldacci, Beppe Scardino, Dimitri Grechi Espinoza, Daniele Paoletti, Simone Padovani, Filippo Ceccarini, Emiliano Nigi, il fonico Antonio Castiello del Jambona Lab: mi manca la condivisione con loro e fare un po' di cose assieme, come le esperienze passate dell'associazione Spaziozero, le attività che girano intorno a Pisa Jazz e all'Ex-Wide, gli eventi di improvvisazione che avevamo iniziato anni fa chiamandoli Improzero e che abbiamo rifatto quest'anno all'Ex-Wide con l'appoggio di Francesco Mariotti, approfittando degli incontri/laboratori dell'Open Orchestra: dopo i laboratori si facevano concerti con set d'improvvisazione su formazioni estratte a sorte.

AAJ: Temuta o agognata, considerata bellissima o ostica e difficile: ma cos'è per Silvia Bolognesi l'improvvisazione?

SB: È una bella domanda... Secondo me è una forma di composizione corale, che parte dall'orecchio, dall'unicità dell'ascolto, per creare una forma, una struttura nella quale siano percepibili parametri fondamentali della musica come il ritmo e la melodia ad esempio. Riguardo a come questo succeda, ecco, non vorrei sembrare troppo mistica, ma secondo me la musica va oltre e noi musicisti siamo solo un tramite: certo, per svolgere questo ruolo è necessario studiare, imparare nozioni, esercitarsi, provare, così che -quando ti metti insieme ad altre persone e inizi a costruire quella forma partendo dal grado zero -puoi farlo nel modo migliore, più evoluto, cioè sapendo riconoscere un impulso, reagendo ad esso e cambiandolo nel modo più opportuno. Ma resta il fatto che ad affermarsi nel momento è la musica: una forma che si realizza attraverso l'interazione di più persone. Ecco, l'improvvisazione, almeno nella sua forma più radicale, per me è questo. Poi quando si parla di improvvisazione ci si può riferire a tante cose anche abbastanza diverse: è improvvisazione anche quella che sta dentro le forme, come quella che è più praticata nella musica jazz tradizionale, o anche nella musica contemporanea europea.

AAJ: Cosa ti emoziona di più nell'improvvisazione?

SB: Sicuramente la sorpresa! Per esempio, l'anno scorso al Fonterossa Day abbiamo fatto una conduction, della quale ero il direttore; a me piacque in modo particolare perché le brevi note, con numeri e segni, che avevo scritto e consegnato ai musicisti come "bussola" per poterci ritrovare assieme da qualche parte, le avevo scritte due mesi prima e non me le ricordavo quasi più: quando chiamavo quei numeri mi arrivava indietro un'informazione che per me era in gran parte nuova, mi sorprendeva. Ebbene, proprio quello mi faceva scattare reazioni positive, perché era di più di quel che potevo aspettarmi, era inatteso. La stessa cosa mi capita con il Combo, che suona cose che ho scritto io ma che sono aperte: spesso i musicisti prendono le mie indicazioni facendone qualcosa che non mi sarei aspettato, ed è bellissimo! Ecco: la sorpresa, la novità, la scoperta sono le cose che mi emozionano di più e che l'improvvisazione ti dà, mentre altre forme di musica te le danno molto meno. Come dice sempre Sabir Mateen quando suoniamo insieme: "non andare mai in un posto dove sei già stato, altrimenti ti perdi il gusto della scoperta. Quando stai improvvisando e stai su una cosa più di un minuto o due, non c'è più niente di interessante: lo hai già scoperto, lo conosci già." Ora, la cosa è anche molto personale e magari lui è un po' troppo radicale, perché può essere interessante anche rimanere un po' su una cosa e vedere dove arriva se la sviluppi; resta comunque il fatto che anch'io non posso fare a meno a lungo dell'elemento sorpresa.

AAJ: La "doppia conduction" che avete fatto a un certo punto della tua direzione della Fonterossa Open Orchestra a Pisa era prevista o è stata una sorpresa?

SB: Era una delle tante cose che si sperimentavano nel laboratorio, l'avevo tratta da Anthony Braxton, e per scherzo la chiamavamo "l'ammutinamento." Tobia Bondesan, che ci ha fatto da assistente nel laboratorio, era tutto il giorno che mi diceva "stasera ti tocca l'ammutinamento!," per cui diciamo che un po' me lo aspettavo; però proprio "previsto" non era... Comunque mi ha fatto piacere, anche perché in prova era molto divertente, ne veniva fuori una sorta di "guerra" tra i due direttori e le sezioni di orchestra che finivano per controllare, con i musicisti che collaboravano e al tempo stesso ridevano a crepapelle. Che è una cosa che mi dà grande gioia, perché credo che anche ridere faccia parte di quelle vibrazioni positive che i musicisti devono avere e trasmettere al pubblico. Io ho fatto anche musica classica, nella quale c'è una determinata relazione con la platea, ma penso che nel jazz il rapporto con il pubblico sia diverso: il pubblico è una parte importante della musica, fa parte della performance, anzi la determina, per cui è importante coinvolgerlo anche dal punto di vista ludico. Per comunicare, per far risuonare l'energia, per far stare uniti musicisti e pubblico, un gruppo di persone che vivono assieme un momento di piacere, di bellezza. Poi, ripeto, ci sono anche altri modi di intendere l'improvvisazione: c'è chi è più serioso, chi più ingessato, chi più rigoroso: io sono così, magari un po' più casinista, ma per viverla come la vivo io queste cose sono importanti.

AAJ: Ti ritieni un "apri-pista" visto il numero crescente di contrabbassiste in Italia, per esempio Caterina Palazzi, Rosa Brunello e Federica Michisanti?

SB: Non so se ho fatto scuola... forse poteva succedere anche senza di me. Magari fosse successo prima!

AAJ: Mi colpisce in particolare una cosa, che riguarda anche altre giovani musiciste jazz che suonano altri strumenti, per esempio Eloisa Manera, Zoe Pia, Alessia Obino: tutte hanno sentito subito il bisogno di mettersi alla testa di un gruppo. Tu, che più o meno hai fatto la stessa cosa, come lo spieghi? È un tratto della cultura femminile contemporanea, uno spirito d'iniziativa e una sicurezza che spinge subito a porsi come leader, oppure è una necessità contingente, magari perché una donna come sideman -anzi sidewoman, termine che guarda caso non esiste -non viene neppure presa in considerazione, o cos'altro?

SB: È una cosa alla quale stavo pensando anch'io ultimamente, e mi fa piacere che ci sia chi l'ha notata. Ho difficoltà a spiegarmela, non trovo una risposta razionale. Io ho passato un periodo in cui sono stata chiamata tanto a suonare in gruppi di altri, ma ho anche sempre vissuto l'esigenza di scrivere e di realizzare la mia musica: spero e immagino sia lo stesso anche per le mie colleghe. A mio avviso, tuttavia, la presenza femminile in ambito jazz, soprattutto in Italia, è ancora troppo limitata, ma vedo un numero crescente di ragazze iscriversi ai corsi di Siena Jazz, cosa che mi fa molto piacere e mi da speranza. Qualche contrabbassista in più farebbe solo bene!

AAJ: Lasciamo la domanda aperta, magari qualcun altro potrà riprenderla e aiutarci a darle una risposta. Ti chiedo invece qualcosa sui tuoi progetti a venire.

SB: Oggi, appena uscita dall'intensa esperienza con Roscoe Mitchell e dalla faticata di Fonterossa Day #3, ti risponderei: riposarmi! Però, ovviamente, questo non è completamente vero: per esempio, è appena uscito il secondo disco di Hear In Now, Not Living in Fear, che è senz'altro la cosa a cui tengo di più. Poi vorrei continuare a lavorare con Dee Alexander, che è un vero dono della natura. Siamo state un po' in giro in Italia nei giorni precedenti e successivi al Fonterossa Day. Quest'estate vorrei portare avanti un progetto di composizione con musicisti chicagoani. Ah, devo seguire la promozione dell'ultima uscita di Fonterossa, Moderatamente Solo di Pasquale Mirra, lavoro bellissimo che è stato registrato a Pisa nel secondo Fonterossa Day, e dovrei anche registrare con l'Open Combo, abbiamo una suite pronta, già fatta dal vivo un paio di volte ma ancora inedita. Ho anche ricominciato a suonare più assiduamente il basso elettrico, nel progetto "BassMint" che ho con Griffin Rodriguez, molto divertente! E infine il quartetto Ju-Ju Sounds con Achille Succi, Paolo Botti e Andrea Melani, al quale abbiamo aggiunto la voce di Griffin Rodriguez, sostituito al Fonterossa Day da Dee Alexander. Sono molto contenta del suono del gruppo, ho iniziato a scrivere nuova musica, spero di poter incidere presto il secondo CD e anche di riuscire a fare più concerti con questa formazione.

AAJ: Puoi dirci qualcosa del disco di Hear In Now?

SB: È uscito per International Anthem, un'etichetta di Chicago che sta lavorando molto bene, per cui spero possa essere promosso al meglio in tutto il mondo. Secondo me è un bel lavoro, con una sua poetica molto attuale. Poi con le ragazze abbiamo un sacco di cose in ponte: oltre ai concerti che contiamo di fare, prevediamo anche dei laboratori e il lavoro con Roscoe... A proposito di quel che dicevamo prima, metà di quel gruppo è composta da donne, a dimostrazione che il problema, se c'è, è nel jazz italiano e non in quello straniero. Anche il solo fatto che un musicista della sua levatura ci abbia chiamate e abbia costruito il gruppo intorno al nostro trio è un bel segnale a chi possa guardare con meno attenzione le donne nel jazz. Sia chiaro, io non ho nessuna intenzione di fare battaglie femministe, però...

AAJ: Non hai citato il "duo standard," che hai formato assieme a Emanuele Parrini: avrà un seguito?

SB: Abbiamo intenzione di portarlo avanti, non sappiamo ancora se in duo o trasformandolo in trio. Io e Parrini collaboriamo da molto tempo e il duo l'abbiamo presentato diverse volte, non specificatamente sul repertorio di Duke Ellington come stiamo facendo ultimamente e sul quale abbiamo aggiunto la mia voce per qualche brano, visto che invecchiando mi sono fatta più coraggiosa: la presenza della voce può aiutare il pubblico che, a volte, può essere intimorito da un duo violino e contrabbasso.

AAJ: Singolare questa tua tardiva scoperta della voce.

SB: È nata per alleggerire l'ascolto del mio solo, ma è anche un po' dovuta che alla crescente necessità di "dire" le cose: la voce è connessa al potere della parola, della narrazione significante. Non a caso anche nell'Open Orchestra presentata a Pisa aveva molto spazio, in particolare nel mio brano, dove compariva la poesia -nel caso specifico le bellissime poesie di Alberto Masala, soltanto alcune di quelle presenti nel suo libro Taliban. È una cosa che rappresenta un valore aggiunto alla musica e che, negli ultimi anni, sento sempre più importante.

Foto: Roberto Cifarelli.

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