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A dialogo con Alessandro Galati

A dialogo con Alessandro Galati
Neri Pollastri By

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Alessandro Galati è un pianista fiorentino che può vantare una carriera estremamente ricca di esperienze in direzioni anche molto diverse -come testimoniato dai nomi di alcuni dei più noti musicisti con cui ha collaborato in modo continuativo: Kenny Wheeler, Arild Andersen, Dave Liebman.

Oggi è possibile racchiudere idealmente la sua esperienza artistica nel ventennio trascorso tra il suo disco d'esordio, Traction Avant (Via Veneto, 1995), lavoro al tempo assai apprezzato e ancor oggi assolutamente attuale, e il recente Seals (Via Veneto, 2014), fresco vincitore del premio della rivista giapponese Jazz Critique come "2014 Best Instrumental Album," ovvero disco dell'anno dell'intero jazz mondiale. Siamo andati a trovarlo per conoscere meglio le sue esperienze e il pensiero che ispira la sua musica.

All About Jazz Italia: Comincerei da lontano: vent'anni fa uscì il tuo primo CD, Traction Avant, con Palle Danielsson e Peter Erskine. Eri giovanissimo e molto promettente, ma poi di te si sono almeno in parte perse le tracce, nel senso che pur lavorando e collaborando con musicisti di primo piano sei scomparso dalla ribalta. Oggi esci con un disco per tanti aspetti affine a quello di allora e che finalmente torna metterti in luce. Cosa c'è stato in mezzo, come si uniscono queste due tue produzioni lontane vent'anni tra loro?

Alessandro Galati: Si tratta di due lavori in trio, una formazione che amo molto, ed entrambi fotografano abbastanza bene quella che è la mia personale visione del piano trio, sia dal punto di vista degli equilibri interni della formazione, sia dal punto di vista compositivo. Mi riconosco molto in entrambi gli album, perché credo di essere riuscito a dire delle cose che mi premono. In particolare, tutti e due i lavori sono attraversati dall'idea che la melodia possa essere il motore principale che muove tutte le cose che poi fanno parte della musica di una formazione come questa.
Quando ho registrato Traction Avant avevo venticinque anni: ho messo dentro a quel disco tutto quello che davvero avevo cercato e trovato dentro di me. Con l'idealismo e l'ingenuità della gioventù. Oggi, vent'anni più tardi e con tutto il lavoro che c'è stato nel mezzo, credo di essere riuscito a fare un'operazione dello stesso genere: buttando via tutte le preoccupazioni, tutta la voglia di dimostrare qualcosa, ogni timore di essere giudicato, attraverso un'operazione di pulizia mentale, ho provato a essere me stesso con sincerità.
Ecco, il trait d'union dei due lavori è proprio questo: la voglia di esprimere completamente, anche in maniera un po' ingenua, ciò che c'è in me di più puro. Cosa che magari non sempre ho fatto nella mia vita! Perché talvolta ho voluto mettermi in gioco in cose che non mi appartenevano più di tanto, imparandone alcuni aspetti e integrandoli nel mio bagaglio. In questi due lavori no: entrambi sono pervasi da questa voglia di esprimere fino in fondo ciò che considero importante in un'opera d'arte.
È anche vero che in questi vent'anni sono ovviamente successe un sacco di cose nella mia vita: viaggi, esperienze, fidanzate e tanto altro. E che quello che è rimasto di più puro si è concretizzato dentro di me: oggi penso di essere una persona diversa e anche un pianista migliore, più sicuro del mio modo di esprimermi -e credo e spero che questo si senta nel disco. Così come spero si senta che si tratta di un lavoro attuale, che guarda all'oggi e non al passato.

AAJI: Da questo punto di vista devo dire che mi hanno colpito particolarmente gli standard. Quel che è interessante è che si fatica a riconoscerli e questo non perché siano "mascherati," ma per la modalità espressiva molto originale con cui li suoni.

A.G.: Non li avrei inseriti se non avessi pensato di poter dire qualcosa di personale. Per esempio, in "Cherokee" il gruppo suona seguendo un'idea guida che avevo in mente, mentre in "Softly as in a Morning Sunrise" le cose sono andate molto diversamente, addirittura non volevamo neppure suonarlo e quando Stefano l'ha avviato lo abbiamo seguito aprendoci spontaneamente al tessuto musicale. Quindi due approcci molto diversi che però in entrambi i casi conservano un comune denominatore, coniugato in modo diverso, uno stile preciso: il mio. Spero che più che nelle note che uso, o nel fraseggio, la differenza che mi caratterizza stia nel suono. Un po' come una sorta di immagine, l'immagine del mondo di colui che suona, e che io vorrei evocare. In altre parole, il mio mondo. E spero anche che questo suono, questo mondo evocato, si senta sempre di più, perché ritengo che il lavoro dell'artista consista in questo e che un artista sia maturo quando riesce a comunicarlo in modo sempre più netto e sicuro.
A tal proposito la casa discografica che fa capo al maggiore distributore giapponese (e che, per inciso, ha un negozio a Tokyo che è un intero palazzo a più piani pieno zeppo di dischi) ha pubblicato in una raccolta proprio quella versione di "Softly as in A Morning Sunrise" perché Yasukuni Terashima, uno dei più autorevoli critici jazz giapponesi, lo ha selezionato tra i dodici brani internazionali dell'anno. E anche "Lil' Sophia" è entrata in un'altra selezione di brani migliori. Un ulteriore riconoscimento, dopo l'award di Jazz Critique per il CD. Che, devo dire, mi ha emozionato: oltre che per il premio, per il fatto che nella rivista ci sono alcuni critici giapponesi che discutono del mio disco per una quindicina di pagine...

AAJI: Tornando al confronto tra Traction Avant e Seals, dicevi che l'affinità sta nell'aver messo in entrambi, con la medesima franchezza e ingenuità, tutto quello che avevi trovato dentro di te. Ma cosa è entrato in più in Seals? Detto diversamente, quali esperienze di questi vent'anni sono state decisive per la tua vita, personale e artistica?
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