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Eve Risser: 88 tasti e magia

Enrico Bettinello By

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Pianista, compositrice, improvvisatrice tra le più originali e interessanti attualmente sulla scena europea, la francese Eve Risser sta ottenendo un sempre più crescente successo e affetto.
Merito della sua musica, complessa e particolare, ma sempre dotata di uno speciale calore comunicativo, anche nei suoi frangenti più astratti.
Merito della sua capacità di credere e investire in progetti come la White Desert Orchestra (il cui disco Les Deux Versant Se Regardent, uscito pr la Clean Feed è un vero gioiello) o il duo di pianoforti con Kaja Draksler.
Merito di una personalità al tempo stesso dolcissima e decisa, poetica e pragmatica, in grado di superare con l'umanità le barriere stilistiche per proporre una musica tra le più affascinanti in circolazione.

Abbiamo intervistato la Risser alla vigilia di un suo breve passaggio nel nostro paese, dove sarà ospite residente del Padiglione Francese della Biennale di Venezia per poi suonare, sabato 4 novembre, a Novara, per Novara Jazz.

All About Jazz: Inizierei parlando della White Desert Orchestra. Raccontaci come è nato questo tentetto, qual è l'idea alla base della scelta della strumentazione, come componi e lavori con i musicisti che la compongono...

Eve Risser: Ho creato la mia prima band con dieci componenti alla fine dei miei studi al Conservatorio di Parigi, ormai sono passati dieci anni, ma ho atteso il momento giusto per impegnarmi davvero a fondo in questo progetto e la formazione attuale è nata nel marzo del 2015.
L'anno prima avevo sentito l'esigenza di esprimermi con sonorità più ampie e potenti, come un pittore che voglia lavorare con pennelli e tele più grandi. E ho voluto farlo scegliendo i musicisti con grande attenzione, tra quelli che erano più talentuosi, ma soprattutto tra quelli con cui sentivo che avrei potuto esplorare qualsiasi direzione, assiduamente. Dieci dita, dieci musicisti. In un certo senso è una forma di orchestrazione di uno strumento che è già di per sé un'orchestra come il pianoforte.

AAJ: In una chiacchierata che abbiamo fatto al Festival di Saalfelden dopo il concerto della White Desert, abbiamo condiviso alcune idee sull'umanità di questa musica. Raccontami nuovamente questo bisogno di trovare un lato "umano" anche in musiche molto complesse...

ER: Se mai dovessi cambiare lavoro, proverei sicuramente a fare qualcosa nel sociale.
Probabilmente insegnare. Quello che amo è "prendermi cura e dare amore." Poi è andata che ho deciso di concentrare tutti i miei desideri nella musica invece di allontanarmi da quello che è il mio centro, il pianoforte.
Ecco perché con l'orchestra ho pensato che fosse più semplice dire alle persone quanto tengo a loro non cambiando la musica che faccio. Di certo penso alle persone quando scrivo per l'orchestra: come quando fai un regalo devi provare piacere a farlo, ma anche far sì che veicoli amore e che piaccia a chi lo riceve.

AAJ: Come sono cambiate le relazioni e l'interplay all'interno dell'orchestra in questi anni?

ER: Di bene in meglio direi. Le volte in cui ci capita di avere due o tre date di seguito è pazzesco quello che accade alla musica, non oso immaginare cosa succederebbe se potessimo fare un tour di una settimana o più!

AAJ: Spesso l'orchestra collabora con cori e bambini. Ci racconti questo progetto?

ER: Sin dall'inizio c'era un progetto ampio con l'orchestra, idealmente con l'intento con l'intento di includere dei cori per aumentare l'aspetto emozionale dei pezzi più recenti del repertorio.
Provo a spiegarmi: centinaia di cantanti si mescolano al pubblico e quando iniziano a muoversi a un certo punto, il pubblico né è sorpreso e anche disturbato, quindi il momento è ideale per veicolare delle emozioni con la musica. Di solito c'è un'improvvisazione, poi si muovono nello spazio e poi vengono a cantare sul palco... l'abbiamo fatto anche con delle cornamuse lo scorso anno nella Francia occidentale! Adattiamo la configurazione al posto e al tipo di coro. Credo che da quando "i" jazz (al plurale) hanno iniziato a avere seri problemi di definizione ("è jazz o non lo è..." che noia ascoltare ancora questo tipo di questioni), così come ho iniziato a averli io stessa nella mia vita, ho provato a fare le cose invece di spiegarle. Ovviamente per questa intervista faccio un'eccezione [ride].
Se le persone fanno la musica insieme a noi, la vivranno invece di giudicarla, o perlomeno questa è la mia speranza, ma posso dirti per esperienza che quello che sperimentiamo assieme è fortissimo.

AAJ: Passiamo adesso al tuo lavoro solista. Come lavori con il piano preparato e cosa rappresenta il solo nel tuo mondo espressivo?

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