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4th Brda Contemporary Music Festival

Neri Pollastri By

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Fesstival di Musica Creativa e Improvvisata
Šmartno, Slovenia
11-13.9.2014

È giunto alla quarta edizione il Brda Contemporary Music Festival, piccola quanto preziosa rassegna di "musica creativa e improvvisata" organizzata a Šmartno, nella regione slovena di Brda, da Zlatko Kaucic, percussionista, compositore, didatta e operatore culturale ricco di passione e idee. Il festival, com'è noto, nasce anche per unire le forze di tutti i—molti—musicisti attivi sulle due sponde della frontiera che separa, oggi fortunatamente assai meno che in passato, il Friuli dalla Slovenia. Tanto che fin dalla sua origine, tre anni orsono, una delle proposte musicali sempre presenti è l'Orchestra Senza Confini, composta da elementi provenienti dalle due zone e che fanno capo gli uni, gli sloveni, alla scuola di musica di Nova Gorica, ove opera Kaucic, e gli altri, gli italiani, al DobiaLab di Staranzano, ove opera il contrabbassista Giovanni Maier, che con il percussionista sloveno vanta una collaborazione di lunga data e di notevoli episodi.

Il festival s'è aperto la sera di giovedì 11 settembre con l'inaugurazione, nella Galleria della Casa della Cultura, della mostra fotografica dell'apprezzato fotografo sloveno Žiga Koritnik, composta da una serie di immagini davvero suggestive e dal taglio originalissimo, tutte ovviamente di musicisti, ora in scena, più spesso in momenti estranei alle performance ma di elevata espressività.

A seguire, nella chiesa del paese—ovviamente dedicata a S. Martino—un concerto in tre parti del duo Stema Project: la prima per la sola voce di Michela Salvador, che interpreta canti gregoriani doppiandosi con l'elettronica; la seconda per le improvvisazioni organistiche, assai rare da ascoltare, di Stefano Maso, su atmosfere contemporanee; la terza di duetti improvvisati dei medesimi musicisti, con la Salvador che canta dalla balaustra dell'organo, interagendo con l'organista. Particolare e assai interessante, il concerto ha rappresentato una curiosa variazione, meno legata al jazz, rispetto al resto del programma.

A chiudere la prima serata il momento risultato poi forse più entusiasmante dell'intero festival: quello della citata Orchestra Senza Confini, in una versione davvero interessante: i diciassette musicisti erano divisi in due sezioni, ciscuna diretta da un direttore, da un lato Kaucic, dall'altro Maier. Questa originale e assai ardita "doppia conduction" (si ricorda forse un altro esempio, dovuto ad Anthony Braxton), totalmente improvvisata, aveva alle spalle solo un precedente concerto, ma ha dato esiti di sorprendente qualità sia scenica, sia strettamente musicale. Maier ha condotto il concerto perlopiù usando una lavagnetta giocattolo su cui di volta in volta scriveva indicazioni indicazioni ai musicisti della sua sezione (si badi, mescolati quanto a provenienza nazionale), mentre Kaucic si rivolgeva loro solo gestualmente. I due inoltre si sono più volte scambiati la sezione e, in generale, erano loro stessi i veri protagonisti, ascoltandosi l'un l'altro prima ancora di ascoltare la sezione che dirigevano. La doppia interazione—degli strumenti e delle direzioni—ha favorito lo scaturire di una molteplicità di situazioni diverse, lasciando via via—nella buona tradizione delle grandi orchestre—ampi spazi ai solisti, cosa che apriva ulteriori possibilità, alla luce della varietà dei musicisti. Erano infatti di scena Paolo Pascolo al flauto, Gabriele Cancelli alla tromba, Gian Agresti, Mimo Cogliandro, Flavio Brumat, Cene Resnik e Boštjan Simon ai sax, Giorgio Pacorig alle tastiere, Vitja Balzalorsky alla chitarra, Mariano Bulligan al violoncello, Jošt Drašler, Carlo Franceschinis e Costanzo Tortorelli al contrabbasso, Andrea Gulli al live electronics, Elisa Ulian alla voce, Vid Drašler e Marko Lasic alla batteria.

Una musica ludica e costantemente imprevedibile, senza alcuna ripetizione, al massimo grado cangiante e tuttavia rigorosissima—vuoi per la preparazione dei musicisti coinvolti, vuoi per la cura e l'attenzione dei due direttori. Una musica, è venuto di pensare alla fine del concerto, che rischia di far apparire noiosa qualunque altra forma musicale. Una ragione in più per chiedersi perché sia così difficile ascoltarne di simili e che, per farlo, si debba venire in questo minuscolo, ancorché splendido, paese delle colline slovene.

Il secondo giorno di concerti s'è aperto alle 18,00 con un trio assai atipico: accanto alla chitarra elettrica di Vitja Balzalorsky e al sax tenore di Boštjan Simon trovava posto la voce narrante di Petra Paravan, che interpretava poesie di sua realizzazione. Essendo in lingua slovena ci è impossibile dare una qualsiasi valutazione dei testi e della relazione tra contenuti e musica, ma il risultato esclusivamente musicale è stato ancora una volta sorprendente: eccellente l'interazione dei suoni con la voce narrante, suggestive le atmosfere, fruibilissimo e privo di cali di tensione il quadro, sempre in bilico tra la pura improvvisazione e la performance contempranea.
A seguire il solo sax di Cene Resnik, accompagnato dalla proiezione di disegni elaborati live al computer. Resnik ha mostrato grande furore espressivo e creatività improvvisativa, ma forse anche qualche virtuosismo di troppo, che in una performance senza soluzione di continuità è parso a momenti ridondante. Subito dopo un altro trio piuttosto particolare, guidato dall'esperto sassofonista tenore Fulvio Brumat con i due contrabbassi di Jost Drasler e Carlo Franceschinis. Ben noto nell'area friulana e giuliana, Brumat è un tenorista vecchio stile, dal suono nitido e corposo, con uno stile che richiama il free anni settanta coniugato nell'improvvisazione più moderna. Accantonando qualsivoglia preziosità cerebrale o autogratificante, ha messo in scena una narrazione libera ma dalla evolutività rigorosa, priva di ripetizioni sintattica, ben sostenuto dai due contrabbassi, che alternavano pizzicato e archi, accompagnamenti ritmici e rumoristica espressiva. Musicista schivo e riservato, Brumat meriterebbe di essere più conosciuto anche fuori dalle sue terre.
La conclusione della serata era assegnata al duo polacco Mikrokolektyw, composto da Artur Majewski a tromba e flicorno e Kuba Suchar a batteria ed elettronica. Molto attesi, hanno in realtà un po' deluso, presi da una musica ipnotica ma troppo ripetitiva, non molto equilibrata nel rapporto tra acustica ed elettronica, alla fin fine un po' "sentita."

Il lungo pomeriggio della domenica, giorno conclusivo, s'è aperto con una breve esibizione all'aperto, nella suggestiva piazzetta appena entrati nelle mura che circondano il paese, dell'orchestra giovanile di fiati di Brda, una sorta di banda locale, a cui è seguito, nello stesso luogo, Perkakšns, sestetto sloveno di percussioni etniche africane che, con djenbè, dun dun e altri strumenti simili, hanno coinvolto il pubblico in una sorta di molto partecipata e apprezzata "danza interiore."
Dopo il duo sax-contrabbasso di Cene Resnik e Jost Drasler, è salito sul palco della Casa della Cultura il quintetto Kaca, Sraka in Lev di Giovanni Maier, gruppo che il contrabbassista goriziano tiene assieme da molti anni pur variandone la composizione (in formato trio ha anche pubblicato in disco per l'etichetta Palomar). Qui accanto al leader agivano Gabriele Cancelli alla tromba, Mimmo Cogliandro al clarinetto basso, Paolo Pascolo al flauto e Marko Lasic a batteria e percussioni. Musica articolata condotta su strutture e composizioni di Maier, ma vivente delle interazioni e dei suoni liberi, che in particolare sono stati esaltati dal contrabbassista—autore di passaggi davvero strepitosi, intensi e fortemente coinvolgenti—e dal batterista, apparso di levatura superiore. Anche qui, creatività e improvvisazione, a momenti astratta, in altri più materica, comunque sempre imprevedibile.
La serata è proseguita con la performance (in questo caso il termine "concerto" appare riduttivo o quantomeno impreciso) del duo tra Kaucic e l'ospite speciale del festival, Phil Minton, chiamato—come gli altri anni era accaduto ad Evan Parker, Johannes Bauer e Ab Baars—a condurre un seminario di improvvisazione, tenutosi nei pomeriggi del sabato e della domenica. Se Minton si è prodotto nelle sue tipiche improvvisazioni vocali -che con il canto propriamente detto hanno solo una parentela e che si avvicinano a vere performance teatrali, includendo anche la mimica-Kaucic lo ha accompagnato seguendone le evoluzioni e le invenzioni vocali con un set che includeva un'arpa antica e una tavoletta che ne elettrificava gli effetti, ma anche oggetti vari, tra cui fogli di carta, tessuti, ramoscelli. L'effetto è stato spettacolare, a momenti perfino esilarante: i due si ascoltavano e di volta in volta aprivano secenari diversi, effettuando salti espressivi e dinamici inattesi e sorprendenti. Con grande soddisfazione del pubblico, a dispetto di una forma d'arte certo non usale, né apparentemente di immediata fruibilità.

Allo stesso Minton, come avvenuto in precedenza per gli altri ospiti, è stata lasciata la conclusione del festival. Ma, essendo stato il suo un seminario sull'improvvisazione vocale, il concerto conclusivo a visto di scena non strumentisti, bensì un gruppo di voci—peraltro con poche eccezioni non use a cimentarsi in questo ruolo (perlopiù si trattava di musicisti o persone senza preparazione specifica nell'uso della voce). Minton ha diretto il gruppo facendogli eseguire a un dipresso le medesime forme espressive di cui era stato protagonista nella performance con Kaucic, giocando con le voci come fossero strumenti e, al tempo stesso, attori da dirigere in tempo reale sul palco. Un gioco inebriante sia per chi era in scena, sia per chi assisteva, così che—dopo la lunga serie concatenata di espressioni, suoni, gag, improvvisazioni libere—gli spettatori stessi hanno prodotto un bis sul tema della risata, assieme ai vocalist, diretti tutti quanti da Minton. Degna ed esaltante conclusione per un festival che, come il magico luogo che lo ospita, è piccolo, ma prezioso.

FotoZiga Koritnik

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