Ottobre 2004
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L’importante è partecipare (parte prima)
Maurizio Comandini
La regola base dello spirito olimpico riemerge faticosamente da un mondo che
sembra essersi voltato da un’altra parte, alla ricerca di una vittoria a tutti i
costi che non può essere data per scontata. Anche nella discografia ci si trova a volte
alle prese con progetti che non sono nati per essere vincenti, ma semplicemente esistono
per manifestare un pensiero laterale, un progetto che merita di essere conosciuto, anche se
non raggiungerà mai le vette delle classifiche o una posizione di riguardo nella
storiografia della memoria musicale. Ne prendiamo in esame alcuni, sospesi fra il cielo e
il mare, traguardati contro l’orizzonte, degni di ulteriori approfondimenti che i più attenti
ascoltatori potranno permettersi.
En Passant di Peter A. Schmid e Ned Rothenberg (Creative Works Records)
è un lavoro che sin dal titolo intende inviare
un chiaro segnale di come questa avventura sia stata colta al volo in occasione di un
passaggio in Svizzera dell’americano Rothenberg, un saxofonista-clarinettista che
si è ricavato uno spazio ben definito nella scena dell’avanguardia newyorchese.
Schmid si cimenta al clarinetto basso e contrabbasso, al tubax (una recente variazione
più maneggevole del sax contrabbasso) e al tarogato, strumento rumeno antidesignano del
saxofono. Il loro incontro è dichiaratamente vocato all’improvvisazione, senza prove,
senza accordi. Un dialogo serrato che li vede prendere il volo in piena libertà, con le
antenne ben alzate per facilitare un discorso a due che scorre via senza
troppi intoppi.
I colpi d’ancia e i borbottii si fanno snodo e raccordo ritmico e le
evoluzioni solistiche si rincorrono nello spazio vuoto che le circonda, i timbri sono a volte
irsuti e ruvidi, ma la cosa non crea fastidi e semmai aggiunge una dimensione caricaturale
che inserisce un lato importante alla complessità della struttura che si costruisce
davanti a noi e si mostra per pochi istanti, prima di svanire alla ricerca di un nuovo
equilibrio.
Beat & Lip di Beatrice Graf e Philippe Ehinger (Altrisuoni) è solo in apparenza un disco in duo della
batterista/cantante/tastierista e del clarinettista. In realtà, con la
tecnica della sovraincisione i due riescono a moltiplicare in modo davvero convincente la
loro presenza e il panorama sonoro che ci troviamo di fronte è ricco di suoni, timbri,
magie colorate che fanno pensare ad una dimensione orchestrale. Il contesto è sfuggente, il
linguaggio è quello del jazz, ma la musica che la Graf e Ehinger ci
propongono non è etichettabile.
Diciamo che ci troviamo ad essere spettatori di un viaggio
che tocca l’oriente e l’occidente, lo zenit e il nadir, il vasto e il particolare.
Quello che fa da comune denominatore è un senso del ritmo sempre ben pronunciato, bello
carico di sensazioni intense e pronunciate, accattivante per l’indomito entusiasmo. Un
canovaccio su cui è piacevole improvvisare, cosa che i due fanno senza porsi limiti.
Interessante l’uso del clarinetto basso in ostinato a ricoprire la funzione solitamente
assegnata al basso elettrico.
Yellow Landscapes del gruppo Double Jeu (Altrisuoni) è un
progetto di musica densa e magmatica dalla quale emergono sonorità rock che
si fondono con ritmi complessi all’interno di un atteggiamento verso la struttura
tipico della musica d’avanguardia. Il sax alto di François Chevrolet sgomita con
vigore per trovare spazio fra i loop del chitarrista Christian Graf e gli
interventi dell’addetto all’elettronica e ai trattamenti Vincent Hänni, mentre
la batteria dell’esperto Hervé Provini si dà da fare per trovare il bandolo della
matassa.
Il gruppo è attivo da una decina d’anni (seppure con diverse configurazioni)
come trio con Chevrolet e Graf affiancati dal batterista Bernard
Trontin. Per questo progetto hanno messo temporaneamente a riposo Trontin e hanno
inserito Hänni e Provini. Il quartetto si avventura in un percorso
tormentato dove il linguaggio della sperimentazione prende il sopravvento e spazza via le
coordinate abituali, senza che questo provochi effetti di smarrimento o depistaggio:
l’obiettivo comune è interagire e il risultato è assicurato.
Do Da Monk del Roman Nowka’s Hot 3 (Altrisuoni) va a
curiosare con spirito sbarazzino nel book del grande pianista Thelonious
Monk. Il leader Roman Nowka si alterna fra chitarra e pianoforte e coi fidi
Simon Gerber al basso e Tobias Schramm alla batteria (ma anche il
bassista non si nega qualche migrazione verso organo, chitarra e voce) e affastella brani
originali con temi scritti da Monk stesso. Il patchwork funziona molto bene e mette
in risalto una volta di più la grande modernità della scritture monkiana e la facilità
dei suoi temi a farsi spunto per situazioni ancora attualissime dopo oltre cinquant’anni
dal momento della loro composizione. Nowka si dedica da parecchio tempo, con
particolare attenzione, ad esplorare il mondo di Monk e bisogna riconoscere che
lo sa fare molto bene, ricavandone linfa preziosa per proseguire il suo percorso
artistico, regalandoci emozioni intense e riflessioni proficue attorno ad uno dei più
grandi artisti del secolo appena terminato.
Such Monkey/Sacc’ Manch’ie del Pietro Vitale Jazz Combo (Brasserie
Demetra) profuma intensamente di sud, di luce, di energie meticcie, di
intensità mediterranee. La batteria del leader si pone al centro degli
arrangiamenti e si fa elemento propulsivo, con il prezioso contributo del bassista Aldo
Vigorito, per le voci di Ferdy Mazzariello e Cheikh Tangue Mbaye, per il
pianoforte del bravo Julian Oliver Mazzariello, per il vibrafono di Luigi
Vitale (che di Pietro è figlio), per la tromba di Marco Brioschi, per il
trombone di Nicola Ferro, per i sax e il clarinetto di Roberto Martinelli
e per gli altri amici che partecipano con il gusto della condivisione di un sogno
esotico. Si ascolta in lontananza l’eco del jazz arrivato con gli americani nel golfo
napoletana.
Tutto è sfumato nella solarità della passione, musica elegante, a volte
ingenua, ma in modo piacevole, verace, segnata sempre da una coralità encomiabile. E allora
che il sogno di Pietro Vitale continui, ad occhi aperti...
Shine di Theresa Andersson (Basin Street Records) è un buon
disco di rock americano proposto da una cantante dalla voce roca che ricorda
la prima Rickie Lee Jones. La band che l’accompagna è di buon livello, con un
picco evidente nell’ottimo chitarrista Shane Theriot. La produzione è
accurata, i suoni caldi, i brani ben scritti e ben eseguiti. La ragazza si esibisce anche al
violino, alle percussioni e alle tastiere. Emergono interessanti influenze della musica
cajun che ci conducono verso una sorta di gran finale rappresentato dalla intensa Lorraine’s Song,
profumata di sapori country, che vede come ospite il bravo Sonny Landreth
impegnato al dobro e alla chitarra.
Boogaloo To Beck di Dr. Lonnie Smith (edito da Scufflin’
Records) è un ammiccante omaggio all’arte di uno dei cantanti americani che vanno per
la maggiore, proposto da un classico trio organo-chitarra-batteria (suonati
rispettivamente dal mitico Dr. Lonnie Smith, da Doug Munro e da Lafrae Sci) che
nella metà dei brani proposti diventa un quartetto con la preziosa aggiunta del celebre
saxofonista David ‘Fathead’ Newman. Tutti i brani provengono dal book di
Beck e sono per l’occasione arrangiati dal chitarrista Doug Munro. In questo
contesto diventano veicoli per buone improvvisazioni sospese tra funky e soul che
trovano spunto più dalla buona vena degli interpreti che non dalla consistenza del
materiale, davvero impalpabile, almeno in questo contesto. L’organista col turbante imperversa
a destra e a manca e trova una sponda ben consistente nelle uscite del saxofonista,
mentre il chitarrista appare un po’ timoroso e tiepido per contrastare le colate di
lava che arrivano di continuo dall’Hammond fiammeggiante di Lonnie Smith.
Blueness di Doug Munro (Chase Music Group), Up Against
It di Doug Munro (Chase Music Group) e Jazz / Flamenco
Guitars di Doug Munro e Mariano Mangas (Purchase
Records) sono tre album che vedono protagonista il chitarrista Doug
Munro che già avevamo incontrato nell’album di Dr. Lonnie Smith di cui abbiamo
appena detto.
Sono tre album decisamente minori, anche se qua e là emergono situazioni
interessanti. Come si diceva sopra, il chitarrista americano non è certamente un fenomeno
per quanto riguarda la personalità in senso artistico e anche tecnicamente non si staglia rispetto
alla media. All’interno di questa triade, l’album dove meglio sa mettersi in luce è Up
Against It, preso in trio, con buone soluzioni di arrangiamento, assoli discreti e un
drive non disprezzabile. Sono con lui l’organista Jerry Z e il batterista Jason
Anderson e in alcuni momenti,quando l’energia prende il sopravvento, si
scorge in lontananza la stele sacra innalzata da Tony Williams con il suo
progetto
Lifetime. Ma è meglio sgombrare il campo dagli equivoci. Siamo
lontanissimi da quelle vette.
Blueness è invece in quartetto, con il
saxofonista Ken Gioffre che non fa molto per far decollare il disco. Anche qui
troviamo l’organista Jerry Z mentre stavolta il batterista è Mike
Thompson e in alcune sezioni si aggiunge la voce di Alana Alexander. Un po’ di
routine nella formula e meccanismi ancora da mettere a punto rendono la proposta poco
significativa.
Il disco in duo col chitarrista di flamenco Mariano Mangas è un apprezzabile
tentativo di mettere a confronto due mondi piuttosto distanti. Il flamenco
sembra prendere il sopravvento, con la sua ricchezza di sussulti ritmici, mentre
Munro sembra spingere la sua ricerca di integrazione più nella fase in cui è in
assolo. Quando la palla ‘solista’ passa nel campo di Mangas l’accompagnamento del
chitarrista americano si fa più statico, quasi scolastico. Un incontro stimolante ma per
il matrimonio è meglio aspettare.
Sito di Pietro Vitale:
www.pietrovitale.it
Sito di Doug Munro:
www.dougmunro.com
Sito della Creative Records:
www.creativeworks.ch
Sito della Altrisuoni:
www.altrisuoni.com
Sito della Basin Street Records:
www.basinstreetrecords.com
Sito della Scufflin’ Records:
www.scufflinrecords.com/home.asp
Sito del Chase Music Group:
www.chasemusic.com
Sito della Purchase Records:
www.purchase.edu/munro
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