Stefano Merighi
Benchè continui a produrre dischi in modo quasi maniacale, non si può certo dire che
Anthony Braxton abbia ritrovato quella visibilità che negli anni settanta ne
faceva un faro della musica d'avanguardia. Anzi, il suo nome si pronuncia a fatica nei
circuiti del jazz, anche quello più aperto, che si guarda bene dall'inserirlo nei
cartelloni dei vari festival.
Poche note dunque per chi non abbia dimestichezza con l'artista. Chicagoano del 1945,
Braxton ha da subito intrecciato il jazz con un concettualismo radicale di
notevole rigore. Appassionato di matematica e di scacchi, è attratto da poli in
opposizione: da un lato le musiche europee post-Webern, dall'altro il cool jazz
à la Lee Konitz e Warne Marsh.
Studia la musica bandistica di John Philip Sousa, il ragtime, ovviamente il jazz
nero moderno, anche se nei primi settanta dichiarava una schietta antipatia per Miles
Davis.
Sassofonista e clarinettista virtuoso e complicato, entra nell'AACM e inizia una
carriera di straordinaria ricchezza creativa, realizzando centinaia di composizioni per
organici che vanno dal solo sax a quattro orchestre impegnate simultaneamente.
Non sa cosa voglia dire la parola compromesso. Dunque segue soltanto le sue inclinazioni,
non frequenta la scena poliedrica di oggi, ma è incuriosito da ogni aspetto della vita
sociale contemporanea. A questo proposito si legga la formidabile serie di dichiarazioni
raccolte da Francesco Martinelli e pubblicate nel numero di luglio-agosto di
Musica Jazz.
Negli ultimi anni, Braxton ha elaborato una complessa teoria musica nota come
Ghost Trance Music. Lo stesso autore, per fortuna, sostiene però che "non è
importante conoscere alcuna teoria, l'ascoltatore neofita può arrivare a questa musica
come a qualsiasi altra".
Four Compositions (GMT) 2000 offre musiche per quartetto con sezione ritmica e
pianoforte, ricollegandosi a quelle dell'ultimo grande gruppo braxtoniano, il quartetto
con Crispell, Dresser e Hemingway.
Sono pagine costruite a moduli, in cui l'esecutore può richiamarne altre in certi
passaggi.
La notazione di Braxton non è di tipo tradizionale. Niente battute, niente griglie di
accordi. Indicazioni grafiche, invece, spazi stabiliti nei quali l'esecutore sa se è il
momento di suonare dei temi, o degli obbligati, oppure se è chiamato a improvvisare. Si
dissolve la pulsazione jazzistica, in nome di una serie di griglie ritmiche chiamate
pulse tracks, che determinano l'andamento del pezzo, spesso caratterizzzato da
grandi archi di intensità collettiva.
Rispetto ai molti dischi recenti di Braxton, questo è tra i più riusciti, aggregando una
quantità di idee che la maggior parte dei musicisti odierni nemmeno si sogna. È meno
cerebrale del solito, più propenso alla fluidità e all'armonia esecutiva.
"242" è davvero eccellente nella sua struttura elastica, dove ogni paio di minuti
cambiano tempo e tono degli assoli. La logica si combina bene con l'emozione, i partner
sono finalmente (quasi) all'altezza del loro leader. Che dal canto suo spreme collane di
frasi vertiginose passando velocemente dal flauto al soprano al contralto. C'è sempre un
incipit di marcia surreale, quasi meccanica, che apre le stanze della musica.
Anche la "243" presenta una molteplicità di situazioni. Qui l'assolo vocalizzante di
Braxton sembra proprio di clarinetto (ma le note di copertina non lo indicano nel set di
strumenti a disposizione), e c'è spazio per una bella prova del batterista Noam
Shatz.
Ma il pezzo più affascinante, benchè sulle prime appaia trasandato, è "244", fondato su
un improbabile impasto timbrico tra sax basso e melodica.
Lo sviluppo è del tutto imprevedibile ed offre le più svariate combinazioni che la
tavolozza dei vari strumenti può inventare.
Meno felice invece la "245" finale, in linea con molte altre partiture braxtoniane.
Il quartetto del doppio album Barking Hoop (casa discografica fondata dal fido collaboratore
Kevin Norton), invece, è quello ascoltato di recente
al festival di Bergamo, con Andy Eulau, Kevin O'Neal e lo stesso Norton.
È registrato dal vivo alla Wesleyan University e presenta otto standard, alcuni scelti
con bella sensibilità.
Il Braxton che si misura con gli standard jazz non è certo una novità, risale anzi agli
anni settanta. Ma rispetto a quel periodo, il solista ha un po' perso mordente, quella
ferocia iconoclasta che faceva drizzare le orecchie.
Il metodo è il medesimo: la ritmica garantisce uno swing secco, senza grande voli di
fantasia, mentre Braxton macina chorus su chorus, imponendo il suo stile originale
ben lontano da quello dei maestri bop, per intenderci. Le sue scariche di semicrome,
addolcite come dicevamo da un atteggiamento più meditato e raccolto, si rifanno un po' ai
coolsters un po' a Dolphy, e producono uno tra gli stili più riconoscibili
di sempre.
Certo che sentire Braxton intonare la melodia di "Someday My Prince Will Come" fa un po'
sensazione. Spiccano nel repertorio le versioni di "Why Do I Love You" e soprattutto
della mingusiana "Duke Ellington's Sound of Love".
Detto che ascoltare il solismo di Braxton è sempre ossigenante, chi scrive pensa però che
lo stile dell'occhialuto chicagoano non combini affatto con quello di una chitarra
elettrica convenzionale. Dunque l'equilibrio della musica è precario, fondandosi
unicamente sugli exploits del leader, l'unico in grado di produrre tensione e alta
temperatura emotiva.
Valutazione:
Four Compositions (GTM) 2000 : * * * *
8 Standards (Wesleyan) 2001 : * * *
Sito di Anthony Braxton:
www.wesleyan.edu/music/braxton
Sito della Delmark:
www.delmark.com
Sito della Barking Hoop e Kevin Norton:
www.kevinnorton.com
Elenco dei brani:
Four Compositions (GTM) 2000
01. Composition 242 (Anthony Braxton) - 20:24
02. Composition 243 (Braxton) - 13:40
03. Composition 244 (Braxton) - 18:42
04. Composition 245 (Braxton) - 16:26
8 Standards (Wesleyan) 2001
CD 1
01. Airegin (Sonny Rollins) - 11:04
02. Escapade (Kenny Dorham) - 14:24
03. Nuages (Django Reinhardt) - 10:33
04. Someday My Prince Will Come (Churchill) - 9:11
05. Why Do I Love You (Kern-Hammerstein) - 9:24
CD 2
01. Punjab (Joe Henderson) - 10:32
02. Duke Ellington's Sound Of Love (Charles Mingus) - 5:21
03. Lullaby In Rhythm (Goodman-Sampson-Profit-Hirsch) - 12:12
Musicisti:
Four Compositions (GTM) 2000
Anthony Braxton (flauto, sax soprano, alto, baritono, basso e contrabbasso)
Kevin Uehlinger (piano, melodica)
Keith Witty (contrabbasso)
Noam Schatz (percussioni)
8 Standards (Wesleyan) 2001
Anthony Braxton (sax sopranino, soprano, alto)
Kevin O'Neal (chitarra)
Andy Eulau (contrabbasso)
Kevin Norton (batteria, percussioni, glockenspiel)