Migratory
Maroon (Head Fulla Brains - USA - 2001)
Maurizio Comandini
Questo duo costituito dalla cantante Hillary Maroon e dal
tastierista Benny Lackner si è dato dei modelli di riferimento piuttosto
disparati, ma ben sottolineati dalle scelte di repertorio. Intanto, spicca una bella
versione di "Dreams (If Time Weren't)" di Annette Peacock, vera musa della musica
creativa del ventesimo secolo, poi abbiamo "First Song" di Abbey Lincoln e
Charlie Haden, brano che chiude l'album.
Sono presenti, inoltre, due arrangiamenti molto contemporanei di "Caravan" e "Azure" di
Duke Ellington e una versione piuttosto soul di "Love Sick" di Bob Dylan,
dominata dal'organo di Lackner, che sostiene egregiamente la voce della sua
partner, e irrobustita da un bell'assolo del chitarrista ospite Mark Tewarson. Non
mancano una mezza dozzina di brani originali scritti dai due titolari del progetto,
insieme o separatamente, spesso alle soglie di un rock-blues post-moderno, sofisticato,
raffinato e con una buona dose di intensità.
Gli undici brani sono affrontati, dai due musicisti titolari del progetto, con l'aiuto di
tre batteristi (fra i quali spicca l'eccellente Pheeroan akLaff), del bassista
Andrew Emer e del percussionista J Why, presente solo in tre pezzi e anche
produttore del disco. In quattro brani si aggiunge la chitarra elettrica di Mark
Tewarson.
Di sicuro il riferimento più importante, almeno per la cantante, appare l'inarrivabile
miscela di eleganza, coraggio e originalità che caratterizzavano le rare occasioni
discografiche della Annette Peacock degli anni settanta. Sinora avevamo assistito
a ripescaggi dal repertorio della Peacock più jazzistica, quella legata dapprima
al bassista Gary Peacock e poi al pianista Paul Bley e salutiamo con
piacere il tentativo di portare all'attenzione degli ascoltatori del nuovo secolo l'arte
immaginifica della parte più oscura della carriera di questa artista straordinaria. La
strada da percorrere per arrivare a quei vertici inebrianti è ancora tanta, ma intanto è
interessante che qualcuno inizi a provarci.
Sito ufficiale di Hillary Maroon:
shoko.calarts.edu/~hill
Sito ufficiale della Head Fulla Brains:
www.headfullabrains.com
Live Bootleg
The Mahavishnu Project (Aggregate Music (autoprodotto) - USA - 2002)
Maurizio Comandini
Il vulcanico batterista Gregg Bendian, dopo il controverso e
fragoroso progetto The Sign of 4 che, sotto l'occhio incuriosito di Sherlock
Holmes, metteva assieme Pat Metheny, Derek Bailey e Paul Wertico,
gli eccellenti progetti Interstellar Space Revisited e Requiem for Jack Kirby [per
leggerne la recensione clicca qui]
(entrambi con Nels Cline alla chitarra), ne combina un'altra delle sue.
Questa volta a finire sotto la sua lente deformante (ma in questo caso non troppo) è la
Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, della quale vengono riproposti
otto brani tratti dai tre album pubblicati dalla prima incarnazione di quel celebre
quintetto diretto dal chitarrista scozzese.
Anche qui la formazione è quella del quintetto e vengono scrupolosamente rispettati gli
strumenti e i ruoli: Pete McCann alla chitarra, Todd Reynolds al
violino, Steve Hunt alle tastiere, Stephan Crump al basso e - ovviamente -
il leader alla batteria.
Si parte con "The Dance of Maya" e si prosegue toccando "Celestial Terrestrial
Commuters", "Trilogy", "Dawn" (in medley con "Open Country Joy" che qui diventa "Open
Country Jam"), "Birds of Fire", "The Noonward Race" (proposta in medley
con "Resolution"), "Dream" e "One Word". Il suono è corposo, aggressivo al punto giusto e
i cinque ci danno dentro, con grande rispetto per il modello di partenza, senza troppo
distaccarsene, anche se i trent'anni trascorsi, fra l'originale e il tributo odierno, non
sono passati invano e hanno prodotto un approccio più collettivo alla rilettura di questi
brani che, pur molto complicati da un punto di vista strutturale, in origine spesso
diventavano trampolini di lancio per performance solistiche di altissimo livello da parte
dei cinque componenti originali della band di McLaughlin.
I brani sono particolarmente complessi sotto il profilo ritmico, con tempi decisamente
inconsueti. Tempi che inoltre cambiano spesso durante i brani stessi, con
brusche frenate e improvvise ripartenze. La parte armonica delle composizioni utilizza
varianti super alterate degli accordi e richiede la conoscenza di scale decisamente
esoteriche, cosa che all'epoca provocò molti apprezzamenti e molto stupore da parte della
comunità dei musicisti. Molta acqua è passata sotto ai ponti, le competenze professionali
dei musicisti si sono decisamente innalzate e i cinque musicisti qui coinvolti sembrano
poter disporre senza alcun problema degli elevati requisiti tecnici richiesti da questa
musica così complessa e affascinante.
I cinque sembrano anche metterci molta passione e probabilmente una componente importante
di questo progetto è data proprio dal grande divertimento che i cinque provano
nell'affrontare una musica che faceva parte del loro vissuto quotidiano quando erano
musicisti in erba. A questo proposito Greg Bendian racconta nelle note di
copertina della sua fascinazione per l'album Birds of Fire che uno zio progressivo
gli aveva regalato in cassetta, nel 1973. Il piccolo Gregg si era abituato ad
usarla come musica notturna da far suonare, sotto al cuscino, ogni sera... una sorta di
aperitivo al sonno. I frutti di questo comportamento, che all'epoca poteva sembrare
inconsueto e maniacale, sono maturati dopo trent'anni, ma sono frutti profumati e
meritevoli di essere assaggiati.
Sito del Mahavishnu Project del gruppo:
www.mahavishnuproject.com
Pictures of Motion
Ken Field (sFz Recordings - USA - 1999)
Maurizio Comandini
Ken Field, saxofonista del gruppo Birdsongs of The
Mesozoic, si propone con il suo secondo lavoro da solista che lo vede impegnato ad
esplorare, con grande convinzione e con ottimi risultati, varie declinazioni della
tecnica della multi-registrazione. Il suo sax si esibisce a volte in perfetta solitudine, a
volte con l'aiuto di basso e batteria, a volte con l'aiuto delle due ottime saxofoniste
Amy Denio e Jessica Lurie, ma sempre sovrapponendo registrazioni multiple
del suono strumentale. Questa tecnica gli consente di evitare l'uso di tastiere o
chitarre (solitamente fornitrici designate della tessitura armonica dei brani) e, allo
stesso tempo, di avere la possibilità di operare anche sulla dimensione verticale della
musica, sulla strutturazione accurata dei suoni in sovrapposizione.
I brani sanno essere a volte piuttosto sperimentali, a volte addirittura funky (non
dimentichiamo che Ken Field è anche l'autore di alcune musiche della serie
televisiva Sesame Street), a volte semplicemente sono brani di jazz quasi
mainstream, suonati però da qualcuno che sa prendersi i giusti rischi e ignora i
ristoranti suggeriti dalle guide per andare a cercarsi qualche bella trattoria fuori
strada. Insomma un musicista creativo, che vuole pensare con la sua testa e che si fa
poco condizionare dalle mode e dai trend.
Le potenzialità armoniche fornite dalla tecnica delle registrazioni multiple,
sovrapposte, vengono messe particolarmente in luce in una bella, seppur breve, versione
di "Time Remembered" uno dei temi più malinconici del pianista Bill Evans. Un
brano per niente convulso, quasi serafico, che delle complessità e raffinatezze armoniche
fa il suo credo essenziale. La finale "Bells of Balance" chiude morbidamente e
suggestivamente con il leader impegnato a suonare campane, campanelle e piccole
percussioni che si sovrappongono come una sorta di carillon finale che lascia una scia
luminosa che rimane a lungo nella nostra memoria.
Sito di Ken Field:
fieldk.home.att.net
Sito della sFz Recordings:
www.sFzRecordings.com
Memphis Underground
Herbie Mann (Atlantic/Warner - USA - 2002 [ristampa])
Maurizio Comandini
Non si può proprio dire che Herbie Mann sia stato un flautista
che ha lasciato grandissime tracce di sè e della sua arte, nella storia del jazz. Spesso
è stato un banalizzatore di concetti già espressi al meglio da altri. Il suo ruolo è
stato semmai quello del divulgatore, spesso piacevole e in grado di raggiungere pubblici
eterogenei, alla luce della innocuità di base della sua produzione che, paradossalmente,
secondo i principi di marketing delle case discografiche dominanti, la fa diventare buona
per tutte le stagioni.
Questo Memphis Underground è probabilmente uno dei suoi dischi più riusciti e bene
fa l'Atlantic a ripubblicarlo, con una eccellente masterizzazione, nella serie Atlantic
Masters, in un momento in cui l'interesse per il soul jazz è tornato a manifestarsi,
anche a seguito dell'attività delle jam band americane, che spesso saccheggiano a piene
mani nella produzione più disimpegnata della fine degli anni sessanta, riscoprendo
piccole gemme che meritano di essere rivalutate.
L'album venne pubblicato nel 1969, anno della sue registratione, ovviamente
a Memphis, allora scena principale della musica soul. Sono
impegnati, assieme al leader e ad un manipolo di musicisti locali, utilizzati per fornire
la ritmica di base, anche i chitarristi Larry Coryell (qui particolarmente caldo e
ispirato) e Sonny Sharrock, una vera leggenda della scena delle avanguardie
jazzistiche. Al vibrafono troviamo un Roy Ayers in gran spolvero e, nel solo brano
che da il titolo all'album, Miroslav Vitous si aggiunge col suo basso
elettrico.
Il solo fatto di avere dato la possibilità a Sonny Sharrock di poter sbarcare il
lunario (e addirittura qui il nostro eroe prende anche un assolo fatto di scintillanti
spezzoni di puro rumore nel brano "Hold on I'm Comin'"), senza neanche troppo
costringerlo ad una impossibile normalità, e accettando bonariamente i suoi singulti
terroristici, dovrebbe bastare per far guadagnare a Mann un posticino nel paradiso
dei musicisti veri. Basta che si limiti ad ascoltare e che non pretenda di portarsi pure
il flauto.
Sito dedicato a Herbie Mann:
www.herbiemannmusic.com
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