Gennaio 2005
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L'importante è partecipare (parte seconda)
Maurizio Comandini
Come si diceva nella prima parte (per leggerla clicca
qui) la musica può nascere con motivazioni ed obiettivi differenziati. Godiamoci un'altra decina di
progetti che forse non cambieranno il corso della storia ma che certamente sapranno
fornirci spunti per riflessioni interessanti sulle peculiarità di queste proposte e sul
loro universo di valori.
In a Dubious Manner di Hugh Hopper e Julian Whitfield (autoprodotto
dai musicisti, pubblicato dalla Burning Shed) viene distribuito a margine dei concerti
che vedono impegnato Hugh Hopper, celebre bassista che ricordiamo come uno dei
pilastri della avventura Soft Machine. Oppure lo si può richiedere
all'organizzazione Burning Shed che praticamente funge da editore su richiesta,
ovviamente su incarico dei musicisti. In questa avventura la parte del leone tocca
indubbiamente al chitarrista Julian Whitfield che sa ben amalgamare le influenze
più disparate che governano le escursioni sonore. Il basso pieno di grumi e sfrigolii di
Hopper è comunque il giusto condimento che queste ricette molto originali
meritano. Non mancano escursioni in zona hard rock quasi metallaro e sapori rock-blues
del tutto imprevedibili che emergono dall'armonica di Alan Clarke. Poi le canzoni
si stemperano in divagazioni jazzistiche con il sax di Pierre-Oliver Govin in
bella evidenza. Ci sono altri ospiti qua e là, ma sostanzialmente il peso maggiore del
lavoro è sulle spalle dei due musicisti che firmano l'album.
Cathanger '86 del gruppo Dreamtime (pubblicato dalla Hux Records) è un bel
lavoro della formazione messa assieme dapprima come trio dal trombonista Nick
Evans, dal saxofonista Gary Curson e dal batterista Jim Lebaigue. Il
gruppo si è successivamente allargato e all'epoca della registrazione di questi nove
brani, nel 1986, si erano aggiunti il bassista italiano Roberto Bellatalla, il
trombettista Jim Dvorak e (in sette brani su nove) il pianista Keith
Tippett. La musica si muove con coerenza e determinazione in uno scenario
decisamente free che per dichiarazione dello stesso Nick Evans si colora di
sfrangiature folk che partono dall'Africa per giungere in Cina e spostarsi
repentinamente nei territori abitati dagli Indiani d'America. I cambi di tempo sono
repentini, gli assoli debordanti, spesso contrappuntati da linee provenienti dagli altri
musicisti. In grandissima forma appaiono Nick Evans e Keith Tippett, i due
musicisti più noti di questo gruppo. Ma la vera forza del gruppo sono gli ensemble, con
i fiati a spingere a tutto gas. Le composizioni sono tutte originali e sono firmate
collettivamente dal gruppo oppure da componenti dello stesso. Fa eccezione la
conclusiva "Freedom - Dalbe 345" firmata da Radu Malfatti, il trombonista
svizzero trapiantato in Inghilterra che è stato spesso compagno di avventura di Nick
Evans.
Those Times di Michael Musillami (pubblicato dalla Playscape Recordings)
presenta il nuovo capitolo dell'imperterrita avventura di questo chitarrista sospeso fra
avanguardia e modernità ma con uno sguardo curiosamente consapevole della tradizione,
particolarmente in evidenza in questo progetto. Un'avventura che non sta raccogliendo i
consensi che certamente merita, in un filone un po' trascurato della storia della
chitarra moderna. Intendiamoci, Michael Musillami non è un vero e proprio
innovatore, almeno per quanto riguarda la sua tecnica e le sue strutture compositive, ma
è certamente un artista coraggioso e sincero che porta avanti un discorso impegnato e
originale, fatto di scelte radicali probabilmente più avanzate, da un punto di vista
concettuale, rispetto alla sua padronanza tecnica del linguaggio. La sua storia
personale si è intrecciata con quella del compianto Thomas Chapin, anche se
rispetto a quest'ultimo manca a Musillami la capacità visionaria di sintetizzare
i linguaggi del free e dell'avanguardia, facendo fare alla musica un deciso salto in
avanti. In questo album il chitarrista è accompagnato dal pianista Ted Rosenthal,
dal bassista Ted Shapiro e dal batterista George Schuller, ottimi partner
per un album che pare particolarmente riuscito. Il chitarrista americano sa
sapientemente utilizzare la paletta timbrica che questa formazione piuttosto
tradizionale gli mette a disposizione e il lavoro sa evocare un clima post-bop non
dissimile dalle avventure degli anni ottanta di Jim Hall, con un riferimento
specifico a quanto quest'ultimo caposcuola seppe fare con i canadesi Don Thompson
e Terry Clarke. Il repertorio è fatto più di standards che non di originali e la
cosa è del tutto coerente col clima generale che emana da questa musica. Da segnalare la
rilettura del bel tema "Beatrice" scritto da Sam Rivers.
Locustland di Stuart Liebig (pubblicato dalla pfMENTUM) ci spiazza
immediatamente con un clima quasi da blues-rock particolarmente angolare, guidato
dall'armonica minacciosa (e cromatica) di Bill Barrett. Per un progetto
proveniente da una delle etichette più laterali nel versante dell'avanguardia, è una
sorpresa non da poco. Ma è una sorpresa del tutto piacevole, anche perchè strada facendo
la grande abilità dei quattro musicisti impegnati in questo gruppo (The Mentones)
diretto dal contrabassista elettrico Stuart Liebig viene fuori nella sua
pienezza, recuperando sonorità del tutto coerenti con le aspettative, seppure incanalate
in strutture bene delineate. Il sax alto di Tony Atherton è delirante quanto
basta e sa innestare scartamenti improvvisi verso aree zappiane e medio-orientali. La
scansione ritmica del bravo batterista Joseph Berardi si incrocia perfettamente
con le linee profonde e zigzaganti del leader, certamente uno dei bassisti più
interessanti e meno noti della scena musicale. I quattro si prendono una sorta di
vacanza dalle lande della sperimentazione più radicale alle quali ci hanno abituato. È
un invito da raccogliere al volo, anche perchè la terra delle locuste sembra assi meno
desolata di quanto ci si poteva attendere.
Ghost di Richard Bliwas (pubblicato dalla Rising Rose Records) prosegue il
racconto di questa autore che parte da un approccio letterario per ottenere manufatti
musicali che hanno tutte le caratteristiche delle opere d'arte. In questo Ghost
il buon Bliwas è come sempre al pianoforte, all'organo, al piano elettrico e alla
voce. Lo accompagnano il saxofonista Charles Ned Goold, il chitarrista Ben
Sher e il percussionista Valtinho Anastacio, ottimi musicisti che sembrano
ben 'dentro' al progetto complessivo. Spesso il loro suono appare spettrale (e visto il
titolo dell'album, la cosa non è del tutto inattesa). Ma sanno essere anche
prepotentemente elettrici e luciferini, in una decisa presa di posizione che distacca
questo Ghost dal precedente lavoro Walk
the Bike. Il quartetto si addentra
in territori poco riconoscibili, caratterizzati da soluzioni compositive inusuali e
arrangiamenti ben stratificati che fanno da ambiente rigoglioso per i testi e
l'interpretazione vocale del leader, abituato a lasciare un segno indelebile ben
riconoscibile. Come si diceva non mancano momenti più sperimentali, densi di fascino
(vedi "Reality") e il mood sembra più scuro rispetto al passato. Nel pianismo di
Bliwas emergono echi romantici che svolazzano per un istante per poi cedere il
campo ad un incedere quasi blueseggiante che esalta le risposte dei suoi compagni
d'avventura, in una sorta di 'patois' del tutto peculiare e meritevole di attenzione
Tranzition di Richard Pinhas (pubblicato dalla Cuneiform) è una sorta di
diario musicale di questo poco noto musicista francese che porta avanti da tempo un suo
progetto piuttosto solitario e autoctono. L'elettronica si fonde con l'arte delle
sovraincisioni e gli scenari che ne derivano sono allucinati e allucinanti. Una vera e
propria immersione in un fiume di lava incandescente che si espande a vista d'occhio. La
musica è come avvolta in una sorta di nebbia colorata, che varia costantemente il
proprio grado di densità, dalla quale emergono voci recitanti che evocano situazioni
cinematografiche e meditative. Il senso di avvolgimento è assoluto e se si cerca di
scappare si rimane sospesi sul nulla. In alcune sezioni una batteria molto circolare,
affidata al bravo Antoine Paganotti, ricorda l'incedere maestoso di Nick
Mason nei momenti più tribali dell'avventura dei Pink Floyd. In questi
brumosi territori trovano cittadinanza anche il violino di Philippe Simon e il
computer di Jérôme Schmidt, entrambi impiegati per aggiungere fasce sonore che si
accumulano sulla debordante glossolalia che pervade i layers sovrapposti di Pinhas.
Poetry of Appliance del Richard Leo Johnson Trio (pubblicato dalla
Cuneiform) è un disco che ci consente di apprezzare un ottimo chitarrista non
troppo noto ma particolarmente ferrato da un punto di vista tecnico. Johnson è un
vero e proprio innovatore anche nell'approccio alla meccanica dello strumento e ha
ideato una trentina di sistemi alternativi di accordatura delle sue chitarre che per di
più hanno spesso corde duplicate e configurazioni a manico doppio. Tutto questo richiede
una disciplina mentale assoluta e una dedizione completa che non ammette deroghe.
Poetry of Appliance è il suo terzo album e troviamo al suo fianco due musicisti
di estrazione classica: Andrew Ripley suona lo Yamaha WX5 (un controllor midi a fiato) e
la melodica (manipolando il tutto attraverso il Frostwave Resonator della Korg); Ricardo
A. Ochoa è invece impegnato al violino acustico ed elettrico e al theremin. Non si può
certo dire che si un trio dalla strumentazione usuale! I tre si danno da fare per
riempire lo spazio con un suono elettro-acustico piuttosto originale che richiama alcune
sezioni dei lavori della Mahavishnu Orchestra, anche se l'assenza di basso e
batteria trascina la musica di questo trio verso una dimensione più pensosa, rarefatta,
cameristica e fuori dal tempo, sospesa fra folk, classica e rock. Questo non significa
che siano assenti i singulti ritmici: uno dei punti di forza di Richard Leo
Johnson è proprio quello di essere eccellente nella gestione ritmica delle sue
chitarre, vera dinamo inarrestabile che genera l'energia di fondo di questo album,
consentendogli di rimanere ben lontano dalle secche della musica 'ambient' priva di
corpo.
A Complex Nature del gruppo Yang (pubblicato dalla Cuneiform) è la
testimonianza preziosa del lavoro di quattro musicisti francesi che cercano di trovare
una strada personale all'interno del filone del rock progressivo. Il punto di
riferimento all'interno del gruppo è certamente Frederic L'Epée, chitarrista con
alle spalle una lunga militanza in gruppi di rock progressivo (Shylock,
Philharmonie) che hanno lasciato il segno anche fuori dai confini transalpini. Al
suo fianco, per continuare l'avventura già intrapresa coi due precedenti gruppi,
L'Epee ha chiamato un giovane chitarrista, Julien Vecchié (che è stato suo
studente), il bassista Stéphane Bertrand e il batterista Volodia Brice che
già era con L'Epée nel gruppo Philharmonie. L'obiettivo di ritrovare una
nuova energia è stato pienamente raggiunto e la componente rock prende decisamente il
sopravvento su certi barocchismi che rischiavano di ancorare al suolo la navicella
precedente. Il paragone con i King Crimson non può essere evitato e il gruppo
sembra non essere affatto infastidito da questo e anzi sembra crogiolarsi sul rapporto
delle due chitarre che chiaramente richiama il gioco di Robert Fripp e Adrian
Belew. Dalle sei corde, moltiplicate per due, cola fuori materia lavica che si
solidifica velocemente in solide strutture che si mettono al centro della costruzione e
tutto sembra ruotare attorno a loro. Un gioco di specchi dal quale emergono assoli
interessanti e idee compositive di buon livello, seppure chiaramente derivative. Ma nel
mondo del rock nulla si inventa e semmai tutto si rimette in gioco, magari rendendo
semplice la natura complessa delle cose.
Double Negative dei Muffins (pubblicato dalla Cuneiform) è la ennesima
dimostrazione della bravura di questi veterani della scena progressive americana. Questo
album è forse il progetto più ambizioso messo in cantiere e i risultati sono degni della
massima attenzione. La loro reunion di alcuni anni fa (dopo diciotto anni di assenza)
avrebbe potuto tingersi dei colori della semplice operazione di rilettura del passato,
con l'ottica dei reduci, dei sopravvissuti. Ma invece i Muffins dimostrano di
avere una forza interiore molto pronunciata e si immergono fino al collo in una tela
complessa e multicolorata che tenta di costruire il nuovo, senza alcuna paura e senza
speculare sul passato. Il gruppo è sempre costituito dai saxofonisti Thomas Scott
e Dave Newhouse (entrambi suonano anche flauti, clarinetti e tastiere), dal
bassista Billy Swann (che suona anche la chitarra acustica) e dal batterista
Paul Sears (che suona anche la chitarra elettrica). In questa occasione ci sono
ospiti importanti: dallo straordinario Marshall Allen (saxofonista di punta della
band di Sun Ra) all'altro saxofonista Knoel Scott (anche lui proveniente
dalla stessa band, seppure meno noto); dal trombonista Doug Elliott ad un
quartetto d'arco guidato dalla violinista Amy Taylor. Si potrebbe dire che la
musica si sposta in territorio più jazzistico rispetto al passato, ma l'impianto rimane
quello del rock progressivo d'autore e il cambiamento sembra più il frutto del lavoro
degli importanti ospiti che non una modifica strutturale. Anche perchè il linguaggio
complessivo non è quello del jazz, lo è semmai, in alcuni momenti, la pronuncia dei
solisti. Double Negative è una sorta di immenso affresco pieno di dettagli che
bisogna digerire con calma, assimilare, interpretare. Solo il tempo saprà dire se è un
capolavoro o semplicemente un trip nelle terre ignote senza tempo e senza padroni.
Family del gruppo danese Autofant (pubblicato dalla Ilk) è una piacevole
sorpresa che arriva dal paese di Amleto. Un album non semplice da interpretare, perchè
ai primi ascolti si rimane un po' stupiti da una certa semplicità del materiale, che
sembra uscito, a livello strutturale, da un piccolo seminario sull'armonia che si
potrebbe tenere in una scuola elementare. Poi ci si accorge che quella scuola elementare
magari è situata non a Copenhagen o a Lund, ma si trova invece a Kathmandu o ad Ulaan
Bataar e le cose cominciano ad assumere una prospettiva diversa, più intrigante. Il trio
danese sembra volere liberarsi delle complicazioni e delle turbolenze che circondano
ormai ogni nostra giornata, per ricercare una serenità messa in dubbio solo dalla
granulosità del suono, ampiamente basato sui synth analogici del leader Henrik
Sundh. Suoi degni compari sono il bassista Johan Segerberg, quasi mai
chiamato ad emergere da un oscuro lavoro di raccordo nei meandri 'ambient' degli
arrangiamenti e il batterista Kresten Osgood, uno dei migliori giovani batteristi
del continente. Di quest'ultimo abbiamo già ampiamente parlato in occasione di un tour
italiano di Michael Blake, del successivo disco a nome di Blake stesso e
in occasione della pubblicazione dell'eccellente Hammond Rens a suo nome. (Per
approfondire clicca
qui, clicca qui, clicca qui). In questa
occasione Osgood non è particolarmente in evidenza, proprio perchè questa musica
non lo richiede. Ma il suo drumming fantasioso, nervoso ed essenziale sa farsi valere
anche in un progetto anomalo e spiazzante come questo.
Per approfondire:
Sito della Burning Shed:
www.burningshed.com
Sito della Hux Records:
www.huxrecords.com
Sito di Michael Musillami:
www.michaelmusillami.com
Sito della pfMENTUM:
www.pfmentum.com
Sito di Richard Bliwas:
www.richardbliwas.com
Sito della Cuneiform:
www.cuneiformrecords.com
Sito dei Muffins:
www.themuffins.org
Sito degli Autofant:
www.autofant.net
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