Gennaio 2004
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Percorrendo la tortuosa strada dell'utopia, fra alienazione e surrealismo
Maurizio Comandini
Le strade tortuose che portano all'affermazione in campo artistico, come in tutti gli
altri campi in cui l'uomo si mette in competizione coi suoi simili e con la storia, sono
sempre più impervie e pericolose. Il buon Andy Wharol sosteneva che, con l'esplosione dei
mezzi di comunicazione, ogni abitante del pianeta è destinato ad avere, prima o poi,
l'opportunità di godere dei propri 5 minuti di fama.
Ma le cose non sono così semplici.
Del resto, chi è realmente interessato a cinque (soli) minuti di notorietà?. Proviamo ad
intrecciare diverse storie e diversi artisti emergenti, giustamente abbarbicati alle loro
peculiarità, alle sottili differenze che consentono l'emergere della loro identità,
perennemente in lotta con il moloch discografico (che ormai è un vero e proprio gigante
coi piedi di argilla), alla disperata ricerca di un'opportunità che non sia castrante per
le loro proposte e allo stesso tempo possa consentire loro di arrivare ad un pubblico più
ampio possibile. Un pubblico sempre più indifferente, anche perché bombardato da proposte
infinite, quotidiane, incessanti. Magari il ricorso ad un tocco di pura follia surreale
potrà porre un rimedio, almeno temporaneo. Chissà dove sta davvero l'alienazione...
Looking for a Title del chitarrista trentino Enrico Merlin è un ottimo
album in cerca non solo di un titolo, ma anche di una pubblicazione che non è ancora
arrivata (anche se siamo molto fiduciosi.). Merlin è noto soprattutto per la sua
eccellente attività di studioso (Miles Davis, ma non solo) e per essere la dinamo
inarrestabile di diversi progetti musicali che vanno dal dixieland rivisitato alla
sperimentazione fra rock e zappismi vari, versante che possiamo ben apprezzare in questo
album. Al di là di qualche sporadica collaborazione esterna, i diciotto brani (comprese
le cover di "Little Wing" e di "Darn That Dream") sono stati realizzati integralmente
dallo stesso Merlin, che ci tiene a sottolineare, nelle note di copertina, che
l'album non contiene suoni provenienti da sintetizzatori e tastiere. Ascoltandolo ci
torna in mente la definizione del cinema che il grande Alfred Hitchcock donava
all'attento François Truffaut: non un trancio di vita, ma un trancio di torta.
Ecco, in questo caso, la torta preparata amorevolmente da Enrico Merlin, contiene
veramente di tutto, da sampler malandrini a elucubrazioni siderali, da voci rubate chissà
dove ad assoli straripanti di appassionata conoscenza di mille universi musicali. Ma il
tutto è amalgamato perfettamente e il sapore complessivo riesce ad essere ben definito e
personale, come è giusto che sia. Davvero notevole.
Bix della Tiger Dixie Band (pubblicato da Velut Luna) potrebbe
essere banalmente scambiato per un disco di dixieland eseguito da un gruppo un po'
scombiccherato (lo diciamo perché qualche critico illustre è caduto nella trappola e ci
ha lasciato le penne). La cosa è invece molto più sottile. Qui si vuole partire dal mondo
ormai dimenticato di Bix Beiderbecke per arrivare ai giorni nostri, mettendo in
campo una eccellente conoscenza di quegli stilemi un po' datati, non già per
un'operazione di stucchevole conservazione, ma per sottolinearne la validità come fonte
di ispirazione per musicisti che giustamente rivendicano la loro contemporaneità. Per
l'occasione vengono coinvolti nel progetto la cantante Lucia Minetti e il
trombettista tedesco Markus Stockhausen (e già questa scelta dovrebbe essere
interpretata come un segnale preciso della direzione che il gruppo ha deciso di
intraprendere con questo album). I sedici brani mischiano celebri composizioni di
Bix e compositori coevi (ma c'è anche Leoncavallo), con originali che
provengono principalmente dalla penna di Stefano Caniato, il pianista della
Tiger Dixie Band. Anche in questo caso il chitarrista-banjoista Enrico
Merlin appare come l'elemento discriminante, quello che fa la differenza, spingendo
in avanti la ricerca, ferocemente indifferente alle istanze dei puristi e alle loro
preoccupazioni per profanazioni che sono invece decisamente benvenute, gioiosamente
interessato a trovare isole di piacere edonistico dentro a strutture abitualmente
ricoperte di polvere. Ascoltatelo, scoppiettante di energia, nei brani conclusivi, dove
il feeling con Markus Stockhausen sembra raggiungere un punto di non ritorno.
Upupe, Farfalle autoprodotto dallo Sgrenaisàde Quintet è un album di
sorprendente freschezza, più sul versante dadaista che non su quello surrealista. Il
gruppo è del tutto sconosciuto e loro stessi hanno parecchi dubbi sull'origine e sul
significato del loro nome (anche se non nascondono che il Divin Marchese c'entra
qualcosa), ma questo non è poi così importante. Quello che conta è l'alto tasso di lucida
follia che emerge da questi quindici brani, tutti originali, presumibilmente firmati dai
vari componenti del gruppo (la brutale fotocopia che fa da copertina al promo non lo
specifica). Sono della partita Adalberto Bresolin (sax tenore e percussioni),
Enrico Antonello (tromba, percussioni e voce), Gi Gasparin (chitarra
elettrica, percussioni e voce), Luigi Furlan (basso elettrico e percussioni) e
Stefano Porro (batteria e percussioni). L'album è stato registrato a marzo del
2003 ed è presumibilmente tuttora in attesa di un editore (in caso, sono disponibili
copie su richiesta, contattando il trombettista a questo indirizzo di posta elettronica:
brother@goldnet.it). La musica è un riuscito blend, molto jazzato, di influenze diverse,
che vanno dalla musica circense al punk, con un'ottima capacità di amalgama. Non ci
sorprenderebbe troppo scoprire che questi cinque musicisti adorano il Willem Breuker
Kollektief e altre band europee a cavallo fra avanguardia e rock un po' demenziale.
Probabilmente anche il primo Frank Zappa rappresenta un modello di riferimento ben
assimilato. Lo strumento che sembra essere al centro del loro mondo è certamente il sax
di Bresolin, sempre attento a scappare via dai riff pestiferi che caratterizzano
molte parti di questo album, sempre pronto a citazioni beffarde ("Un Cuore Matto" su
tutte), sempre tagliente e abrasivo al punto giusto. Anche la chitarra di Gasparin
è lucidamente presente e si tira dietro la ritmica, sempre spezzettata e pronta a
reinventarsi. La tromba di Enrico Antonello pare voler rappresentare un elemento
di riflessione e di distacco, ma è assolutamente importante nella trama complessiva,
proprio per dare profondità al lavoro del gruppo. Nel calderone complessivo emergono
anche parti vocali misteriose e suggestive, un ulteriore colore strumentale che rimette
tutto in discussione. Altro giro, altra corsa.
Trinkle Trio del chitarrista Paolo Sorge (pubblicato dalla pugliese
Auand) è un riuscito omaggio alle composizioni di Thelonious Monk,
racchiuse elegantemente da un prologo e da un epilogo scritti da Sorge stesso. La
scelta di utilizzare la tuba di Michel Godard al posto dell'usuale basso consente
una tessitura del tutto peculiare che permette impasti sonori ancora più stralunati
rispetto a quelli che già abitualmente siamo portati ad associare alla musica del geniale
pianista americano. Il terzo lato del perfetto triangolo messo in campo da Sorge è
costituito dalla batteria di Francesco Cusa, prezioso punto di appoggio, capace di
farsi carico della tensione ritmica che procede immancabilmente a strappi (altrimenti non
sarebbe Monk), capace di efficaci soluzioni poliritmiche che spesso ricorrono a
soluzioni più da percussionista che non da batteur. Due siciliani ed un francese, tre
musicisti che non hanno timori reverenziali e sanno prendersi le loro libertà con
le composizioni di uno dei giganti della musica jazz. Lo fanno con gusto e con
leggerezza, lo fanno con evidente passione e solida competenza, lo fanno sperimentando
senza remore le mille strade che partono dal mondo di Monk per giungere ai suoni
del nuovo millenio.
For Miles and Miles del Massimo Donà Quintet (pubblicato da Caligola
Records) è un chiaro omaggio all'arte sopraffina ed immortale del grande Miles
Davis. Un tributo intelligente che non si nasconde dietro inutili revival ma cerca di
catturare lo spirito, il 'soffio' ci vien da dire, di uno dei più grandi artisti del
secolo appena concluso. I nove brani arrivano tutti dalla penna del leader, il
trombettista Massimo Donà, spesso chiaramente ispirato da brani legati al
Miles degli anni ottanta (vedi ad esempio "Theme for Waris" , "Aporia" e "No
Reason"). La poliritmica "Two Poets", dedicata ad Ed Blackwell e a Don
Cherry, viene firmata anche dall'attento batterista Davide Ragazzoni. Il
quintetto è completato da Lele Rodighiero alle tastiere, Francesco
Bearzatti al sax tenore e soprano e Nicola Sorato al basso elettrico. In un
paio di brani danno una mano la voce raffinata di Tiziana Ghiglioni e il
pianoforte elegante di Marcello Tonolo. Il contesto di riferimento è quello del
jazz elettrico venato in maniera intelligente di profumi fusion, senza cadere nella
tentazione di inseguire la spirale pericolosa del virtuosismo fine a se stesso, ma
cercando invece atmosfere sospese, isole di puro piacere, calde sensazioni di deja-vu che
fanno scattare riflessioni venate di tristezza positiva. Il leader conduce le danze, ben
assecondato dal generoso sax di Bearzatti e dalla ritmica, con un incedere quasi
sognante, certamente toccato da un'ispirazione che gli arriva dal fondo dell'anima.
QSL from Web del bassista Andrea Rossi Andrea (pubblicato da Splasc(H)
) è un album che ci fa pensare ad una sorta di estetica zen applicata alla musica.
Gli elementi in gioco sono scarni ed è il sottile gusto della loro disposizione a fare la
differenza. Fra lontani echi milesiani e impercettibili assonanze con la follia di
Daevid Allen, i tre musicisti che compongono l'organico che ha registrato questi
10 brani (oltre al leader, impegnato al basso elettrico, troviamo Luca Bovini alla
tromba e ad un paio di strumenti orientali e l'esperto batterista Tiziano Tononi),
si muovono con grande coerenza e circospezione, impegnati a dipingere un paesaggio
misterioso ed affascinante, caratterizzato da percorsi che si intrecciano dentro la
materia sonora, facendola immancabilmente espandere in maniera organica, dapprima in
lenta evoluzione, per poi giungere ad esplosioni laviche che lasciano una traccia
ustionante. Il bassista sa estrarre dal suo strumento suoni percussivi potenti, che nella
trama allargata si fanno circolari, il batterista è perfettamente in sintonia e sa
trovare il modo di fare rimbalzare il ritmo dalle parti più impensabili. La tromba slide
di Bonvini si nasconde e riappare, enigmatica, serafica. Il gatto sornione nella
tana di Alice. Non mancano piccole isole di contemplazione, immerse in superfici liquide
sulle quali si diramano brividi di piacere. Una proposta decisamente insolita nel
panorama italiano.
Facing the Wall di Maurice Magnoni (pubblicato da Altrisuoni) ci
presenta una riuscita collaborazione fra questo saxofonista svizzero e il conterraneo
batterista Fredy Studer (che ricordiamo prezioso collaboratore del chitarrista
Christy Doran, col quale aveva fondato, nel lontano 1972, il gruppo OM). A
completare l'organico troviamo anche Nicolas Sordet impegnato a fornire, con il
suo computer, un frusciante tessuto connettivo di fondo. Gli oltre settanta minuti sono
frazionati in 13 episodi, ma il filo comune è rappresentato dal desiderio di affidarsi
completamente all'improvvisazione, lasciandosi andare all'ispirazione del momento, un
fiume in piena nella cui corrente è inebriante perdersi. Il leader è in chiaro trasporto
estatico coltraniano, sin dall'approccio timbrico. Si dimostra capace di porsi come
trascinatore carismatico, impegnato in voli carichi di tensione e di zigzaganti
diversioni. Si sposta incessantemente dal sax soprano al sax tenore, al sax baritono e al
clarinetto basso, con perfetta padronanza tecnica posta al servizio di un flusso di idee
che sembra inarrestabile. L'utilizzazione, come fondale in perpetua trasmutazione, del
magma elettronico proveniente dalle manipolazioni al computer di Sordet, è
decisamente una scelta progettuale indovinata e i tre musicisti marciano dentro questo
flusso con un senso unitario molto accentuato. Studer è puntualmente in grado di
districare un suo percorso ritmico, trovando assonanze e coordinate che come per magia
riescono a formare una griglia di riferimento essenziale per la mappatura del territorio.
Ne deriva una strutturazione ben percettibile dell'improvvisazione, una sorta di fune che
consente, all'ascoltatore, di affrontare la scalata senza troppi rischi. Lasciandosi
trascinare dall'ebbrezza.
ELP del trio Ehinger, Lindemann, Pitteloud (pubblicato dalla svizzera
Unit Records) è davvero una delle più belle sorprese di questi ultimi tempi. Un
lavoro perfettamente calibrato, sfuggevole ai tentativi di definizione. Con sezioni molto
sperimentali che si alternano a momenti trance quasi da jam band, con pensosi ostinato
che sfociano in squarci di parossismo ai quali non si può sfuggire. Philippe
Ehinger alterna il clarinetto al clarinetto basso; François Lindemann è al
pianoforte e al piano elettrico e si occupa anche della elettronica e dei gong; alle
percussioni e alle tabla troviamo Raphael Pitteloud. Gli undici brani sono tutti a
firma dei componenti del trio, in varie combinazioni. In parte sono stati registrati dal
vivo a maggio del 2002, per il resto arrivano da sedute di registrazione del 2000
tenutesi a Losanna. Il timbro ombroso del clarinetto basso è certamente responsabile di
buona parte del fascino di questo album, richiamando alla memoria il celebre ostinato sul
quale è costruita la title track dell'immortale capolavoro di Miles Davis,
Bitches Brew. Ma anche le sortite al piano elettrico di Lindemann sono di
assoluto valore, così come la sapiente gestione delle percussioni da parte di Pittteloud.
Qualsiasi riferimento ad Emerson Lake & Palmer (come potrebbe maliziosamente far
pensare il titolo scelto dal trio svizzero) è invece del tutto casuale.
The Colonel della Walter Thompson Orchestra (pubblicato da 9 Winds)
è un oscuro lavoro di alcuni anni fa (le registrazioni sono del 1995 e del 1996, la
pubblicazione è del 1998) che merita di essere riscoperto e rimeditato. Thompson è
un compositore/conduttore (e saxofonista) che ha progettato e realizzato, con ottimi
risultati, un sistema di composizione e conduzione, legato alla gestualità, che ha
applicato a questa formazione allargata che conta su una ventina di eccellenti musicisti
(si va da Dave Douglas al compianto Thomas Chapin, da David Tronzo a
Philip Johnston, da Steven Bernstein a Michael Blake e così via). Le
composizioni riescono a fondere lo spirito avventuroso e i ritmi complessi del jazz più
sperimentale con un rigoroso approccio strutturale, tipico della musica contemporanea. Il
grande valore dei musicisti impiegati aiuta in maniera decisiva il progetto e abbiamo il
piacere di poter ascoltare eccellenti uscite in assolo di Thomas Chapin, di
David Tronzo, di Michael Blake e di altri. I riferimenti spaziano da
Charles Ives alla Globe Unity, senza tralasciare i benefici influssi
portati da Joe Gallant (che di questo lavoro è co-produttore) e dalle larghe
formazioni di Vinny Golia, deux ex-machina della casa discografica che ha
pubblicato e ha tuttora in catalogo questo eccellente lavoro.
Dimensions del gruppo belga Octurn (pubblicato da De Werf) è un
eccellente lavoro che prosegue l'esplorazione di climi da piccola big band che già
caratterizzavano il precedente album The Book of
Hours. In questo caso il mood è meno medioevale e la ricerca si spinge semmai verso il futuribile, con
arrangiamenti sontuosi e solisti pieni di acume. La lunga suite in dieci movimenti che dà
il titolo all'album apre le danze con aperture misteriose che si fanno solenni e
circolari. Per quaranta minuti abbondanti osserviamo il dipanarsi di strutture
raffinatissime che si intrecciano con grande eleganza e determinazione. Siamo dalle parte
dei nipotini di Gil Evans (come non ricordare la scintillante Maria
Schneider e il geniale Laurent Cugny?). Seguono altre due suite in tre
movimenti ciascuna. La durata va dai diciannove ai quindici minuti e la musica scorre via
piena di riflessioni ed approfondimenti, elettrica al punto giusto, rigogliosa ed
organica. La sezione ritmica prevede intelligentemente due batteristi, un percussionista
e due bassisti elettrici: le ramificazioni di questa musica non potevano trovare miglior
supporto per estendersi in ogni direzione, senza alcuna remora. La sezione fiati al
contrario è davvero striminzita (un trombone, una tromba e due sax) ma sa dilatarsi in
maniera prodigiosa all'interno degli arrangiamenti, ben coadiuvata anche dal tastierista
e dal chitarrista elettrico. L'impressione che se ne ricava è sempre quella della big
band, magari non fragorosa come quelle degli anni cinquanta, ma sottile e ben
stratificata, dinamica e precisa come i sofisticati arrangiamenti richiedono. I due
leader sembrano essere il sax baritono Bo Van der Werf e il trombonista
Geoffroy De Masure, ma non mancano di mettersi in bella evidenza anche il
chitarrista Pierre Van Dormael e il tastierista Fabian Fiorini. La
registrazione è del febbraio 2002 e fortunatamente questo lavoro viene pubblicato
abbastanza tempestivamente all'interno di un progetto discografico importante (ben dieci
album delle migliori esperienze espresse da gruppi belgi) che vuole rimarcare la
centralità culturale europea di Bruges.
Wide Unclasp del pianista tedesco Moritz Eggert (pubblicato da Between
the Lines) parte da premesse assolutamente singolari ed inquietanti. Lo spunto è dato
dai testi della scrittrice americana Anne Sexton, morta suicida nel 1974, abbinati
(con una contaminazione incrociata che tira in ballo anche Shakespeare) alle
suggestioni spazio-temporali evocate dal misterioso palazzo Winchester Mystery
House, un vero rompicapo architettonico fatto costruire da Sarah Winchester,
erede del patrimonio generato dalla ideazione e dalla commercializzazione del fucile che
porta il suo nome. Convinta di essere tormentata dagli spiriti di tutti coloro che furono
ammazzati da questa arma, si rivolse ad una medium che le suggerì di trasferirsi in una
casa dove 'il suono dei martelli e delle seghe non avesse mai fine'. Nacque così, nei
paraggi di San Francisco, un palazzo mostruoso, continuamente 'in progress',
caratterizzato da rompicapi architettonici che forse neppure Escher avrebbe saputo
immaginare, con scale che sbucano nel nulla e porte finestra che si affacciano nel vuoto
dal quarto piano, senza alcuna protezione. Viste le premesse ci si poteva aspettare una
musica cupa, alienata e maledetta. Invece il settetto all'opera in questo album sa
affrancarsi con decisione dai rischi della cupa mono-tematicità e si muove con efficacia
all'interno degli inevitabili climi spettrali che sanno però spesso evolvere in squarci
beffardi che galleggiano fuori dal tempo, fra lo stile New Orleans e la musica popolare
(questi momenti sono dominati solitamente dalla tromba di Steven Bernstein) e in
sequenza elettriche decisamente moderne nelle quali emergono il violoncello di
Sebastian Hess, la chitarra elettrica di Ralph Beerkircher e il pianoforte
del leader. A fare da collante ci pensano il bravo Gerry Hemingway alla batteria e
il bassista Georg Breinschmid. Elemento essenziale per questo progetto è la bella
voce di Céline Rudolph, che sa affrontare brechianamente questi testi così
inquietanti, riuscendo a stare a metà fra la declamazione e il canto. L'effetto generale
è quello di una rilettura assolutamente riuscita che sa superare l'alienazione, senza
scapparne via, ma anzi esorcizzandola tramite esplorazione approfondita. Come qualcuno
già affermava parecchi secoli fa, la conoscenza fa svanire i mostri.
Openground del chitarrista Giovanni Moltoni (pubblicato da C Sharp
Squared Music Productions) è un ottimo lavoro per il trio guidato dal chitarrista
italiano che da oltre un decennio vive a Boston, dove insegna al Berklee College of
Music. Le nove composizioni presentate elegantemente in questo album sono tutte
scritte dal chitarrista che è ingiustamente poco noto nel nostro (e suo) paese. Sono
brani ben strutturati, con armonie raffinate a sostegno di temi sempre ben cantabili.
Siamo nel solco della tradizione della chitarra jazz, senza grandi salti in avanti, ma
con un approccio meticoloso e preciso e con alcune divagazioni in area quasi new age che
emergono soprattutto nel brano finale, affrontato in perfetta solitudine alla chitarra
acustica. Il suono del leader è sempre ben calibrato, senza slabbrature, senza
soluzioni a rischio, ma in questo caso ci sembra una scelta di campo
dichiarata sin dall'inizio e percorsa poi con coerenza e bello stile. Con Moltoni
(impegnato prevalentemente alla chitarra elettrica, senza dimenticare l'acustica per un paio
di brani) troviamo il bassista acustico Paul Del Nero e il batterista Bob
Tamagni: entrambi di chiare origini italiane, entrambi insegnanti alla Berklee.
L'intesa non può che essere eccellente e il loro ottimo
livello tecnico consente un dialogo sempre svolto su piani alti e consapevoli, con la
musica che corre fresca e rilassata, morbida ed elegante, senza però fare mai venire a
meno la giusta tensione. Il chitarrista utilizza voicings mai banali, sa rendere
interessanti gli sviluppi tematici, sa dare ampio spazio ai due partner, scrive con
grande competenza composizioni che potrebbero lasciare un segno. Cosa chiedere di più?
Sito di Enrico Merlin:
www.enricomerlin.net
Sito della Tiger Dixie Band:
www.tigerdixie.supereva.it
Sito di Moritz Eggert:
www.moritzeggert.de
Sito di Giovanni Moltoni:
www.giovannimoltoni.com
Sito della Auand Records:
www.auand.com
Sito della Caligola Records:
www.caligola.it
Sito della Splasc(H) Records:
www.splaschrecords.com
Sito della Altrisuoni:
www.altrisuoni.com
Sito della Unit Records:
www.unitrecords.com
Sito della 9 Winds Records:
www.ninewinds.com
Sito della De Werf Records:
www.dewerf.be
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