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Marzo 2003

Avanguardie tra improvvisazione, sperimentazione e militanza


Maurizio Comandini

Le avanguardie artistiche hanno sempre esercitato un fascino particolare sui maestri di pensiero che hanno tentato di organizzare e decifrare il processo creativo e trovare le giuste boe alle quali ancorare il ragionamento post- ricognitivo. Questo è particolarmente vero in Europa, dove, nel Novecento in particolare, le avanguardie hanno sempre saputo trovare, pur tra mille difficoltà, una sorta di asilo- rifugio e la necessaria attenzione. Ma ormai anche gli artisti americani non sono più costretti ad emigrare in Europa per trovare ascolto come confermato dagli album che prenderemo qui in considerazione. I linguaggi si fondono, le influenze provenienti dal jazz, dalle musiche contemporanee e dalla musica classica si mischiano, l'improvvisazione si fa regola di vita. È una improvvisazione che decide di darsi delle regole comportamentali, a volte mappature del tutto episodiche ed estemporanee, a volte solide linee guida che diventano addirittura stile di riferimento. Quello che conta è la forte spinta data dalla curiosità per l'inesplorato, la voglia di sperimentare nuove combinazioni, nuovi colori, nuove sovrapposizioni. E spesso la forte consapevolezza di ruolo porta questi artisti ad esporsi anche verso tematiche sociali o politiche. La creatività del pensiero è una vera forza della natura e tentare di fermarla è una momentanea illusione. E poi perché dovremmo farlo?



Spanish Guitar di Roger Smith (Emanem) è la ristampa del primo album solista del chitarrista inglese, arricchita da oltre venticinque minuti di musica inedita proveniente da esibizioni dal vivo tenutesi in varie occasioni negli anni novanta. L'album originale era del 1980 e vedeva questo allievo di Derek Bailey esibirsi in perfetta solitudine, alle prese con la chitarra classica con le corde di nylon, abitualmente usata nella musica spagnola e nella musica classica in genere. Pur all'interno di un linguaggio fortemente sperimentale, gli elementi di base che si trovano nel flamenco e in altre forme musicali iberiche emergono qua e là, lottando faticosamente per non farsi travolgere dall'approccio spezzettato caratteristico del chitarrista inglese. Fra i pezzi aggiunti, rispetto ai brani apparsi nell'album originale, risaltano in particolare i due "Union", in cui dapprima si fanno interagire, con il suono frammentato dello strumento acustico, i rumori ambientali (compresi gli scricchiolii della instabile sedia volutamente utilizzata da Smith) e poi, per il secondo brano, si decide di amplificare il suono della chitarra con un piccolo amplificatore distorto e rumoroso. Schizzi di magma, frammenti di pura improvvisazione, se ne vanno fino in cielo.


Innocence del batterista americano Joe Gallivan (Cadence Jazz Records) riporta registrazioni dell'agosto 1991 ed è un album decisamente collettivo. Il leader (che ricordiamo impegnato in moltissimi progetti, spesso molto distanti fra di loro, che lo hanno visto al fianco di Gil Evans, Hugh Hopper, Eric Dolphy, Charles Austin, Larry Young, Albert Mangelsdorff e tanti altri) fornisce quattro sue composizioni ad un nutrito gruppo di musicisti inglesi (fra i quali troviamo anche un sudafricano e un americano) ben noti sulla scena del jazz d'avanguardia (fra gli undici musicisti presenti i più noti sono Elton Dean, Evan Parker, Paul Rutherford e Marcio Mattos) e lascia che l'innocenza dell'approccio creativo prenda il sopravvento. Questo almeno è l'assunto di base e in questo caso le cose sembrano funzionare piuttosto bene. Le quattro composizioni diventano lunghi veicoli per un'improvvisazione collettiva che crea notevole eccitazione, pur partendo da elementi volutamente scarni, poveri e naif. Lo schema che si tende a privilegiare è quello dell'accumulazione: ad una introduzione minimalista che prevede l'interazione fra un paio di musicisti, fa seguito una sorta di sviluppo in cui gli altri musicisti si inseriscono pian piano, apportando ricchezza espressiva e nuovi stimoli che irrobustiscono l'idea compositiva di partenza.


Gyroscope di Gordon Beck (Art of Life Records) è il secondo album del pianista inglese Gordon Beck. La registrazione è del 1968 e da molti l'anni l'album era decisamente introvabile (come il precedente Experiments With Pops) e finalmente questa piccola casa discografica americana lo ha ripubblicato. Rispetto ad Experiments with Pops, non è più presente la chitarra spiritata di John McLaughlin e il pianista si presenta in trio, coi fidi Jeff Clyne al basso acustico e Tony Oxley alla batteria. Cinque brani sono firmati da Gordon Beck e si aggiunge una composizione a firma collettiva dei tre musicisti. Il clima oscilla fra un jazz che per l'epoca era assolutamente di avanguardia e frammenti che ci portano nei territori impervi della musica contemporanea. I tre musicisti sono eccellenti interpreti dei loro strumenti e il livello esecutivo è decisamente al di sopra della media. Beck sa fondere sapientemente la lezione di Bill Evans e McCoy Tyner con quella di Cecil Taylor e Paul Bley, la sua fluidità tecnica è sempre ben in evidenza e non è affatto casuale il fatto che, poco dopo queste registrazioni, sia entrato in pianta stabile nell'eccellente European Rhythm Machine di Phil Woods.


Goes Bonsai dell'orchestra olandese Bik Bent Braam (distribuito da Toondist) è un divertente esperimento, autoprodotto, che si muove fra elementi caricaturali ed esplosioni di pura energia. Il pianista Michiel Braam è il leader di questa big band decisamente anomala che si muove nel solco del lavoro dei loro più celebri (e meno giovani) conterranei, i formidabili componenti del Willem Breuker Kollektief. Già dal nome dell'orchestra lo spirito irriverente di questi giovani musicisti non può sfuggirvi: Bik Bent è una evidente deformazione ironica dell'usuale dicitura inglese 'Big Band', così come è evidente la volontà di prendersi in giro che appare sin dal titolo di questo lavoro, che lascia presagire il desiderio di miniaturizzazione di una formazione composta da ben 13 elementi. I quattordici pezzi qui presentati, registrati in Olanda fra maggio e giugno del 2002, sono tutti composti dal leader e ognuno si affida ad un diverso elemento dell'ensemble per la partenza del brano stesso, lasciando poi ampia libertà di manovra per lo sviluppo della composizione. I brani hanno lunghezze del tutto disomogenee, si va dal minuto e mezzo scarso di "This" e di "You" ai quasi sedici minuti di "Today", passando dai quasi dieci minuti di "Any" e dai dodici minuti scarsi di "In". La presenza di due tube, clarinetti, trombone, fagotto e vari sax e trombe fa assumere a queste composizioni, in alcuni momenti, una dimensione quasi circense, pur in uno scenario assolutamente dominato dalla componente free. Anche se deve essere un circo ben strano, quello che paga lo stipendio a questi folletti pazzerelloni.


Nosferatu del Rowan University Percussion Ensemble (pubblicato da Dreambox Media) è la registrazione live di un bell'esperimento realizzato con la collaborazione dell'ottimo pianista newyorkese Mick Rossi. Il punto di partenza è rappresentato dal celebre film Nosferatu: A Symphony of Horror di Walter Murnau, realizzato, ovviamente in bianco e nero, nel 1922. L'idea era nata nel 1990, a margine di una performance di Mick Rossi alla Duke University. Dopo ben dieci anni di gestazione, nella notte di Halloween del 2000 (29 ottobre), il nutritissimo ensemble percussivo della Università di Rowan (ben dieci percussionisti e otto bassisti diretti dal capo del dipartimento musicale dell'Università stessa, Dean Witten) si sono cimentati con gli spartiti preparati da Rossi, che era ovviamente presente con il suo pianoforte, avendo anche portato con se il noto sassofonista e clarinettista Andy Laster, qui impiegato come solista. In questa occasione, ovviamente, il vecchio film è stato proiettato con la modernissima musica suonata dal vivo da questo ensemble, al posto dell'abituale accompagnamento di organo. I sei movimenti composti da Rossi si alternavano senza un'ordine prefissato, e la loro successione veniva semplicemente stabilita grazie a sei cartelli numerati, che venivano esposti dal conduttore, a seconda dell'ispirazione proveniente dal film e dalla musica stessa. Il suono è spesso scuro e suggestivo, l'ipertrofia percussiva è ben bilanciata dal pianoforte nervoso di Mick Rossi e dai clarinetti spiritati di Andy Laster. La gamma dinamica è vastissima e si va da 'pianissimo' sussurrati, in cui persino i colpi di tosse del pubblico si possono udire distintamente, a 'fortissimo' travolgenti in cui la furia degli elementi sembra prendere il sopravvento. Un opera di grande interesse, che certamente risulta godibilissima anche senza il supporto delle immagini. Immaginiamo però che l'esperienza dal vivo, nella notte delle zucche, con le immagini struggenti dei vampiri di Murnau e la musica appassionata di questi 21 temerari, sia stata tutta un'altra storia.


The Order of Her Bones di Brad Dutz e Jeff Kaiser (pfMENTUM) è un album di grande eleganza e intensità che mette a nudo il rapporto dialettico che si instaura tra la tromba e il flicorno di Jeff Kaiser e gli oltre quaranta strumenti percussivi suonati dal funamabolico Brad Dutz. Quest'ultimo è un percussionista molto attivo sulla scena californiana, con un range espressivo così ampio che gli ha permesso di spostarsi dal jazz-rock del gruppo del chitarrista Scott Henderson (con cui incise il primo album del gruppo Tribal Tech, nel lontano 1985, rimanendo in formazione anche per i tre successivi album) agli esperimenti di musicisti californiani come Jeff Kaiser, appunto, Alex Cline, Vinny Golia e altri, senza dimenticare la sua attività di session-man che lo ha portato a collaborare con musicisti diversi fra di loro come Frank Sinatra e Rickie Lee Jones, oppure Willie Nelson e Alanis Morissette. A parte la title track (che dura meno di due minuti) gli altri undici brani sono di media durata (fra i tre e i sette minuti) ed esplorano aree variegate e colorate, spesso caratterizzate da elementi compositivi appena abbozzati, scarnamente minimalisti, attorno ai quali il dialogo dei due artisti si arrampica e si avviluppa, partendo dagli stimoli poetici forniti dai Four Quartets di T.S. Eliot. Le registrazioni (a cura dello stesso Dutz) sono avvenute fra marzo e settembre del 2001 e presentano fedelmente, con qualche elaborazione elettronica live poco invasiva, le felici improvvisazioni di questi due straordinari strumentisti, che con questo album raggiungono sicuramente uno dei punti più alti della loro arte.


17 Themes for Ockodektet di Jeff Kaiser (pubblicato da pfMENTUM), è la registrazione del più bel regalo di compleanno che il trombettista americano potesse farsi. In occasione del party che si è tenuto a Ventura, nel sud della California, l'otto dicembre del 2001, il trombettista ha sottoposto due suite da lui composte (per un totale di quasi 74 minuti di musica, suddivisi in quattordici movimenti) agli strumenti di sedici amici musicisti (con lui fanno diciassette, numero che, notoriamente, in America, non porta male) per celebrare alla grande il suo quarantesimo compleanno. Sono della partita il multistrumentista Vinny Golia, il chitarrista sperimentatore Ernesto Diaz-Infante, il chitarrista elettrico G.E Stinson, il percussionista Brad Dutz, il batterista Billy Mintz e altri musicisti meno noti, ma non per questo di minor valore. La musica corre via con grande forza espressiva, quasi sempre tutta basata sull'improvvisazione collettiva. Una musica di insieme che sa però mettere in grande evidenza anche le doti solistiche degli artisti qui impegnati, spesso esposti in assoli che diventano duetti, trii, quartetti. Dialoghi affascinati che si instaurano e si consolidano sul magma sonoro proveniente da diciassette anime che pulsano all'unisono. L'ampiezza dell'ensemble permette escursioni dinamiche impressionanti, ben catturate dalla registrazione diretta su DAT, l'entusiasmo del pubblico presente è ben evidente e produce un effetto contagioso anche sui musicisti che paiono capaci di risvegliare emozioni nascoste e misteriose, di grande intensità e profondità. Buon compleanno, Jeff Kaiser.


March di Ernesto Diaz-Infante e Chris Forsyth (pubblicato congiuntamente da Evolving Ear e Pax Recordings) è probabilmente la proposta più sperimentale fra quelle qui analizzate. Le tredici parti senza titolo di questo March ci propongono 66 minuti di musica irsuta e spigolosa, per nulla accattivante, densa di stimoli rigogliosi e di provocazioni sonore oltre ai rumori e ai singulti che i due temerari possono estrarre dai loro strumenti, con pratiche poco ortodosse, spesso ai limiti della deflorazione. La loro collaborazione ha già dato altri frutti controversi ma sempre interessanti (Left and Right del 1999 e Wires and Woodden Boxes del 2001) e in questo album del 2002 il loro dialogo continua imperterrito verso una sorta di entropia fiammeggiante che assorbe tutte le loro fantasie perverse. I suoni provengono (o per meglio dire vengono estratti) dalle chitarre (acustica nel caso di Diaz-Infante, elettrica nel caso di Forsyth) e dai pianoforti suonati da entrambi. Ernesto Diaz-Infante si cimenta anche alla batteria e alla voce, aggiungendo altri colori alla sua distorta tavolozza espressiva di abnormi dimensioni. Come si diceva, gli strumenti sono utilizzati come fonte di suoni e rumori, usando e abusando delle loro risorse, comprese quelle più nascoste ed insolite. I rumori statici provenienti dal cavo della chitarra elettrica, le corde sfregate, percosse, accarezzate, tutto fa brodo, tutto viene osservato ed utilizzato, senza pudore, senza compiacimenti. La voce di Diaz-Infante è invece un elemento di contrasto, delicata filigrana che si sovrappone, qua e là, alla giungla scoppiettante estratta dagli strumenti e dalle loro estensioni, con un effetto di contrasto davvero singolare. Chissà se la prossima volta ci sorprenderanno con un disco di canzoni?


Revolution degli Area (Akarma su licenza Cramps) è un prezioso cofanetto da poco pubblicato che contiene i primi quattro album del mitico gruppo movimentista che fece scalpore in Italia (e non solo) verso la metà degli anni settanta. Sin dal primo album, Arbeit Macht Frei (Il Lavoro Rende Liberi), del 1973, questo gruppo, che in qualche modo ripartiva dalle esperienze del cantante-organista Demetrio Stratos con il gruppo rock I Ribelli, cresciuto all'ombra del clan di Adriano Celentano, prese con decisione la leadership delle proposte musicali italiane, anche per manifesta inferiorità o addirittura assenza di competizione. Gli Area erano allo stesso tempo competenti musicisti (eccellente in particolar modo è il lavoro del tastierista Patrizio Fariselli) e feroci critici dell'establishment, duri esegeti della critica musicale e appassionati esponenti del movimento, sempre pronti a misurare il grado di politicizzazione dei loro interlocutori. La situazione politica italiana di quegli anni fece sì che questa proposta musicale, coraggiosa ed aggressiva, trovasse una grande attenzione da parte delle larghe masse giovanili che stavano risvegliandosi sotto i colpi della contestazione giovanile nata negli States e affermatasi poi nella vecchia Europa. Gli Area continuarono a muoversi tra mille contraddizioni, spesso irridendo e sbeffeggiando i frastornati giornalisti musicali che arrancavano, perennemente in ritardo, ma a loro volta rimanendo spesso spiazzati da chi li criticava da sinistra, contestando loro l'appartenenza ad un modello capitalistico che si basava sulla mercificazione dell'arte in genere e della musica in particolare. Dopo il primo album, arrivarono Caution Radiation Area (nel 1974), Crac! (nel 1975) e il live Area(A)zione (sempre nel 1975) e questi primi quattro album sono per l'appunto quelli che troviamo in questo splendido cofanetto che li ripropone, rimasterizzati a 24 bit, con le quattro copertine originali miniaturizzate, ricche, come allora, di inserti e piccoli gadget, tra i quali non possiamo non citare l'adesivo con la riproduzione della infausta P38 (corpo del reato n° 1091512) che segnò il punto di non ritorno per un'avventura giovanile che ha lasciato, nel bene e nel male, un segno indelebile nella storia di questo paese.


Live Concert Box degli Area (Akarma su licenza Cramps) raccoglie, in tre CD, che comprendono anche un paio di bonus tracks, alcuni concerti dal vivo del gruppo guidato da Demetrio Stratos. Sono concerti che hanno rappresentato occasioni importanti per il movimento studentesco italiano ed europeo, in uno dei periodi di maggiore turbolenza, caratterizzato da conflittualità, scontri, incomprensioni generazionali, lotta di classe e, purtroppo, perdite di preziose vite umane. I primi due CD riportano integralmente il famoso concerto del Teatro Uomo di Milano, del 1976. Il saxofono soprano di Steve Lacy e le percussioni di Paul Lytton aggiungono importanti contributi che permettono alla band di rivisitare con grande creatività composizioni tratte dai loro cinque album in studio. Composizioni cariche di elementi mediterranei piegati ai ritmi del jazz-rock e impreziosite dal contributo solistico di tutti i musicisti presenti. Il concerto si chiude, come consuetudine, con "L'Internazionale", per poi riprendere con un doveroso bis che, a sorpresa, propone una versione rockeggiante di "Boom Boom" (scritta e resa famosa da John Lee Hooker) e una lunga improvvisazione che chiude un'occasione memorabile di fronte agli studenti milanesi. L'altro CD riporta brani tratti dai concerti di Parigi e Lisbona, dello stesso anno. I brani sono più o meno gli stessi (qui si aggiunge una versione live di "Megalopoli" che non figurava nel repertorio del concerto milanese) e gli Area si confermano ottimi musicisti e attenti scrutatori delle dinamiche dei gruppi giovanili, anche fuori dall'Italia. Il grande rispetto che traspare dalla presentazione del concerto di Lisbona, lascia capire quanto fosse forte il filo che legava questo gruppo con il loro pubblico. Un legame forte, duro, assoluto. Questa era ed è la caratteristica peculiare degli Area e la dimensione live la rende ancora più tangibile.


Sito della Emanem Records:
www.emanemdisc.com
Sito della Cadence Jazz Records:
www.cadencebuilding.com/cadence/cjr.html
Sito della Art of Life Records:
www.artofliferecords.com
Sito della Toondist:
www.toondist.nl
Sito della Dreambox Media:
www.dreamboxmedia.com/class.htm
Sito della pfMENTUM:
www.pfmentum.com
Sito della Pax Recordings:
www.paxrecordings.com
Sito della Akarma Records:
www.akarmarecords.com




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